BALCANI: Picco di contagi nella regione, il punto sulla situazione coronavirus

La pandemia da coronavirus ha avuto un’accelerazione nell’ultimo mese in tutti i paesi dei Balcani occidentali. La crescita del numero di positivi e di decessi dovuti al virus è ormai evidente da alcune settimane e ha spinto i governi della regione a introdurre nuove misure restrittive.

I mesi estivi

L’andamento della pandemia nella regione ha avuto caratteristiche diverse rispetto a quanto è successo in Italia. I Balcani occidentali sono stati parzialmente risparmiati dalla prima ondata di Covid-19 in primavera: l’applicazione di misure restrittive sulla vita sociale – in un momento in cui la circolazione del coronavirus era ancora bassa – ha impedito la sua ulteriore diffusione.

A partire da maggio, però, quando le misure adottate sono state allentate, è iniziata ovunque una fase di grande rilassamento delle norme, con l’affrettato ritorno a eventi con un grande numero di partecipanti, cui è seguito un nuovo picco già nei mesi estivi. Si sono così registrate situazioni tragiche come quella di Novi Pazar, nella Serbia meridionale, dove sono morte più di 150 persone nel giro di poche settimane, a fronte di un numero di contagiati che è stato stimato a posteriori intorno a 20 mila.

L’autunno

Nonostante il peggioramento della situazione in estate, i paesi dell’area sono riusciti a gestire la situazione senza introdurre grosse misure restrittive, se non nelle zone più colpite, complice anche la probabile stagionalità del virus, che ha lasciato qualche mese di tregua a tutto il continente.

A partire dai primi giorni di ottobre, invece, il Covid-19 è tornato a diffondersi con nuovo slancio in tutta la regione, raggiungendo quello che potrebbe essere stato il picco verso la metà di novembre, quando i dati ufficiali diffusi dalle istituzioni dei vari paesi sembravano indicare una stabilizzazione e un arresto della crescita del numero dei nuovi positivi.

Molti dubbi restano, però, sulla veridicità di questi dati, per via dello scarso e poco rappresentativo campione delle persone testate. L’accademico croato Ivan Đikić ha criticato apertamente l’operato del comitato scientifico incaricato di gestire l’epidemia in Croazia, affermando che i numeri sui contagi non sono realistici e che sono diffusi con intento “manipolatorio”. Đikić ha anche sostenuto che le misure adottate dal governo croato sono insufficienti e tardive e che, in quanto tali, non produrranno nessun effetto positivo sulla situazione complessiva.

Le misure di contrasto

A fronte del peggioramento della situazione, i governi della regione hanno deciso di percorrere strade diverse. La Slovenia, che ha registrato in media oltre 1400 casi e 40 morti al giorno nelle ultime due settimane, ha messo in atto una stretta forte a partire dai primi di novembre, riducendo gli spostamenti dei cittadini al loro comune di residenza o domicilio, fermando i trasporti pubblici e chiudendo le scuole. La Croazia, con una media di quasi 3000 casi giornalieri, invece, ha scelto un approccio più blando, riducendo gradualmente il numero di persone che si possono aggregare in pubblico da 50 a 25, chiudendo completamente locali notturni e sale da gioco, ma lasciando a bar e ristoranti la libertà di lavorare fino alle 22. Similmente, la Bosnia-Erzegovina, dove si sono registrati circa 60 decessi al giorno, ha scelto di rendere obbligatorio l’uso delle mascherine all’aperto e di introdurre un coprifuoco dalle 23 alle 5, lasciando alla discrezione dei vari cantoni che compongono il suo sistema federale l’eventuale introduzione di misure più restrittive.

Nonostante numeri record, con una media giornaliera di 600-800 casi positivi, anche Kosovo e Albania hanno puntato su un approccio meno rigido, nel tentativo di non danneggiare ulteriormente l’economia. Pristina ha diviso i propri comuni in zone rosse, gialle o verdi, includendo nella fascia di maggiore rischio le città più importanti, dove è in vigore un coprifuoco dalle 19 alle 5, mentre durante il giorno la vita scorre nei modi consueti. Tirana ha scelto, invece, un coprifuoco a partire dalle 22. Il Montenegro ha introdotto un coprifuoco dalle 19 alle 5, chiudendo bar e ristoranti alle 18, mentre la Serbia invece non ha imposto limitazioni agli spostamenti dei cittadini, ma ha ordinato la chiusura della maggior parte delle attività alle 21. La premier Ana Brnabić ha annunciato un’ulteriore stretta entro il 1 dicembre, se la situazione non dovesse migliorare.

La Macedonia del Nord ha limitato a quattro il numero di persone che si possono aggregare nello spazio pubblico, rendendo obbligatorio l’uso delle mascherine all’aperto. Soltanto a partire dalla fine di ottobre, invece, i positivi sono stati obbligati alla quarantena. La lentezza nel prendere le decisioni del governo macedone ha portato il paese in vetta all’infelice classifica che registra il numero di morti dovuti al Covid-19 in rapporto alla popolazione, dove è affiancata dalla Bosnia-Erzegovina, con dati ben superiori a quelli italiani.

Mesi difficili

La situazione in tutta la regione è complessa e i sistemi sanitari sono sotto forte pressione, a causa di una gestione spesso discutibile di una pandemia che ha messo in seria difficoltà anche paesi molto più attrezzati e organizzati. La lentezza e la scarsa determinazione nell’assumere nuove misure, nel tentativo di non scontentare la popolazione e non danneggiare ulteriormente delle economie molto fragili, non prospetta mesi sereni all’orizzonte.

A tutto ciò si aggiunge una scarsa attenzione al rispetto delle regole, che è stata evidente, per esempio, durante l’apertura al pubblico a Belgrado della camera ardente del patriarca Irinej, deceduto pochi giorni fa dopo essere risultato positivo al coronavirus.

Anche la grande diffusione nell’area di lavori che possono essere svolti soltanto in presenza pone problemi di ordine sanitario ed economico, come sottolineato da uno studio delle università di Oxford e Madrid, riportato da Stefano Giantin sulle pagine de Il Piccolo. Tutto questo dovrebbe spingere i governi della regione non soltanto ad arginare la diffusione del virus, ma ad adottare anche nuove misure di contenimento della povertà per cercare di attutire il più possibile i grandi effetti del virus sulla vita dei cittadini.

Foto: Unsplash/Trnava University

Chi è Dino Huseljić

Studente dell'Università di Pisa, cresciuto in Bosnia-Erzegovina e formato in Lombardia. Si interessa di Balcani e di tutto ciò che riguarda il calcio. Dal 2019 scrive su "Gli Stati Generali".

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