BIELORUSSIA: La comunità internazionale isola Lukashenko

Lo scorso 23 settembre, Lukashenko si insediava alla presidenza del paese con una cerimonia di inaugurazione tenutasi in gran segreto per paura delle proteste di massa. Dopo poche ore, le immagini dell’evento hanno dato nuovo impeto alle manifestazioni pacifiche, accompagnate dalle consuete repressioni che ormai sono diventate tristemente famose per la loro violenza. A distanza di due settimane, ripercorriamo i momenti salienti che hanno segnato i recenti sviluppi.

Le proteste coinvolgono tutta la società

È emblematico come ogni segmento della società bielorussa stia mettendo le proprie forze e capacità a servizio della causa comune. Ognuno lo fa a modo suo, rischiando alla stessa maniera: gli operai conducono scioperi sul posto di lavoro, i programmatori informatici penetrano all’interno dei siti degli organi statali, gli intellettuali organizzano discussioni con la partecipazione della società civile, gli sportivi boicottano le competizioni nazionali, persino le pensionate di Minsk hanno marciato per elezioni libere nel paese.

I simboli contro cui si accaniscono le autorità governative sono ormai diventati potenti strumenti che compaiono di giorno in giorno in luoghi pubblici sotto forma di graffiti e bandiere. In alcuni casi, anche un semplice kebab può veicolare messaggi di solidarietà nazionale.

Gli sviluppi a livello internazionale

A distanza di settimane dalle sollecitazioni a indire nuove elezioni, l’Unione Europea ha finalmente adottato delle sanzioni verso 40 ufficiali accusati di brogli elettorali e repressioni, senza però includere Lukashenko tra questi. Gli Stati Uniti hanno adottato una posizione simile a quella UE, mentre Regno Unito e Canada hanno incluso il leader del regime bielorusso.

Per quanto riguarda l’attività dell’opposizione all’estero, Svetlana Tikhanovskaja ha dapprima incontrato il presidente francese Emmanuel Macron a Vilnius, mentre è stata accolta a Berlino dalla cancelliera tedesca Angela Merkel e dal ministro degli esteri Heike Maas. A giudicare dall’intensificarsi delle visite ufficiali con capi di stato e ministri in Europa, Tikhanovskaja giocherà un ruolo fondamentale nella creazione di una cooperazione transnazionale che la riconosce come leader legittima della Bielorussia.

Di recente, le tensioni tra stati confinanti hanno preso una piega tragicomica: in Lituania, il canale LRT ha definito Lukashenko “precedente presidente bielorusso”. Per tutta risposta, il ministero degli esteri bielorusso ha annunciato l’intenzione di ridurre drasticamente il numero di diplomatici in servizio presso l’ambasciata polacca e quella lituana a Minsk. Anche se la situazione non è del tutto chiara, pare che tutte e tre le parti stiano richiamando parte degli ambasciatori.

Cosa potrebbe succedere a breve

La propaganda bielorussa annuncia il rarefarsi delle manifestazioni e l’affievolirsi dello spirito di protesta. La macchina a servizio del governo deve fare però i conti con la realtà dei fatti: Lukashenko non intende instaurare una forma di dialogo con il popolo, e così accresce il sentimento di repulsione da parte di quest’ultimo. Esattamente come prima, si può solo speculare sui possibili sviluppi.

Politicamente ed economicamente, il tempo non è dalla parte di Lukashenko. Le sanzioni e il suo mancato riconoscimento internazionale come capo di stato mettono pressione al regime, che ora dovrà scendere a patti con Mosca. La Russia, certamente favorevole a far ruotare la Bielorussia intorno alla propria orbita, continua a monitorare il corso degli eventi in maniera piuttosto riservata.

La crisi economica resta senza dubbio difficile da sostenere, soprattutto in previsione dell’inverno. In passato, Lukashenko ha potuto contare sui finanziamenti cinesi e russi, ma allo stato attuale, è molto improbabile che possa ricevere iniezioni di denaro tali da coprire due mesi di instabilità interna. Al contrario, è probabile che si assista a un ulteriore isolamento del paese a livello internazionale, con conseguente aumento delle tasse e taglio degli stipendi. Senza dubbio, questi fattori contribuiranno a fomentare il malcontento di una popolazione provata, ma determinata a ricostruire il paese (quasi) da zero.

 

Foto: TUT.BY

Chi è Martina Urbinati

Mi occupo di processi di democratizzazione e rafforzamento dello stato di diritto in Russia e Ucraina. Inoltre, tra i miei interessi di ricerca figurano sfide geopolitiche e interpretazioni conflittuali della memoria storica nell'area post-sovietica (paesi baltici, Bielorussia, Russia e Ucraina). Iscritta al Master in scienze politiche e sociali "MIREES" presso l'università di Bologna.

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