L’esodo dimenticato dei turchi di Bulgaria – parte 2

East Journal dedica due “puntate” all’esodo dimenticato dei turchi di Bulgaria. La prima parte è disponibile qui.

Le proteste e le espulsioni del 1989

A partire dal 1988, gruppi dissidenti turchi iniziarono a organizzarsi in maniera più decisa per protestare contro le misure liberticide adottate dal regime. Fu così che, nella primavera del 1989, vere e proprie manifestazioni di massa attirarono decine di migliaia di persone; ebbero inoltre inizio vari scioperi della fame da parte di rappresentanti di rilievo della minoranza. La repressione non si fece attendere e fra le prima conseguenze vi fu l’espulsione in Turchia dei leader e degli attivisti delle proteste. Fu in questo contesto che si giunse all’esilio forzato di parte della popolazione turca, in quella che venne definita dal regime comunista come “la grande escursione” (Golyamata Ekskurziya).

Nel maggio del 1989, le autorità del paese intimarono alla Turchia di aprire i suoi confini e fu così che oltre 300.000 persone di origine turca lasciarono la Bulgaria: chi poté in auto o in treno, gli altri a piedi o con mezzi di fortuna. Gli esiliati vennero accolti con lo slogan “benvenuti nella vostra madrepatria” e sistemati in un campo profughi provvisorio fuori Edirne. Inizialmente, la Turchia accettò i rifugiati come suoi cittadini, senza attivare le procedure burocratiche normalmente necessarie. Tuttavia, già nell’agosto del 1989, la Turchia decise di chiudere il confine per arginare il flusso ininterrotto di persone, reimponendo il visto d’ingresso per la popolazione turca e lasciando molte persone bloccate nel lato bulgaro del confine.

Le reazioni internazionali allora

L’esodo dei turchi di Bulgaria costituì il più grande movimento migratorio forzato avvenuto su suolo europeo dai tempi dell’espulsione dei tedeschi dai territori dell’Europa orientale, conclusasi circa 40 anni prima. Storicamente, si trattò di un fatto unico nel contesto della guerra fredda, dal momento che ebbe luogo attraverso il confine della cortina di ferro, fra uno stato membro del patto di Varsavia e uno della Nato. L’evento rimase tuttavia piuttosto assente sui media occidentali, essendo l’attenzione in quell’anno (1989) concentrata sugli sviluppi politici in altri paesi dell’Europa orientale come l’Ungheria, la Cecoslovacchia, la Polonia e la Germania dell’Est. La Bulgaria rimase fuori dalla scena, relegata a una posizione di “orientalità” che la marginalizzò ulteriormente, un fatto che giocò questa volta però a suo favore, dal momento che tali eventi non trovarono eco in Occidente.

Diversamente, la stampa turca dedicò ampio spazio ai fatti sulle prime pagine dei giornali e dei notiziari televisivi, provocando tra l’altro proteste di massa a Istanbul, in cui il regime bulgaro veniva condannato come “violatore dei diritti umani”.

Anche nella vicina Jugoslavia le vicende dei turchi bulgari ottennero rilievo mediatico, in un momento in cui, analogamente, le divisioni etniche si stavano rivelando una questione particolarmente spinosa. A distanza di tempo, le implicazioni di questo fatto potrebbero essere comprese anche secondo un’ulteriore linea interpretativa. Lo studioso Tomasz Kamusella, ha infatti ipotizzato come la mancata reazione delle potenze europee all’espulsione forzata della minoranza turca, nonché l’invisibilità della notizia sui media occidentali abbiano incarnato agli occhi di Milošević e di altri esponenti nazionalisti un precedente importante su cui fare affidamento nel momento di pianificare una simile strategia di pulizia etnica. Una tesi forse un po’ azzardata, ma su cui vale certamente la pena di riflettere.

La condizione della minoranza dopo la fine del regime Živkov

Con la deposizione di Todor Živkov e l’inizio della transizione democratica in Bulgaria, nel gennaio del 1990 venne fondato il partito “Movimento per i diritti e la libertà” (Dviženie za Prava i Svobodi – DPS) con a capo Ahmet Dogan, rappresentante gli interessi della minoranza. Nel corso dello stesso mese, si verificò il rientro di parte della popolazione turca esiliata (il cosiddetto Golyamoto Zavrăštane, “grande ritorno”), più di 130.000 persone, che provocò le proteste di centinaia di migliaia di bulgari, contrari al loro ritorno.

Nel periodo seguente, il nuovo governo cancellò le misure repressive adottate negli anni ‘70 ed ’80, reintegrando i nomi turchi, la libertà di stampa e di religione e la lingua turca nelle scuole della minoranza. Le dimostrazioni di opposizione della maggioranza bulgara proseguirono, ma per fortuna la situazione di tensione riuscì a placarsi anche grazie alla negoziazione pacifica fra il partito turco, il partito socialista e quello del nuovo presidente Želju Želev (Unione delle forze democratiche), che evitarono alla Bulgaria un destino tragico di sfaldamento secondo linee etniche che stava invece investendo la Jugoslavia.

Il ricordo delle discriminazioni oggi

Nel corso degli anni successivi, due presidenti e un primo ministro bulgari giunsero a porgere le proprie scuse ufficiali alla minoranza turca. Tuttavia, i procedimenti giudiziari contro i responsabili dei crimini non vennero mai portati a termine e fu solo nel 2012 che il parlamento bulgaro riconobbe ciò che accadde alla sua popolazione turca come “pulizia etnica”. Tuttora, i fatti in questione non vengono commemorati in maniera pubblica attraverso alcuna festività o occasione ufficiale comune e si può affermare che le generazioni più giovani sembrano non avere alcuna conoscenza di tali avvenimenti accaduti appena più di una trentina di anni fa nel paese.

La più grande minoranza turca nei Balcani post-ottomani continua a essere quella bulgara, che si impegna a tenere vivo il ricordo di ciò che è accaduto loro attraverso iniziative come quelle dell’organizzazione “In memoria di Tyurkyan” (V pamet na Tyurkyan), che si batte ancora per chiedere giustizia per le vittime di quei momenti bui.

A dispetto della sua rilevanza storica, la vicenda della popolazione esiliata alla frontiera bulgaro-turca rimane ancora oggi del tutto estromessa anche dalla storiografia occidentale. Sarebbe invece importante ricordare ogni caso di discriminazione e di violazione dei diritti delle minoranze avvenute su suolo europeo attraverso una narrazione del XX secolo realmente inclusiva che tenga debito conto anche di quei cosiddetti “margini” storici e geografici non così lontani da noi.

Immagine: http://bg-voice.com

Chi è Giustina Selvelli

Assistant professor presso l’università di Nova Gorica, si occupa di migrazioni e lingue, di minoranze e confini, di diversità bioculturale e sistemi di scrittura.

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