NAGORNO-KARABAKH: Cronache dal terzo giorno di scontri

Dal 27 settembre infuriano gli scontri armati tra gli eserciti armeno e azero lungo la linea che divide la repubblica separatista del Nagorno-Karabakh e l’Azerbaigian. Questa regione montuosa del Caucaso meridionale a maggioranza etnica armena, de iure sotto il controllo di Baku, che ne reclama il possesso in base al principio di integrità territoriale sancito dall’articolo 2 della Carta Onu, ma de facto indipendente grazie al sostegno di Erevan, continua dopo quasi trenta anni ad essere teatro di aspri conflitti e oggetto di apprensione per la comunità internazionale.

La cronaca dei primi due giorni di scontri:

Nuova escalation in Nagorno-Karabakh, Erevan e Baku dichiarano la legge marziale

Nagorno-Karabakh: La guerra non si ferma

Che cosa sta succedendo in Nagorno-Karabakh?

Come già successo nel mese di luglio, le due parti si rimpallano accuse e responsabilità. L’Armenia afferma di avere subito attacchi di aerei militari e artiglieria pesante contro alcuni centri abitati e di aver risposto al fuoco (abbattendo due elicotteri e tre droni e distruggendo tre carri armati nemici); l’Azerbaigian smentisce, sostenendo di aver lanciato la controffensiva solo dopo che gli armeni avevano attaccato le sue postazioni. Sia il numero delle vittime, sia la porzione di territorio che le truppe azere avrebbero riguadagnato sono incerti. Riguardo alla prime, Erevan ha riconosciuto la perdita di 84 militari, mentre non si sa a quanto ammontino le perdite tra i civili da entrambe le parti. Riguardo al territorio, Baku sostiene di avere conquistato la vetta del monte Murov e sette villaggi nella zona di Talish, prima in mano agli armeni, i quali hanno smentito, affermando di aver ripreso il controllo della zona.

La situazione all’interno dei due paesi rimane tesissima. Il premier armeno Nikhol Pashinian ha decretato la legge marziale e l’obbligo degli uomini tra i 18 e i 55 anni a non lasciare il paese. Gli ha fatto eco il parlamento dell’Azerbaigian con misure simili. L’Internet Observatory dell’Università di Stanford ha riferito che allo scoppio del conflitto, in tutto l’Azerbaigian si sono registrate restrizioni ai social media e al web. Per Baku, s’è trattato di una scelta doverosa per contenere gli attacchi informatici esterni. Secondo Thomas De Waal, giornalista britannico autore di importanti libri sulla geopolitica del Caucaso (come “Black Garden: Armenia and Azerbaijan Through Peace and War”), gli azeri sono spinti ad azioni drastiche dall’intreccio di tre fattori: il deciso sostegno della Turchia, provato dalle dichiarazioni del premier Recep Tayyip Erdoğan durante gli incidenti di luglio, la mancanza di leadership dei paesi dell’OSCE e la latitanza dell’amministrazione Trump a causa delle imminenti elezioni negli Stati Uniti.

Turchia e Russia divise

Le risposte di Russia e Turchia alla ripresa delle ostilità nel Caucaso meridionale hanno avuto toni opposti. Mosca, che vende armi ad entrambi i paesi ma ha legami più solidi con l’Armenia, membro dell’alleanza difensiva guidata dalla Russia, l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO), ha espresso tramite il ministro degli esteri Sergei Lavrov preoccupazione per il conflitto e reclamato una soluzione diplomatica. Allo stesso tempo, tuttavia, pare che ingenti forniture militari russe siano giunte ad Erevan attraverso l’Iran. Ankara ha invece impiegato parole assai più dure: il presidente, Erdoğan, ha dichiarato il sostegno all’Azerbaigian “con ogni mezzo”. Mentre le tensioni sul campo di battaglia e sul fronte diplomatico non sembrano attenuarsi, le insistenti notizie sul ruolo di Ankara hanno suscitato un vespaio. Un jet armeno SU-25 sarebbe stato abbattuto da un F-16 turco decollato dalla base aerea di Ganja in Azerbaigian e 4.000 mercenari siriani sarebbero stati inviati in Nagorno-Karabakh da Erdoğan a combattere contro gli armeni. Entrambe le notizie sono state categoricamente smentite sia da Ankara che da Baku, ma è chiaro che la situazione presenta risvolti sempre più tragici, ancor più che ai tempi della guerra dei quattro giorni, nel 2016.

Nel frattempo si è attivata la diplomazia internazionale. La questione del Nagorno-Karabakh è stata discussa ieri in sessioni straordinarie del Consiglio Permanente dell’OSCE, del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Le tre organizzazioni hanno invitato genericamente le due parti a cessare le ostilità, una reazione accolta con disillusione e ironia in Armenia e Azerbaigian. Diffile, però, aspettarsi un risultato più incisivo visto che questi enti sono paralizzati da trent’anni dai veti incrociati e il rifiuto a qualsiasi compromesso proprio di Baku e Erevan.

La situazione del Nagorno-Karabakh, insomma, è incandescente, ben lontana dal “conflitto congelato” descritto da molti analisti dopo gli accordi di Bishkek del 1994. Starà adesso al gruppo di Minsk dell’OSCE, incaricato di trovare una soluzione al conflitto, cercare di riaprire il dialogo tra Erevan e Baku, ma anche tra Mosca e Ankara, prima che l’incendio divampi ancor più in un conflitto su larga scala.

Immagine: Agence France-Presse

 

Chi è Leonardo Zanatta

Nato e cresciuto a Bologna, ha vissuto per diverso tempo in Azerbaigian e Russia. Laureatosi in Scienze internazionali e diplomatiche, frequenta il secondo anno di magistrale MIREES (Interdisciplinary studies on Eastern Europe). I suoi ambiti di ricerca coprono prevalentemente sicurezza energetica, conflitti regionali e cooperazione economica nel Caucaso e in Asia Centrale. Scrive per East Journal da inizio 2020 e ha collaborato con il Caspian Center for Energy and Environment di Baku, il Caucasus Asia Center, l'Istituto Analisi Relazioni Internazionali (IARI) e Geopolitica.info.

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