OSSEZIA DEL SUD: Stalinir, un nuovo/vecchio nome per la capitale

Il presidente della repubblica de facto dell’Ossezia del Sud, Anatoly Bibilov, ha stabilito, in un decreto del 27 aprile, che la capitale Tskhinval riassumerà, in via temporanea, il vecchio nome Stalinir parallelamente a quello attuale. La doppia denominazione verrà utilizzata in occasione delle festività del 9 maggio e del 22 giugno, giorni in cui si commemora la vittoria e l’inizio della Seconda Guerra Mondiale per l’Unione Sovietica. Obiettivo del decreto è quello di: “Rinsaldare la memoria storica” della popolazione osseta.

Un nome, un programma

La capitale dell’Ossezia del Sud ha cambiato più volte nome nel corso del Novecento, uno specchio della sua storia complessa. Nel 1934, è stata ribatezzata Stalinir, in onore del dittatore georgiano nato nella città di Gori, a pochi chilometri di distanza. Nel 1961, dopo il famoso XX Congresso del Partito Comunista (1956) che diede avvio alla “destalinizzazione“, riprese il vecchio nome, ma nella sua versione georgiana, Tskhinvali. In base all’articolata architettura federale dell’impero, l’Ossezia del Sud costituiva, infatti, una oblast autonoma in seno alla Repubblica Socialista Sovietica Georgiana.

La repubblica dichiarò unilateralmente la sua indipendenza da Tbilisi nel 1991 e la città venne ufficialmente ribatezzata Tskhinval dalle sue nuove autorità con il fine di affermarne il carattere osseto. La Georgia ha sempre mirato a reintegrare l’Ossezia del Sud e questo è stata causa di una serie di conflitti, il più noto dei quali  – la “Guerra dei Cinque Giorni” (2008) – vide l’intervento dell’esercito russo in supporto dei separatisti.  

L’indipendenza dell’Ossezia del Sud – dal 2017 autoproclamatasi anche Stato di Alania – è riconosciuta solo da cinque membri delle Nazioni Unite (Federazione Russa, Nicaragua, Venezuela, Nauru e Siria), oltre che dalle altre repubbliche de facto dello spazio post-sovietico. La maggior parte degli stati considera la regione come parte della Georgia e per questo sui media internazionali, incluso East Journal, si usa, solitamente, la versione Tskhinvali.

Verso una ri-stalinizzazione?

La decisione delle autorità di Tskhinval/Stalinir non è un unicum nell’area post-sovietica. Donetsk, capitale dell’omonima Repubblica Popolare, una delle entità separatiste emerse dalla guerra in Ucraina orientale, verrà chiamata col vecchio nome, Stalino, in occasione delle festività del 9 maggio, 22 giugno e 8 settembre, giorno in cui si celebra la liberazione del Donbass.

Riesumare il nome di Stalin non può che essere una scelta controversa e fa temere una possibile riabilitazione della sua figura in Russia e nelle varie entità separatiste supportate dal Cremlino. Come scrivevamo qualche tempo fa, un sondaggio del Levada Center del 2016 ha rilevato che per il 40% degli intervistati “Stalin ha portato più cose positive che negative”. Questo nonostante la già menzionata campagna di destalinizzazione e i circa dodici milioni di morti ascrivibili agli ordini del dittatore georgiano. Il mito di Stalin, legato alla celebrazione della vittoria della “Grande Guerra Patriottica”, è ancora presente nel discorso ufficiale russo, nel cinema in primis, ma anche a livello popolare. Come ogni anno, lo scorso 5 marzo in tanti hanno reso omaggio alla tomba del Vozhd presso le mura del Cremlino nell’anniversario della sua morte. Non è chiaro, però, se Mosca persegua una precisa politica di riabilitazione o cerchi di assecondare le idee della fascia più anziana della popolazione.

La figura di Stalin desta controversie anche dall’altra parte della barricata, in Georgia. Le fosse comuni scoperte a Tbilisi e a Batumi dimostrano come il terrore staliniano non abbia risparmiato la patria del dittatore, ma il mito della sua figura è ancora presente, in maniera affievolita, tra i georgiani. A fronte di una legge che vieta lo sfoggio pubblico di simboli sovietici dal 2011, il culto staliniano perdura soprattutto tra le vecchie generazioni. Nelle campagne si possono ancora trovare ritratti del dittatore appesi alle finestre, mentre, a Tbilisi, un gruppo di anziani comunisti si è attivato per restaurare la Tipografia di Stalin. All’interno di questa sorta di Mecca comunista, un signore racconta in modo sinceramente appassionato le gesta eroiche del giovane Koba nella Russia zarista.

A Gori, dove si può visitare il famoso Museo di Stalin, si è discusso per anni dell’opportunità di ripristinare la statua del dittatore che le autorità avevano rimosso dalla piazza centrale della città nel 2010, di notte, nel timore di scatenare una protesta. Va detto, però, che il mito di Stalin sembra non interessare le generazioni di georgiani cresciute dopo il crollo dell’Unione Sovietica.

Nonostante sia passato più di mezzo secolo dalla morte di Stalin, il suo fantasma non ha lasciato i paesi dell’ex Unione Sovietica. Ricompare sulle cartine geografiche e nei dibattiti politici e gli viene attribuito il merito della vittoria della Seconda Guerra Mondiale, costata la vita a milioni di cittadini sovietici. Difficile dire quanto tempo passerà prima che la sua figura venga relegata ai libri di storia.

Immagine: The Furious Panda

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