NAGORNO-KARABAKH: Nuovi scontri tra armeni e azeri, decine di vittime

Non c’è pace per il Nagorno-Karabakh, regione montuosa del Caucaso meridionale contesa da anni da Armenia e Azerbaigian e teatro all’inizio degli anni Novanta di una sanguinosa guerra che ancora oggi continua a generare tensioni. Dopo i preoccupanti incidenti verificatisi nel corso degli ultimi due anni, che hanno rischiato più volte di far riesplodere il conflitto, tra la notte di venerdì 1° aprile e la mattina del sabato successivo lungo la linea di confine tra l’Azerbaigian e la repubblica de facto del Nagorno-Karabakh si è verificata quella che è stata forse la più grave escalation di violenza che si sia mai vista negli ultimi vent’anni, dalla fine della guerra.

Al momento il conto ufficiale delle vittime parla di 32 morti, tra cui 18 militari armeni, 12 azeri e 2 civili di nazionalità armena, tra cui un bambino di 12 anni morto mentre la sua scuola, situata proprio a ridosso della linea di confine, veniva distrutta da un lanciarazzi Grad. Nonostante dal 1994 sia in vigore un accordo di cessate il fuoco, nel Nagorno-Karabakh gli scontri armati lungo la linea di confine con l’Azerbigian sono diventati quasi una consuetudine, anche se mai fino ad ora si erano contati così tanti morti in un solo giorno, così come mai dal termine della guerra si era assistito al contemporaneo utilizzo di carri armati, elicotteri, missili e artiglieria pesante nel corso di uno scontro armato.

Rimane difficile capire esattamente come abbiano avuto inizio gli scontri, dato che come sempre in questi casi la versione ufficiale armena e quella azera risultano essere contrastanti. Baku ha deunciato di essere stata attaccata per prima da una divisione dell’artiglieria armena che si sarebbe fatta strada in territorio azero grazie all’utilizzo di mortai, lanciagranate e dell’artiglieria pesante, fino ad occupare un villaggio nemico mietendo vittime civili; diversa è invece la versione di Yerevan, che ha dichiarato come Stepanakert abbia subito un massiccio attacco lanciato dall’esercito azero con carri armati ed elicotteri, respinto però dalle forze armate del Karabakh, che avrebbero abbattuto anche un elicottero Mi-24.

La recente escalation di violenza nel Nagorno-Karabakh ha finito per preoccupare anche Putin, che da Mosca ha chiesto ai due paesi l’immediato rispetto del cessate il fuoco, invitando i due schieramenti alla calma per evitare nuove vittime. Per cercare di mediare tra le parti, il ministro della Difesa russo Sergey Shoigu ha chiamato personalmente i colleghi di Yerevan e Baku, chiedendo la cessazione delle ostilità. La Russia finora ha sempre giocato un ruolo chiave nel processo di pacificazione del Karabakh, e già in passato il Cremlino aveva organizzato in diverse occasioni vertici separati con i presidenti di Armenia e Azerbaigian per porre fine agli scontri lungo la linea di confine.

Desta curiosità il fatto che sia Serzh Sargsyan che Ilham Aliyev, presidenti rispettivamente di Armenia e Azerbaigian, il giorno prima degli scontri si trovassero a Washington, per un incontro con il vice-presidente americano Joe Biden proprio sul tema della pacificazione del conflitto del Karabakh. Biden aveva deciso di organizzare dei colloqui separati con i presidenti dei due paesi per cercare di trovare una soluzione diplomatica al conflitto che potesse garantire nel lungo termine la stabilità della regione. I buoni propositi del vice-presidente americano sembrano però essere saltati dopo i recenti fatti di cronaca, che hanno dimostrato quanto la situazione sia lontana da una risoluzione.

Dopo i primi violenti scontri di venerdì e sabato, i combattimenti lungo la linea di confine non sembrano essere cessati del tutto, nonostante le dichiarazioni del ministero della Difesa dell’Azerbaigian, che domenica mattina attraverso un comunicato ufficiale ha fatto sapere di aver interrotto tutte le operazioni militari nella regione del Nagorno-Karabakh, venendo incontro alle richieste della comunità internazionale. Le stesse dichiarazioni sono state presto smentite dal ministero della Difesa dell’Armenia, che ha definito una trappola il comunicato azero.

Il conflitto tra armeni e azeri per il possesso del Nagorno-Karabakh scoppiò nel 1988, con l’Unione Sovietica ormai in fase di collasso, e si trasformò in guerra aperta nel 1992. Dopo due anni di intense battaglie che lasciarono sul campo circa 30.000 morti, nel 1994 Armenia e Azerbaigian furono convinti a firmare un accordo di cessate il fuoco, che però congelò il conflitto senza di fatto risolverlo, lasciando sospesa la sorte della regione, de facto indipendente ma de iure ancora parte dell’Azerbaigian. I crescenti sentimenti nazionalisti e le grandi tensioni accumulate dai due belligeranti negli ultimi 20 anni, unite all’inefficacia della diplomazia internazionale incaricata di trovare una soluzione pacifica al conflitto, hanno finito per creare nella regione una situazione insostenibile, tanto che tra schermaglie e scontri armati dal 1994 a oggi si sono registrate innumerevoli violazioni del cessate il fuoco.

Chi è Emanuele Cassano

Ha studiato Scienze Internazionali, con specializzazione in Studi Europei. Per East Journal si occupa di Caucaso, regione a cui si dedica da anni e dove ha trascorso numerosi soggiorni di studio e ricerca. Dal 2016 collabora con la rivista Osservatorio Balcani e Caucaso.

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