STORIA: Verso nord-ovest, le migrazioni degli albanesi in Jugoslavia

Principale nazionalità non slava del paese, gli albanesi hanno avuto un ruolo secondario ma non marginale nella storia della Jugoslavia. Al censimento del 1981, la popolazione albanese ammontava a 1,7 milioni di persone, il 7,7% del totale dei cittadini jugoslavi, più dei macedoni e circa quanti gli sloveni. Eppure, non erano riconosciuti come una delle nazioni costituenti della federazione socialista. Il loro ruolo nella storia jugoslava resta ancora oggi spesso sottaciuto.

Un nuovo progetto di ricerca (To the North-West! Intra-Yugoslav Albanian migration 1953-1989) ne studia le migrazioni interne alla federazione jugoslava, e cosa ha dato vita allo stereotipo dell’albanese “panettiere e gelataio”. A guidarlo, i ricercatori Rory Archer e Mladen Zobec dell’Università di Graz, in Austria.

Verso nord-ovest

Concentrati in Kosovo e Macedonia occidentale, dal 1953 gli albanesi hanno approfittano della fine delle restrizioni sulla residenza per spostarsi verso le città del nord-ovest della federazione, soprattutto in Croazia e Slovenia. A spingerli, oltre all’arretratezza economica e al surplus di lavoratori agricoli delle regioni di provenienza, c’è la segmentazione etnica del mercato del lavoro, che spinge gli albanesi verso il settore privato.

Presto, da lavoratori “colletti blu” gli albanesi si trasformano così in piccoli imprenditori, occupando la nicchia del commercio al dettaglio: panetterie, fast-food, fruttivendoli, negozi di dolciumi, in un processo facilitato dall’economia informale e dai legami familiari e locali. La famiglia allargata infatti funge da piattaforma e rete sociale, garantendo il capitale di partenza per mettersi in proprio, spesso in cambio di anni di lavoro informale. E’ il caso delle gelaterie lungo la costa croata, quasi tutte gestite da famiglie albanesi macedoni originarie di Gostivar e Tetovo.

Integrazione ed emancipazione sociale

L’integrazione tuttavia non è semplice: entrano in gioco il pregiudizio nazionale (gli albanesi sono visti come leali all’Albania del dittatore Enver Hoxha piuttosto che a Belgrado), linguistico-culturale e religioso (sono per lo più musulmani), oltre alle questioni più legate alla moralità modernizzatrice socialista, ostile alle forme socio-culturali tipiche della famiglia rurale e patriarcale.

L’emancipazione sociale degli albanesi in Jugoslavia cresce con il passare del tempo. Dagli anni ’70 in poi, gli albanesi in Jugoslavia sono anche attori, scrittori, politici, calciatori, noti e apprezzati dal pubblico jugoslavo. Ma il pregiudizio non svanisce.

Dal pregiudizio etnico a quello politico

Negli anni ’80, il pregiudizio etnico si fonde con quello politico. Dopo le proteste del 1981 in Kosovo, agli stereotipi tradizionali si aggiunge la percezione degli albanesi come contro-rivoluzionari e irredentisti, un messaggio veicolato dall’elite e dai media serbi per contestare le autonomie ottenute dagli albanesi in Kosovo e garantite dalla Costituzione jugoslava del 1974. Come scrive la ricercatrice Catherine Baker in Race and the Yugoslav Region (2018, p. 72), l’intersezione tra religione, etnia e classe sociale rendeva gli albanesi nella Jugoslavia di fine anni ’80 “etichettati come fondamentalisti musulmani nei media nazionalisti serbi, e trattati come un sottoproletariato culturalmente ed etnicamente distinto”.

La repressione spinge ancora di più gli albanesi a muoversi verso l’Istria, facendo sorgere il sospetto delle autorità. Lì gli albanesi sin dagli anni ’50 avevano occupato la nicchia dei lavori stagionali e del turismo, un tempo ambito della minoranza italiana. Un rapporto dei servizi segreti jugoslavi del 1988 sul “complesso albanese” nell’area di Pola nota la crescita demografica della minoranza dal 1981 e il loro impiego nel commercio al dettaglio – un settore marginale rispetto all’economia di stato socialista, sospettato di fungere da paravento per reti nazionaliste. La mancanza di partecipazione nel sistema dell’autogestione appariva potenzialmente sovversiva.

Secondo un altro rapporto del 1987, “le relazioni con la popolazione locale richiedono maggiore supervisione”. La mutua sfiducia tra la comunità albanese e l’apparato statale della Jugoslavia socialista (sempre più influenzato dal nazionalismo serbo) rafforza la tendenza degli albanesi a lavorare in proprio, per non dover dipendere da uno stato di cui non si fidano.

L’era post-jugoslava

La storia dopo il 1989 è un’altra cosa. Per molte famiglie albanesi, la guerra ha determinato una nuova emigrazione – verso Svizzera, Germania e paesi scandinavi, iniziata già dagli anni ’70, ma anche verso i paesi neo-capitalisti d’Europa centrale e orientale. Da Prizren a Bucarest o verso le cittadine provinciali dell’Ungheria e della Cecoslovacchia, dove ancora oggi non è raro incontrare gelaterie con nomi che si rifanno alla costa adriatica o alle città del Kosovo e della Macedonia.

Molti albanesi, però, restano nelle neonate repubbliche di Slovenia e Croazia, divenendo parte integrante della società. Un legame rafforzato dagli anni della guerra, quando più di duemila albanesi decidono di combattere nelle fila croate, partecipando in modo attivo all’indipendenza del paese. Oggi, secondo i censimenti, circa 10.000 albanesi vivono in Slovenia e 17.000 in Croazia. In quest’ultima, costituiscono una minoranza nazionale autoctona riconosciuta in Costituzione e godono di un seggio garantito in parlamento. Molti di loro continuano ad operare con successo nel settore del commercio al dettaglio e come piccoli imprenditori, portando avanti le attività costruite dalle proprie famiglie in epoca jugoslava.

Chi è Andrea Zambelli

Andrea Zambelli è uno pseudonimo collettivo usato da vari membri della redazione di East Journal.

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