STORIA: La Primavera di Praga, Longo e la svolta del PCI

Il 6 maggio del 1968 si incontravano a Praga il segretario del partito comunista cecoslovacco Alexander Dubček e il suo pari italiano Luigi Longo. Con quella visita il PCI ribadiva il pieno sostegno dei comunisti italiani al nuovo corso di Dubček, nel contesto della stagione di grande mobilitazione politica passata alla storia come Primavera di Praga.

Si può andare. Ma dobbiamo sapere fin d’ora che, una volta andati là ed espressa la nostra solidarietà, poi, qualunque cosa accada, non potremo tornare indietro”.

Queste le parole con le quali Longo salutò Gian Carlo Pajetta poco prima di partire per la capitale cecoslovacca. Quel viaggio così significativo avrebbe collocato il PCI a difesa di Dubček e del suo socialismo dal volto umano, nello stesso momento in cui le pressioni del Cremlino sulla Cecoslovacchia si facevano sempre più forti, fino all’intervento militare del 21 agosto che pose fine a quel periodo storico.

Pražské Jaro

Dal gennaio all’agosto del 1968, i cecoslovacchi conobbero nel giro di qualche mese una nuova stagione politica e la sua stessa negazione. Dubček si pose alla guida di una straordinaria mobilitazione sociale, culturale e politica che portò il paese a conoscere un grado di liberalizzazione inedito per la Cecoslovacchia comunista, con una partecipazione popolare volta al completo riesame del modello socialista affermatosi fino a quel momento.

Per comprendere la portata di quei fatti, basta citare come sulla scrivania di Dubček arrivarono addirittura richieste di ripristino dei vecchi partiti borghesi, una pretesa impensabile per un regime comunista a partito unico, ma che inquadra bene lo spirito del tempo e lo straordinario entusiasmo che animò la popolazione cecoslovacca durante quelle settimane di grandi cambiamenti.

Mentre in pochi mesi nascevano in Cecoslovacchia associazioni culturali, comitati di intellettuali, organizzazioni sociali indipendenti, e dal punto di vista economico veniva ridiscussa l’ipotetica infallibilità della pianificazione centrale governativa, Dubček prima elaborò e poi tentò di mettere in pratica il suo “Piano d’Azione”, il programma politico per rispondere alle innumerevoli sollecitazioni provenienti dalla società cecoslovacca. Il suo tentativo di porsi alla guida di un progetto di tale portata fece notizia negli ambienti comunisti europei e raccolse da subito un approccio favorevole da parte del PCI, sostegno che si fece sempre più consistente con il passare delle settimane.

I dirigenti comunisti, e in particolare Longo, rimasero affascinati dai rapidi cambiamenti che la società cecoslovacca, unita con il suo leader Dubček, stava affrontando per sperimentare un rinnovamento teorico e politico della società socialista, cambiamento che per Longo “ci riguardava da vicino” e che per Pajetta sollevava “temi essenziali” agli occhi dei comunisti italiani, per rafforzare la credibilità del socialismo e dell’intero movimento comunista internazionale.

Il sostegno di Longo e del PCI

La segreteria di Luigi Longo alla guida del PCI è passata alla storia come transitoria, schiacciata dai due attori principali del comunismo italiano, Palmiro Togliatti prima ed Enrico Berlinguer poi. Per questo è spesso sciaguratamente ignorata da molti storici della politica italiana, ma gli anni Sessanta di Longo e del PCI furono in realtà determinanti per le sorti del movimento comunista italiano ed europeo. Sotto la segreteria di Longo si sviluppò infatti la prima grande rottura dei comunisti italiani con i pari dell’Unione Sovietica.

Fino all’esperienza cecoslovacca del socialismo dal volto umano, il PCI si era limitato a leggere la storia sempre più o meno in linea con le esegesi sovietiche. Anche se durante la crisi ungherese del ’56 vi furono molte voci critiche della repressione militare, la linea ufficiale del PCI fu favorevole alle decisioni del PCUS. Longo portò il suo partito ad assumere per la prima volta una posizione fortemente ostile all’URSS, riprendendo la vecchia formula di Togliatti dell’unità dei partiti comunisti nella diversità delle peculiarità nazionali.

La monumentale opera di rinnovamento e di democratizzazione della Primavera di Praga venne accolta dai comunisti italiani con particolare entusiasmo: le nuove prospettive politiche aprivano alla costruzione di un socialismo finalmente diverso da quello realizzato in Unione Sovietica, un socialismo dal volto umano che potesse coniugare i principi teorici della dottrina con quelli della democrazia su cui si basavano i regimi occidentali dell’Europa. Come ribadì Longo davanti allo stesso Dubček, occorreva “un’immagine più ricca, l’immagine di un socialismo giovane, dinamico, aperto alle esigenze nuove di libertà della cultura e di democrazia”.

Nonostante i pericoli insiti in un’opera di rinnovamento di tale portata, quanto avvenne in Cecoslovacchia fu apertamente supportato a più riprese da Longo e dai più rilevanti esponenti del PCI, anche quando l’atteggiamento dei paesi del Patto di Varsavia, e della stessa URSS, si fece progressivamente più animoso all’intensificarsi dell’azione riformatrice. Numerose furono le testimonianze di esponenti del PCI che a Praga vedevano un nuovo orizzonte politico. A partire dal segretario Longo, importanti funzionari comunisti dell’epoca come Pajetta, Galluzzi, Boffa, Napolitano, Ingrao, Berlinguer, pur mantenendo posizioni più o meno favorevoli all’operato di Dubček, dimostrarono un’apertura o un sostegno verso i tentativi cecoslovacchi di cercare una via nazionale al socialismo, perché “il cappello va scelto a misura della testa”.

La capacità di Longo, durante la Primavera come dopo la sua soppressione, fu proprio quella di sintetizzare le istanze provenienti dalle varie anime del partito, portando il PCI a mantenere una posizione quasi eretica all’interno del campo socialista.

“Grave dissenso” e “riprovazione”, la condanna dell’invasione e la sfida all’URSS

La risposta del PCI alla decisione delle potenze del Patto di intervenire militarmente in Cecoslovacchia e porre fine all’epopea di Dubček fu coerente con la linea politica intrapresa. Furono gli stessi Longo e Pajetta nelle loro testimonianze a definirsi sorpresi e fortemente amareggiati dall’invasione, ma non per questo meno decisi nella condanna dell’intervento. Nei giorni immediatamente successivi, ogni comunicato o direzione di partito, ciascun articolo di giornale o rivista comunista, non risparmiò aspre critiche alla decisione degli invasori, arrivando espressamente alla richiesta di ritiro delle truppe dalla capitale cecoslovacca. Dal “grave dissenso” e dalla “riprovazione” espressi dal PCI all’indomani dell’aggressione militare, le letture dei comunisti italiani rimasero fedeli alla posizione presa anche nelle settimane e nei mesi a venire.

Da quel momento, i comunisti italiani si posero a difesa della possibilità per i differenti partiti comunisti di ricercare una propria via alla costruzione della società socialista con peculiarità nazionali, che non potevano e non dovevano essere predeterminate da Mosca come da nessun altro. Per Longo, la questione fondamentale riguardava “il principio irrinunciabile della autonomia, indipendenza e sovranità nazionale di ogni stato, e dell’autonomia e sovranità di ogni partito comunista”. Il PCI si fece perciò baluardo della necessità storica di poter leggere i fatti in maniera diversa da quanto faceva il Cremlino, senza per questo dover subire attacchi ideologici tesi a sconfessare la natura socialista del pensiero.

Le stesse condizioni di salute di Longo andarono di pari passo con gli accadimenti cecoslovacchi. Nei mesi della Primavera, il segretario dei comunisti italiani si recò personalmente a Praga per portare il supporto e la solidarietà internazionalista a Dubček e agli altri principali attori del rinnovamento, spingendosi con convinzione oltre i naturali contatti diplomatici e instaurando una reale amicizia politica con il leader riformatore. Si potrebbe addirittura pensare che l’aggravamento delle sue condizioni di salute fu conseguenza parziale del forte rammarico dovuto alla decisione sovietica di intervenire militarmente per mettere fine alla crisi.

Seguendo le orme di Longo, le parole pronunciate da Berlinguer a Mosca, in occasione della conferenza mondiale dei partiti comunisti del giugno del 1969, rimarcarono le differenze tra la visione italiana e quella sovietica. Colui che avrebbe di lì a poco preso le redini del partito pronunciò pubblicamente un discorso fortemente critico delle interpretazioni sovietiche, senza cedere il passo nemmeno davanti ai numerosi scontri dialettici con il Cremlino e alla possibilità di una rottura reale con il Blocco orientale.

La presa di posizione dei comunisti italiani sui fatti di Praga fu perciò ostile quanto netta all’interpretazione dei sovietici, anche se non si arrivò a una spaccatura definitiva e a una rinnegazione del ruolo storico dell’Unione Sovietica nel contesto della Guerra fredda e della lotta all’imperialismo. La divergenza di vedute sugli eventi cecoslovacchi avrebbe caratterizzato la discussione politica di quei mesi ricchi di avvenimenti, ponendo le basi per la successiva formulazione della politica euro-comunista, che negli anni a venire avrebbe cambiato radicalmente la strategia politica, la base sociale, e l’intera visione teorica dei comunisti italiani.

Chi è Leonardo Benedetti

Nato, cresciuto e laureatosi a Roma, si è innamorato della Mitteleuropa dopo un soggiorno studio a Praga. Attualmente vive in Polonia dopo aver transitato tra Romania e Repubblica Ceca, dedicando a quest'ultima gran parte dei suoi sforzi accademici ma soprattutto epatici.

Leggi anche

belgrado guerre

STORIA: Quando a Belgrado si scendeva in piazza contro la guerra

Nei primi anni Novanta Belgrado fu teatro di una resistenza civica contro le guerre del regime di Slobodan Milošević. Storia di una generazione che non si rassegnava alla fine nel sangue della Jugoslavia

WP2Social Auto Publish Powered By : XYZScripts.com

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: