Pillole di filosofia russa/5: L’utopia sociale di Čaadaev e l’identità russa

L’articolo fa parte della nuova rubrica di East Journal, curata da Arianna Marchetti, dedicata alla filosofia russa, dalle origini ai tempi moderni. Qui la puntata precedente.

A partire dalla prima metà dell’ottocento sempre più intellettuali russi iniziarono a supportare posizioni radicali contro l’assolutismo monarchico e la schiavitù. Gli ideali dell’Illuminismo si erano ormai consolidati, ma la classe dirigente, nonostante un’iniziale apertura, ne rimase immune, causando una crescente insoddisfazione. In particolare dopo la rivoluzione francese, si instaurò un clima di repressione nei confronti degli ideali liberali che si propagavano nei circoli intellettuali del tempo. Molti giovani aristocratici del tempo come Ivan Turgenev (1818-1883), Aleksandr Puškin (1799-1837) e i fratelli Murav’ëv iniziarono a impegnarsi in attività rivoluzionare, influenzando e, in alcuni casi, partecipando attivamente all’insurrezione decabrista del 1825.

Pëtr Čaadaev (1794-1856) fu uno degli intellettuali più influenti del tempo e, come altri suoi contemporanei, si dedicò alla lotta per l’abolizione della servitù e dell’assolutismo monarchico in Russia. Figlio di aristocratici, ebbe l’opportunità di realizzare una brillante carriera come assistente dell’imperatore Alessandro I, che però rifiutò per dedicarsi alla filosofia. La sua opera più importante sono senz’altro Le Lettere Filosofiche (Filosofičeskije pis’ma), scritte tra il 1829 e il 1831, dove analizza le cause dell’arretratezza economica e sociopolitica dell’impero russo ed elabora la sua visione del mondo. Questi scritti divennero così influenti che lo zar fece dichiarare Čaadaev mentalmente alienato, sottoponendolo a umilianti procedure mediche e condannando all’esilio gli editori di “Teleskop” che avevano pubblicato i suoi scritti.

La Russia di metà ottocento era più arretrata economicamente e socialmente rispetto a nazioni come la Francia e l’Inghilterra. Non esisteva ancora una Costituzione, né tantomeno alcun tipo di istituzione rappresentativa. L’accesso all’educazione era estremamente ristretto e la classe aristocratica viveva in completa alienazione dal resto della popolazione. Tuttavia, il contatto sempre maggiore con i paesi occidentali (all’epoca i giovani aristocratici intraprendevano parte degli studi all’estero, in particolare in Germania) e lo sviluppo della filosofia portò a una riflessione sempre maggiore sui principi etici.

Anche Čaadaev viaggiò per l’Europa e proprio lì iniziò a meditare sulla storia della Russia e sul suo stato attuale. Secondo il filosofo russo, il normale sviluppo delle nazioni dovrebbe condurre al superamento dell’individualismo e all’unità tra individui, che riconoscendosi nell’altro, potranno sviluppare una coscienza dell’interesse collettivo. Le nazioni sono concepite come uno strumento per realizzare l’unità e non un fine a sé stante.

L’utopia sociale di Čaadaev si basa sulla concezione di una società futura dove l’armonia tra gli interessi privati e pubblici e la libertà dell’individuo formino un’unità. Il problema fondamentale della modernità è l’incapacità a suo avviso di concepire l’unità del mondo, che porta all’isolamento dell’individuo e all’alienazione delle nazioni.

Nella prima lettera filosofica Čaadaev rimprovera proprio questo alla Russia, ovvero il suo essere rimasta isolata dal resto dell’umanità:

“Quello che siamo è uno dei tratti più deplorevoli della nostra strana civiltà, che ci impedisce di scoprire verità che sono comuni anche tra i popoli molto meno avanzati di noi. Questo perché non ci siamo mai mossi in concerto con gli altri popoli. Noi non apparteniamo a una qualsiasi delle grandi famiglie della razza umana; non siamo né dell’Occidente né dell’Oriente, e non abbiamo le tradizioni di nessuno dei due. Restiamo, per così dire, fuori dal tempo, l’educazione universale dell’umanità non ci ha toccato”.

Tuttavia, nel corso degli anni Čaadaev cambiò idea. Nei primi anni quaranta dell’ottocento, iniziò a vedere dei vantaggi nelle peculiarità della Russia. La sottomissione all’autorità, tipica della popolazione russa secondo Čaadaev, la purezza della sua coscienza (intesa come arretratezza intellettuale) e la mancanza di tradizioni culturali la rendevano in grado di raggiungere ancora più rapidamente i risultati ottenuti dalle altre nazioni europee.

Quello che rende il pensiero di Čaadaev particolarmente interessante sono proprio le sue ambiguità, che lo hanno reso una fonte di ispirazione sia per i zapadniki (occidentalisti) che per gli slavofili (di cui si parlerà nel prossimo articolo di questa rubrica). Il suo pensiero rappresenta uno dei primi tentativi sistematici di sviluppare un sistema filosofico più ampio, all’interno del quale contestualizzare le idee di ciò che significa Russia ed essere russi. Da qui il pensiero russo acquisì il suo carattere specifico in relazione al tema dell’identità russa e stabilì i termini del dibattito per i successivi venti o trent’anni.

Immagine: Camera dei decabristi nella prigione di Čita, acquerello di N. Repin (1829)

Chi è Arianna Marchetti

Assistente di ricerca e studentessa di filosofia presso l'università cattolica di Lovanio, si occupa principalmente di filosofia politica, teoria critica e filosofia russa.

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