BALCANI: Da Trump a Biden, un nuovo approccio americano verso la regione?

America has always been great because it is a country founded in hope. We must not succumb to the fear, anger and despair that scarred so much of Europe. We must not fulfill the political ambitions of Donald J. Trump.” Così scriveva nell’estate del 2016 su Usa Today Milan Panić, un uomo d’affari belgradese emigrato negli Stati Uniti (con successo: sfondò nell’industria farmaceutica) che nel 1992 divenne primo ministro di una surreale Jugoslavia ridotta al duo Serbia-Montenegro e guidata da Slobodan Milosević.

Il connubio con quest’ultimo durò solo qualche mese e quattro anni fa, alla vigilia delle presidenziali americane, Panić volle ricordare quanto il candidato Trump gli ricordasse fin troppo il vozd Milosević, sostenendo che “To fuel his political ambitions, Trump is exploiting the same malevolent forces that once made Yugoslavia an ethnically divided war zone and that are on the rise again across Europe.”

Trump e i Balcani

Le cose sono andate come sono andate e Trump, com’è noto, ha davvero fatto molto per essere il presidente degli “Stati divisi d’America”, come ironicamente titolava il Time già alla fine del 2016 indicandolo come il personaggio dell’anno. Panić è stato facile profeta e, per quanto riguarda i Balcani, l’amministrazione Trump non è stata evidentemente all’altezza di gestirne la complessità.

Ha banalizzato le delicate questioni politiche tra Kosovo e Serbia e ha cercato di rivendicare frettolosamente (e superficialmente) il merito di aver risolto antiche animosità balcaniche solo per esibirlo in un discorso elettorale nel Nord Carolina. Nel frattempo snobbava gli alleati europei ed inviava segnali confusi e contraddittori, spesso calpestando quegli stessi principi democratici che Washington aveva promosso per più di due decenni nella regione balcanica.

Le sfide per Biden

Scrive Foreign Policy che sarà facile per il nuovo presidente americano Joe Biden evitare gli errori del presidente Trump, ma lo sarà molto meno evitare di ripetere gli errori commessi sotto la presidenza di Barack Obama, quando gli Stati Uniti si disimpegnarono dall’area balcanica lasciando che fosse l’Unione europea a occuparsene e non offrendo un segnale chiaro sulla prontezza degli Stati Uniti a difendere la loro eredità bipartisan nella creazione di istituzioni efficienti nei Balcani.

Facile oggi pensare anche che, date tutte le sfide di politica estera che la nuova amministrazione statunitense dovrà affrontare, i Balcani occidentali non saranno considerati una priorità assoluta. Tuttavia Biden ne ha discusso nella sua prima telefonata da presidente neoeletto con il primo ministro britannico Boris Johnson. Il colloquio probabilmente è nato dal desiderio di quest’ultimo di entrare in contatto con Biden su una questione di cui il neopresidente è per così dire sensibile, ma dimostra anche che questa Europa sud-orientale continua a presentare segni di irrisolta inquietudine.

E con Berlino, Bruxelles e Parigi desiderosi di ricucire le relazioni con gli Stati Uniti dopo gli ultimi quattro anni di ondivaga freddezza, i Balcani occidentali rappresentano una opportunità per entrambe le parti di dimostrare rapidamente che una nuova era di cooperazione transatlantica potrebbe produrre risultati concreti “sul campo”.

Il tema della corruzione

In particolare, l’Europa e gli Stati Uniti potrebbero fare buoni progressi nella regione concentrandosi sulla lotta alla corruzione, il che mostrerebbe finalmente che gli Stati Uniti non vedono i Balcani attraverso la logora e stereotipata lente degli odi ancestrali – inviando altresì un chiaro messaggio sulle aspettative occidentali ai leader della regione sulla necessaria governance democratica esigita.

È noto anche che Biden ha fatto della lotta alla corruzione e al nepotismo uno dei suoi impegni di politica interna ed estera. In un suo lungo articolo programmatico (“Perché l’America deve guidare nuovamente” apparso su Foreign Policy in primavera), Biden ha infatti sottolineato la sua intenzione di “take steps to tackle the self-dealing, conflicts of interest, dark money, and rank corruption that are serving narrow, private, or foreign agendas and undermining our democracy” e di volere quindi “a presidential policy directive that establishes combating corruption as a core national security interest and democratic responsibility.”

Che la corruzione sia uno dei mali endemici di buona parte dei fragili Stati balcanici (specie in Kosovo, Bosnia, Albania e Macedonia del Nord) lo confermano d’altronde gli indici impietosi dell’ultimo rapporto (2019) di “Transparency International”.

Foto: ARMEND NIMANI/AFP/GETTY IMAGES

Chi è Vittorio Filippi

Sociologo, docente Università Ca’Foscari e Università di Verona, si occupa di ricerca sociale, soprattutto nel campo della famiglia, della demografia, dei consumi. Collabora nel campo delle ricerche territoriali con la SWG di Trieste, è consulente di Unindustria Treviso e di Confcommercio. Insegna sociologia all’Università di Venezia e di Verona ed all’ISRE di Mestre. E’ autore di pubblicazioni e saggi sulla sociologia della famiglia e dei consumi.

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