NAGORNO-KARABAKH: Frutta e social, si allarga il fronte degli scontri

Il conflitto del Nagorno-Karabakh è tornato a far parlare di sé nelle ultime settimane. L’escalation militare nella zona di Tavush, di cui abbiamo scritto nei giorni scorsi, fortunatamente, sembra essersi conclusa. La tensione nella regione resta, però, alta visto che, per la prima volta, si è combattuto sul confine internazionalmente riconosciuto tra Armenia e Azerbaigian, invece che su quello de facto tra la autoproclamata repubblica del Nagorno-Karabakh e il resto del territorio azero. 

In questo periodo, si è assistito a un altro evento che non aveva precedenti; gli usuali scontri verbali che vedono protagoniste le comunità armene e azere in giro per il mondo sono sfociati in violenza in diverse città del globo. Anche questi eventi, parallelamente a quelli al fronte, sono stati presentati in maniera antitetica dai mezzi d’informazione e sui social network nei due paesi.

La guerra delle albicocche e non solo

A Mosca, i problemi sono iniziati il 18 luglio, quando la catena di distribuzione alimentare Food City, appartenente a due imprenditori azeri, si è rifiutata di comprare le albicocche trasportate da cinquanta camion provenienti dall’Armenia. In risposta, la diaspora armena locale ha organizzato una catena di vendita alternativa della frutta e indetto boicottaggi ai danni dei commercianti azeri della zona. Nei giorni successivi, si sono registrati scontri nella capitale e in altre città della Russia, con ristoranti armeni e azeri attaccati da gruppi  di uomini armati di mazze.

Nel frattempo, gli armeni e gli azeri manifestavano in sostegno della propria madrepatria presso le rispettive sedi diplomatiche nel mondo. Questi movimenti, tendenzialmente pacifici, sono sfociati in violenza tra i due gruppi etnici a Londra (17 luglio), Los Angeles (21 luglio) e Bruxelles. La dinamica degli scontri è stata ovunque piuttosto simile, con gruppi di manifestanti delle due fazioni che si sono confrontati in strada.  

Una rappresentazione contrastante

Questi gravi episodi non hanno, al momento, avuto conseguenze più serie di alcuni feriti e qualche arresto. I media nei due paesi li raccontano con un unico paradigma. Si parla di manifestazioni pacifiche attaccate da un gruppo di facinorosi provenienti dall’altro gruppo etnico. Le notizie vengono poi pubblicate sui social network da giornalisti e semplici cittadini con toni all’insegna del vittimismo e appelli alla comunità internazionale a fermare l’aggressione altrui.

Accuse di tal genere ricalcano perfettamente quelle inerenti agli scontri sul fronte. Negli ultimi mesi, per esempio, sia Mammad Ahmadzada, ambasciatore dell’Azerbaigian in Italia, che il Consiglio per la comunità degli Armeni di Roma, hanno ribadito quanto  detto e ripetuto negli anni. 

Il diplomatico azero ha condannato l’Armenia per l’occupazione trentennale di territorio internazionalmente riconosciuto come parte dell’Azerbaigian – il Nagorno-Karabakh e sette distretti adiacenti. Ha ricordato anche l’espulsione dei cittadini azeri dai territori sotto occupazione armena e il massacro di Khojali, che vide la morte di 613 civili azeri nel 1992 per opera dell’esercito armeno. 

Il Consiglio per la comunità degli Armeni, in un comunicato dal titolo “L’Armenia vuole la pace, l’Azerbaigian la guerra”, ha accusato Baku di aver provocato l’escalation dei giorni scorsi e i conseguenti scontri in giro per il mondo. Ha anche citato il caso Safarov, l’assassinio di un ufficiale armeno da parte di un collega azero durante un’esercitazione della NATO, come esempio di “armenofobia”.

Chi semina vento raccoglie tempesta

Quanto sta succedendo al fronte e le successive violenze sono il risultato di anni di propaganda all’odio che hanno reso impossibile qualsiasi forma di dialogo. Le due parti si incolpano vicendevolmente senza provare a capire le ragioni dell’altro o fare autocritica. 

Come notato nei giorni scorsi da Thomas de Waal, autore dell’importante libro “Giardino Nero”, “un giorno gli armeni e gli azeri dovranno accettare compromessi dolorosi, superare le proprie riserve attuali, fare la pace e vivere di nuovo come vicini”.

Rivangare all’infinito i torti subiti è un atteggiamento utile a infuocare di odio la popolazione, ma non a raggiungere un accordo necessario per il bene dei due paesi.

Da parte armena servirebbe comprendere che il principio di autodeterminazione dei popoli non è sinonimo di secessione. L’attuale situazione che, come menzionato, vede parte del territorio azero occupato per effetto del conflitto negli anni novanta, non potrà mai essere accettata a Baku. Una qualche concessione territoriale è necessaria sul tavolo della pace.  

Da parte azera, invece, non sarebbe male rivedere le proprie azioni negli anni passati. Negare il genocidio armeno, glorificare un omicida e distruggere chiese e cimiteri armeni, non ha nulla a che vedere con l’occupazione del territorio azero. Ripensare la propria narrativa al riguardo sicuramente favorirebbe una distensione.

La prossima escalation tra i due paesi è, purtroppo, solo questione di tempo. In questo clima, sempre più teso, è bene chiudere parlando di due recenti iniziative che hanno visto le due parti collaborare. La prima è stata la co-produzione, da parte di giornalisti armeni e azeri, di un documentario sulla guerra in Nagorno-Karabakh. Si tratta di un’opera utile – la si può vedere qui – per capire le ragioni del conflitto e dell’attuale stallo dei negoziati. La seconda, è stata un appello alla distensione firmato da membri delle due comunità nel mondo.

Non è molto, ma sono le poche notizie che lasciano pensare ad un futuro migliore. 

Immagine: Sheryl Kirby

Chi è Andrea Zambelli

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