STORIA: Il vertice di Ginevra. L’inizio della fine della guerra fredda – parte 2

A trentacinque anni dal vertice di Ginevra e dallo storico incontro tra Michail Gorbačëv e Ronald Reagan, East Journal vi propone un approfondimento sulla vicenda. Potete leggere la prima parte qui.

Tra la Maison Fleur d’Eau e i “vertici del tè” delle First Ladies

Martedì 19 novembre iniziarono i primi colloqui tra le due delegazioni diplomatiche presso la Maison Fleur d’Eau. Secondo il programma organizzativo del vertice di Ginevra, ci sarebbe dovuto essere dapprima un breve colloquio personale tra Gorbačëv e Reagan della durata di quindici minuti, seguito dalle vere negoziazioni tra le due delegazioni. Ma Reagan si rivelò aperto al dialogo, perlomeno molto più di quanto ci si potesse aspettare. Infatti, l’inquilino della Casa Bianca voleva puntare sul confronto umano ed emotivo per poter trovare più velocemente un compromesso tra le due posizioni. Fu così che il primo incontro si protrasse per quasi un’ora.

Come previsto, al centro del dibattito ci furono i diritti umani, i conflitti regionali, la limitazione degli armamenti e il progetto Guerre Stellari. Fu soprattutto quest’ultimo ad accendere maggiormente gli animi. Ronald Reagan sottolineò in lungo e in largo come il programma SDI avesse un mero carattere difensivo. Secondo l’amministrazione statunitense, infatti, la presenza di armi atomiche avrebbe favorito una condizione di Mutual Assured Destruction, cioè la possibilità di distruzione reciproca qualora lo stato vittima di un’offensiva nucleare si vendicasse attaccando a sua volta con testate nucleari. Di conseguenza, gli Stati Uniti – consci dell’impossibilità di potersi fidare ciecamente di Mosca – avrebbero intrapreso uno sforzo tecnologico-militare con l’obiettivo di costruire uno scudo spaziale, un sistema difensivo in grado di individuare e distruggere una testata nucleare prima che la stessa tocchi terra.

Al contrario, Gorbačëv accusò gli Stati Uniti di celare dietro un presunto sistema difensivo non solo la volontà di imporre una superiorità militare su Mosca, ma anche la possibilità degli Stati Uniti di intraprendere un attacco nucleare preventivo e di essere protetti da una possibile vendetta sovietica. In altre parole, secondo Gorbačëv, l’unico modo per sopravvivere sarebbe stato abbandonarsi al dilemma della sicurezza, secondo cui un qualsiasi investimento strategico-militare di una potenza globale – che sia offensivo o difensivo – scatena un ciclo vizioso di corsa agli armamenti. Due superpotenze intrappolate nell’equilibrio del terrore.

Le due posizioni erano talmente ferree e opposte che nessun compromesso fu trovato tra le parti. Lo stesso schema si verificò anche durante le discussioni sui diritti umani e i conflitti regionali. Gli animi si surriscaldarono tanto che, secondo fonti diplomatiche, Gorbačëv si alzò in piedi e, battendo ripetutamente le mani sul tavolo, invocò una risposta chiara della controparte. Al contrario, Reagan cercò di mantenere un atteggiamento più pacato, ma senza concedere nulla a Gorbačëv.

Mentre le opposte posizioni ideologiche di Reagan e Gorbačëv cozzavano, presso la Maison de Saussure si svolgeva uno spettacolo mediatico. Le due First Ladies, Nancy Reagan e Raisa Gorbačëva, organizzarono due “vertici del tè”. Tra un biscotto e una tazza di tè, esse approfondirono la loro conoscenza reciproca e le loro speranze per una maggiore comprensione internazionale. Tali incontri furono simbolicamente rilevanti per due motivi. Innanzitutto, Nancy Reagan e Raisa Gorbačëva dimostrarono di non essere inferiori a nessun uomo. Infatti, il capo di gabinetto statunitense Donald Regan aveva recentemente affermato che le donne non fossero in grado di comprendere cosa stesse succedendo in Afghanistan o quali fossero le implicazioni di un riarmo militare. In secondo luogo, in un’Unione Sovietica dove la First Lady non ricopriva alcun ruolo istituzionale – al contrario degli Stati Uniti –, i vertici del tè conferirono anche una versione umana a quel summit completamente chiuso ai giornalisti.

Il rientro da eroe di Reagan e l’ottimismo di Gorbachev

Il 21 novembre 1985, dopo una lunga nottata terminata intorno alle quattro del mattino, una dichiarazione comune fu rilasciata alla stampa. Cuore della stessa fu la presa di coscienza che “una guerra nucleare non può essere vinta e non deve mai essere combattuta”. Consapevoli delle loro responsabilità per una pace globale, Reagan e Gorbačëv dichiararono che si sarebbero impegnati a non ricercare una superiorità militare sulla controparte, a bandire le armi chimiche e a promuovere una riduzione del 50% delle armi strategiche – senza però definire il termine “strategiche”. Inoltre, entrambi si impegnarono a promuovere nuovi incontri bilaterali a Washington e a Mosca. Tuttavia, nessun paragrafo fu dedicato ai diritti umani, alle questioni regionali o alle Guerre Stellari.

Il giorno stesso, atterrato sul suolo statunitense, il presidente Reagan si diresse al Congresso per comunicare le decisioni prese al vertice. Al suo arrivo, fu accolto come un eroe in mezzo a scroscianti applausi sia dai democratici sia dai repubblicani. Il presidente si disse ottimista dei risultati del vertice. Infatti, ai suoi occhi, l’incontro aveva reso possibile la comprensione personale e umana tra i due leader, un passo fondamentale per la pace globale. Tuttavia, “fatti, non parole” sarebbero stati necessari per rendere effettivo ed efficace quell’accordo verbale.

Gorbačëv, dal canto suo, espresse soddisfazione e ottimismo per i primi passi verso la lotta alla minaccia nucleare, ma sottolineò anche il mancato accordo su varie questioni fondamentali per la pace globale. Il 27 novembre, nel suo discorso davanti al Soviet Supremo, il Segretario Generale del Pcus rivendicò l’iniziativa sovietica per una maggiore distensione con Washington. Al contempo, però, non rinunciò a criticare “la testardaggine” statunitense per il progetto Guerre Stellari e “la riluttanza” nel promuovere concreti accordi sul disarmo.

Successo o fallimento?

Viste le premesse e le tensioni precedenti al vertice di Ginevra, pochi credevano nella firma di un trattato bilaterale. Tuttavia, la consapevolezza della responsabilità globale dei due leader contribuì a facilitare il dialogo nelle sale della Maison Fleur d’Eau. Di conseguenza, bisogna guardare all’approccio, piuttosto che ai reali risultati ottenuti. Non ha quindi molto senso parlare di fallimento di concretezza o successo di intenti, né tantomeno di vincitori o di perdenti. Il vertice di Ginevra fu il primo passo di una nuova distensione, guidata dai rapporti personali e umani tra le due superpotenze. Il vertice bilaterale segnò inevitabilmente l’inizio della fine della guerra fredda.

Foto: Wikiwand

Chi è Amedeo Amoretti

Studente di Laurea Magistrale in Relazioni Internazionali, curriculum Global Studies, alla LUISS Guido Carli. Si interessa principalmente di Russia, Bielorussia e Ucraina. Ha scritto la tesi triennale concernente "La crisi in Crimea nel quadro delle Nazioni Unite: la pronuncia dell'Assemblea Generale e il veto russo nel Consiglio di Sicurezza".

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