BASKET: Radivoj Korać, a un tiro dal record di Chamberlain

di Luca D’Alessandro

Un viaggio nei Balcani non può ragionevolmente escludere una visita a Sarajevo. La capitale della Bosnia rimane una delle tappe obbligate se si vuol conoscere questa travagliata zona della Terra. Una volta uscito dalla città, in direzione nord, un ipotetico viaggiatore trova per la sua strada verdi colline e piccoli paesi. Se però è un appassionato di pallacanestro, allora inizierà facilmente a formarsi un nodo alla sua gola appena passato il paesino di Vogošća.

La strada è chiaramente rimessa in sesto da poco, con l’asfalto lucido e le linee bianche bene in evidenza. Sul lato della strada a un certo punto il marciapiede si allarga un po’, e compare una piccola lapide bianca nell’erba che fiancheggia la via. Un unico piccolo blocco di pietra dalla cima stondata, alla sommità vi è rozzamente inciso il simbolo di una delle religioni pagane più seguite nella zona, il pallone arancio a spicchi avvolto nella retina del canestro. La dedica è altrettanto semplice, e non lascia spazio a dubbi sul motivo dell’omaggio: in questo luogo il 2/6/1969 è morto in un incidente d’auto il grande giocatore di basket Radivoj Korać”.

Il terribile ragazzino di Sombor

Il basket jugoslavo non è ancora al livello della superpotenza europea a cui siamo abituati oggi, quando il sedicenne Radivoj si affaccia al mondo della palla a spicchi. Nato nella città di Sombor, ultimo avamposto della bellissima Vojvodina, così tanto influenzata dai vicini ungheresi e rumeni, ma presto trasferitosi a Belgrado con i genitori e il fratello Djordje, Korać viene scovato da uno dei padri fondatori della pallacanestro balcanica, Borislav “Bora” Stanković, appena insediatosi sulla panchina del BSK Belgrado.

Che il nuovo ragazzino abbia un qualcosa in più rispetto agli altri lo si capisce appena mette palla a terra al primo allenamento. La folta chioma lo rende immediatamente riconoscibile, tanto che il nomignolo Žućko lo accompagnerà per tutta la carriera, ma è nella metà campo offensiva che mostra perché rimarrà per sempre nella storia del gioco. Non che sia esente da difetti: la mano destra potrebbe anche non averla per l’utilizzo che ne fa, da qualsiasi parte del campo inizi la sua azione, palleggia sempre e solo con la sinistra; sfoggia una tecnica di tiro retrò, abbondantemente rivista e superata già al tempo, portandosi la palla ben sopra la testa e sfruttando praticamente solo il mancino, mentre la destra serve giusto per mantenere la sfera sulla mano importante. I liberi poi li tira tutti dal basso, con la sfera lanciata a due mani dalle ginocchia.

Quando però quella meravigliosa mano sinistra dà del tu alla palla a spicchi; quando la sua straripante forza fisica impedisce a qualsiasi difensore di fermare il lento incedere a canestro per un facile appoggio; quando alle doti atletiche unisce pochi fondamentali espressi ai limiti della perfezione, palleggio e passaggio su tutti; se è pure dotato di un’intelligenza, cestistica e non, totalmente fuori dal comune; ecco allora che Radivoj Korać sale quasi istantaneamente al rango di fuoriclasse.

Già nelle giovanili inizia a far parlare di sé, quando spesse volte segna tutti i canestri della sua squadra, ovviamente vincendo la partita. Dopo la leva militare (in cui storie narrano di un record nel salto in alto timbrato a 1.99, roba da medaglia olimpica all’epoca) diventa definitivamente un membro della prima squadra. Stanković lo fa giocare ala grande, e anche tra i senior non perde il vizietto di segnare una caterva di punti. Il BSK è diventato OKK Belgrado, e grazie ai canestri di Korać si prende il ruolo di nuova regina del campionato jugoslavo.

Una carriera fenomenale

Žućko gioca tredici anni tra le fila del OKK: vince quattro campionati, una coppa nazionale, e sette volte il titolo di miglior realizzatore, quattro di questi consecutivamente tra il 1962 e il 1965. Di contro avrà poca fortuna nelle competizioni internazionali: con la maglia della Jugoslavia arrivano cinque argenti (due europei, due mondiali e uno olimpico), mentre in Champions Cup non andrà oltre le semifinali del 1965 perse contro il Real Madrid. Ma proprio quell’anno giocherà le due partite più famose della sua carriera.

Avversaria dell’OKK in Champions è la compagine svedese dell’Alvik BK di Stoccolma. L’andata vede gli jugoslavi prevalere 90-136 e Korać firma 71 punti. Il ritorno a Belgrado inizia proprio con due suoi liberi, e Žućko è talmente straripante che Bora lo lascia a riposare in panchina per lunga parte dell’ultimo quarto, tanto è il divario tra le squadre. Il coach aveva previsto che sarebbe stato un doppio confronto senza storia, adatto a segnare qualche record, ma non immagina quanto. Alla fine della partita il tabellone recita 155-57 per l’OKK, e quando gli arbitri prendono il referto in mano vedono una sfilza di 5, il suo tipico numero di canotta, accanto alla colonna dei canestri segnati. Decidono di contarli, perché nessuno tiene statistiche all’epoca, e il totale fa spavento: Korać ha segnato 99 punti. Stanković si mangerà le mani, ad averlo saputo prima si poteva superare tranquillamente l’iconica quota 100, stabilita tre anni prima da Wilt Chamberlain.

Gli ultimi giri di giostra

Radivoj Korać è un ragazzo di cultura sopraffina. Ama il teatro e la musica, il suo status di icona gli permette di importare a Belgrado i grandi classici della letteratura moderna anglosassone e i successi dei Beatles. Così quando compie 28 anni e finalmente ne ha la possibilità, decide subito di andare all’estero. Passa un anno in Belgio e poi va al Padova. Ovviamente sarà capocannoniere in entrambi i campionati, ma non potrà impedire alla squadra veneta di retrocedere.

Nell’estate dopo l’avventura italiana si ritrova di nuovo col gruppo della nazionale, per disputare una partita amichevole a Sarajevo contro una selezione bosniaca. L’occasione è la festa di fine anno del Bosna, allenato dal suo ex compagno Tanjevic. Dopo il match vanno a cena tutti insieme, Korać si concede anche un rarissimo bicchiere di whisky. La mattina dopo si sveglia comunque di buon ora insieme a coach Zeravica, pronto a tornare a Belgrado. Ama guidare ma c’è una pioggerellina fastidiosa che rende scivoloso l’asfalto, infida per lui che ha preso la patente solo due anni prima in Belgio. Poco dopo Vogošća decide di sorpassare un camion che sta andando troppo piano, ma ne arriva un altro nella corsia opposta e non lo vede. Non può nulla, viene centrato in pieno e la sua Volkswagen viene sbalzata fuori strada. Zeravica vede tutto e fa marcia indietro, ma non c’è nulla da fare. Radivoj Korać ci lascia il 2 giugno 1969, appena trentenne. Da quel giorno, il 2 giugno nessuno mai più giocherà a pallacanestro sui campi jugoslavi.

Foto: Metropolitan Magazine

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