STORIA: Le Spartachiadi, l’alternativa comunista ai “borghesi” Giochi Olimpici

All’interno del neonato stato socialista sovietico, anche lo sport, così come tutti gli altri ambiti della vita sociale, politica ed economica dell’individuo e della massa, andava riportato nell’ottica ideologica del partito. Lo sport nella sua variante agonistica, ovvero inteso nella sua accezione decoubertiana e quindi irrimediabilmente “borghese” agli occhi bolscevichi, non poteva esistere in Unione Sovietica. Negli anni Venti la direzione politica del paese si impegnò affinché la cultura fisica e sportiva si rivolgesse in primo luogo alle masse (e non al singolo), per indirizzarle verso una maggiore e profonda coesione sociale, verso valori come la solidarietà. Lo sport doveva in primo luogo garantire il benessere psico-fisico del popolo sovietico. Fu per questo motivo che l’Urss scelse di boicottare le prime edizioni dei Giochi Olimpici.

L’Internazionale Sportiva

Nel 1920 l’Unione Sovietica aderì all’Internazionale Sportiva di Lucerna: si trattava di una federazione nata in contrapposizione diretta al “borghese” Comitato Internazionale Olimpico, formata da sindacati e partiti comunisti tedeschi, austriaci, svedesi, finlandesi, francesi e, addirittura, uruguasci. Il mondo dello sport si spaccava così a livello internazionale, sul campo dell’orientamento politico. L’Internazionale Sportiva di Lucerna arriva negli anni Trenta a contare 1,9 milione di iscritti, di cui 300mila sono cittadini sovietici. Il tutto con un ingente e fondamentale sostegno diretto del Komintern.

Le Spartachiadi

L’Internazionale Sportiva di Lucerna non si limitò però solo a contrapporsi formalmente al Comitato Olimpico, ma organizzò la sua alternativa ai Giochi. Nascono così le Spartachiadi, manifestazioni sportive dei partiti comunisti che prendono simbolicamente il nome dallo schiavo che si ribellò al potere di Roma.

La più grandiosa Spartakiada (per dirla alla russa) fu quella organizzata a Mosca nel 1928 in concomitanza con la chiusura delle Olimpiadi di Amsterdam di quell’anno. Non solo le date furono scelte intenzionalmente, ma questa manifestazione fece eco alla sua concorrente “borghese” per numeri: di atleti, competizioni, presenza mediatica, valori sportivi. Non sorprende che furono gli atleti sovietici a fare la parte del leone: Mosca aveva infatti ormai abbandonato gli iniziali ideali anti-agonistici e sovra-nazionali, virando verso un sentimento maggiormente pragmatico anche in campo sportivo.

Alle Spartachiadi di Mosca seguirono quelle di Berlino del 1931 e di Parigi del 1934, ma con la seconda guerra mondiale l’esperienza si concluse – almeno a livello internazionale. Le Spartachiadi (dal 1962 anche nella loro versione invernale) divennero una sorta di qualificazione interna all’Urss (come gli Olympic Trials negli USA), prove preparatorie per gli atleti che avrebbero poi partecipato a campionati europei, mondiali e alle Olimpiadi. Sì, perché dal 1952 l’Unione Sovietica fa la sua prima comparsa ai Giochi Olimpici di Helsinki.

Helsinki 1952

Dopo la seconda guerra mondiale infatti i rapporti instauratisi tra Urss e Alleati favorirono il progressivo riavvicinamento della prima alle organizzazioni sportive internazionali, tra cui il Comitato Olimpico. Come spiega lo storico Andrea Franco, la stessa dirigenza sovietica si era allora resa conto dell’anacronismo del proprio isolazionismo sportivo, nonché sperava che i successi sportivi riportati dal paese sul piano internazionale avrebbero dimostrato in maniera indiscutibile la superiorità del sistema sovietico. Nel contesto della guerra fredda, lo sport divenne ben presto un nuovo terreno di gioco politico, assieme alla conquista del cosmo e al progresso scientifico. Alla gloria sportiva era associato in maniera automatica il lustro del proprio paese.

Alle Olimpiadi del 1952 gli atleti sovietici non si trovarono davanti un clima particolarmente accogliente: non vennero nemmeno accolti all’interno del villaggio olimpico, ma alle periferie della capitale. I loro contatti con la stampa internazionale furono inoltre ridotti al minimo. Ciononostante, sebbene risultati non del tutto eccelsi, la squadra sovietica portò allora a casa almeno due risultati importanti: si piazzò seconda dietro agli Usa nel medagliere complessivo, ma soprattutto fu femminile il suo primo oro. Si tratta della discobola Nina Romaškova-Ponomarëva, volto che nella facile propaganda si trasformò nell’emblema dell’autentica emancipazione femminile – rigorosamente born in the Ussr.

Il presente articolo prende spunto dal lavoro (e dallo scambio con) dello storico Andrea Franco dedicato alla Storia dello sport sovietico (“Slavia”, 1-2020, pp. 151-170).

Chi è Martina Napolitano

Dottore di ricerca in Slavistica presso l'Università di Udine, è direttrice editoriale di East Journal e scrive principalmente di Russia. È caporedattrice della sezione Europa Orientale.

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