“Il cerchio”, l’ultimo grande romanzo di Mesa Selimovic

Il cerchio è l’ultimo romanzo di Meša Selimović (Tuzla 1910 – Belgrado 1982), autore dei più noti Il derviscio e la morte e La fortezza. Uscita postuma nel 1983, l’opera è, come si suol dire, incompiuta, ma — come il grande romanzo incompiuto per eccellenza, Le anime morte di Nikolaj Gogol’ — non risulta per questo “incompleta”, monca, né tanto meno imperfetta. Si tratta al contrario di un romanzo con un baricentro ben calibrato, che si rifrange in un gioco di specchi e parallelismi andando a intessere una trama narrativa stringente e avvolgente. In questo senso Selimović ci propone un testo che si riallaccia per forme e contenuti ai grandi classici di sempre, in primo luogo a quelli firmati da Lev Tolstoj, inconfondibili narrazioni confezionate magistralmente da una mano che sa perfettamente dove condurre il lettore, senza mai rischiare di perderne l’attenzione.

I temi

Al centro dell’attenzione del romanzo di Selimović ci sono allora i temi cari a tutti gli scrittori-filosofi: la natura umana, il valore e il senso della vita, la dignità dell’individuo, i rapporti tra il sé e l’Altro, la verità e la menzogna, la responsabilità del singolo. Sono temi che emergono man mano nel testo, affiorando in una sequenza a spirale: se dapprima vengono solo accennati, oltre l’accenno si sviluppa, acquistando dimensioni più ampie, per poi sviscerarsi ancora più avanti sotto altre forme e in altre sequenze narrative. Sequenze che, data anche la grande esperienza di Selimović come sceneggiatore, hanno molto di cinematografico.

Un’idea vale tante vittime?

L’attacco, per molti versi autobiografico (il fratello di Selimović, Šefkija, partigiano, venne fucilato dai suoi stessi compagni nel 1944), è quasi aneddotico nella sua semplicità, ma innesca una serie di motivi a catena che si dipanano lungo il testo: Vladimir viene a sapere che il fratello Mladen, di molti anni maggiore, morendo da “eroe della Rivoluzione” nell’ottobre del 1944, si rese (suo malgrado? – si domanda Vladimir) responsabile della morte con lui dei genitori, il cui decesso viene tuttavia del tutto obliato nella retorica jugoslava: conta solo Mladen per il partito; è lui l’eroe della Rivoluzione, cui viene addirittura dedicato un museo (la loro casa natale). Vladimir, l’unico Rađenović rimasto in vita, all’inaugurazione non viene invitato; la sua reazione è quella che si dipana, soprattutto a livello di riflessioni e confronti con altri personaggi, lungo i dodici capitoli seguenti. Una struttura che ricorda, per tornare ai classici russi, i romanzi dostoevskiani, così come una delle domande fondamentali che si pone Vladimir — “Un’idea vale tante vittime?” — non può che riecheggiare le riflessioni del Raskol’nikov di Delitto e castigo. Ecco quindi che l’eroe ci porta a ragionare sul ruolo delle azioni del singolo, sulla colpa e la responsabilità, intrecciando a ciò il contesto a un tempo specifico della Jugoslavia comunista e universalizzante. Non è solo il partito a rivelarsi inetto e sordo rispetto alle istanze del singolo, ma lo è anche la società moderna, quella della finanza e del capitale, ugualmente caratterizzata da un “monopolio dogmatico”, come osserva Božidar Stanišić nella postfazione al volume.

Una galleria di volti umani

L’aspetto sociale resta tuttavia sullo sfondo del romanzo, mentre al centro, assieme a Vladimir, incontriamo una serie di altri personaggi che con lui dialogano, si confrontano. Se a livello narrativo il torto subito dal protagonista — quello di non venire invitato all’inaugurazione del museo — ne tira fuori improvvisamente l’Io (l’Io che si distingue dalla massa), sul piano strutturale Selimović staglia su una dimensione appiattita della società jugoslava una galleria di volti singoli (e singolari), che ribadiscono il valore (a prescindere) della natura individuale. Vladimir rispetto ad essi si pone sempre su un piano binario, rappresentando un polo per motivi diversi contrapposto. Eppure, lo scrittore sa perfettamente come evitare di appiattire queste figure (il rischio della binarietà), che al contrario sono vicinissime a noi, piene di contraddizioni interne naturalmente umane. Piatto è il dogmatismo del partito (o della società di massa più in generale), caleidoscopico è l’animo umano, specie se refrattario all’asservimento ideologico.

Uno dei ritratti affrescati in maniera più affascinante è quello dello zio di Vladimir, un vecchio pittore che

Non riusciva più a dipingere, le mani gli tremavano, così legava il pennello alle dita con uno straccio e delle assicelle, e stendeva strani tratti, spigolosi, tremanti, ner­vosi. Fino a quella sua debolezza, che a lungo non aveva voluto ammettere con nessuno, era il pittore delle emo­zioni, dell’esperienza forte del colore, lirico e immediato, piacevole nel colore, mai brusco, senza ombre dure con cui definire gli orli delle cose, senza colori oscuri con i quali definire l’inquietudine dentro di sé e intorno a sé. […] Saliva, comunque, al suo atelier in mansarda, assicurava il pennello con gli stracci e le assi­ celle, e dipingeva quel che non voleva. «Ora sono in una nuova fase pittorica» diceva ridendo. «Dell’anzianità».

L’immagine del pennello legato alla mano del vecchio diviene simbolo della salvezza dall’aridità spirituale:

Vladimir era rimasto colpito quando aveva visto per la prima volta il vecchio legarsi con difficoltà il pennello alle dita della mano destra per poter dipingere. Gli era sembrato un le­garsi spaventato alla vita, non accettare la separazione dal significato, una fuga dall’impossibilità, non accettare la sconfitta. In quel gesto incredibile c’erano un amore immenso per la vita e l’eroismo davanti al pericolo im­minente: la mano trema, le dita non hanno la forza di af­ferrare il pennello, l’unica sua funzione umana diventa impossibile e dunque obbligheremo la natura a piegarsi e l’impotenza a ritirarsi. Sono commoventi la voglia di combattere e la fede nel successo. In base a questo, im­magina che non l’abbia colto la disperazione: ha creduto in se stesso e nelle proprie possibilità fino alla fine.

Scoprire se stessi attraverso il dolore

Vladimir nel corso del romanzo prende allora coscienza di sé e comprende che l’identità si costituisce in fondo attraverso il dolore, l’assenza, le ferite, la perdita; questa presa di coscienza può avere (almeno) due reazioni, la ribellione o l’accettazione, ma porta in ogni caso con sé un’estrema consapevolezza e un profondo disincanto rispetto a ciò che ci circonda.

Non sa neanche che cosa sente in quel momen­to. Non è gelosia, di certo. È una sensazione presente già da giorni: l’esperienza dell’allontanamento, del vero allontanamento, fisico, e in quel modo strano comincia e perdura e non ha fine. L’allontanamento è reciproco, e lui e lei vanno in una qualche direzione, molto inde­terminata, senza verso né senso, e l’esperienza è molto forte, sebbene a nulla abbiano messo fine. E poi, in quel costante andarsene, sembra ripetersi continuamente lo stesso film, si perde tutta la concretezza che ricorda la situazione reale e la persona, tutto si riduce agli occhi di una donna, e anche quelli si trasformano in un’idea. Finché infine tutto sublima in una sensazione di perdi­ta, precisa e generica, e di vuoto del cuore e del mondo, uno e intero. Ciò che è cominciato con lei, che ne è mo­tivo e ragione, continua in ciò che gli è noto da prima, da tempo e da sempre, così che lui vive la sensazione di vuoto come un contenuto sostanziale della vita: è co­minciata con un vuoto, e a ciò non vi è rimedio, un al­tro vuoto la minaccia continuamente in infinite forme, e non può essere evitato. La vita è una serie ininterrotta di perdite, e una perdita è sempre una morte, qualsiasi essa sia. Se non è Nina, sarà lo zio. Se non è una persona, sarà un’idea. Ci sarà sempre qualcosa che può diventare una perdita.

Lingua e traduzione

A far apprezzare Il cerchio di Selimović, pubblicato dalla casa editrice Bottega Errante nel 2019, è anche la traduzione di Elisa Copetti, capace di dare un assaggio della scrittura fluida e chiara dell’originale. In nota sono riportati anche alcuni degli appunti che Selimović aveva aggiunto a margine dei sette quaderni che conservano ad oggi il romanzo. Una di queste note spiega l’idea precisa che lo scrittore aveva della lingua impiegata dai suoi personaggi:

«Fino a questo punto ho sempre pensato che l’azione si svolgesse a Belgrado, per questo i perso­naggi parlano in ekavo. Ma mi dava fastidio, la frase era rigida, tutto sembrava d’altri. Perciò ho deciso di spostare l’azione a Sarajevo e che la parlata fosse ijekava. Questo mi appartiene davvero, sebbene ammetto che l’ekavo è più economico e moderno […] In seguito mi è dispiaciuto perdere l’ambientazione della grande città, e ho lasciato tutto a Belgrado, ma tutti i personaggi parlano in ijekavo; questa è la mia parlata e non traspongo in fonogrammi quel che dicono i miei personaggi».

È quindi Belgrado a stagliarsi sullo sfondo del romanzo, con il suo fiume e la sua isola Ada Ciganlija, dove Nina, uno dei personaggi, forse “sie­de davanti a un piccolo caffè pittoresco […], oppure passeggia sull’isola, in fuga dalla città rovente e chiassosa. E da se stessa” — e noi con lei.

 

Immagine: BEE

Chi è Martina Napolitano

Dottore di ricerca in Slavistica presso l'Università di Udine, è direttrice editoriale di East Journal e scrive principalmente di Russia. È caporedattrice della sezione Europa Orientale.

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