STORIA: Quando la Jugoslavia debellò l’ultimo focolaio di vaiolo in Europa

Nel 1972, la Jugoslavia fu colpita inaspettatamente da un’epidemia di vaiolo, una malattia che si pensava eradicata dal Vecchio Continente da almeno quattro decenni. Al netto delle differenze con l’odierna pandemia da coronavirus, ci furono molte similitudini nel modo con cui il paese si comportò verso la malattia, molti errori, ma anche scelte decisive, dalla quarantena al vaccino di massa.

Nell’inverno del 1971, il 35enne Ibrahim Hoti si preparava a realizzare un suo grande desiderio: il pellegrinaggio alla Mecca. Per gli jugoslavi, all’epoca, ottenere il passaporto era cosa facile; l’altra cosa che gli serviva – come indicato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per coloro che si recavano in Medio Oriente – era il vaccino contro il vaiolo, rinvenuto tra Afghanistan e Iran. Hoti andò a Skopje, mentre attendeva nella sala d’aspetto un signore lo ammonì: “Dopo il vaccino avrai una fastidiosa eruzione cutanea, vai alla farmacia qui di fronte, compra cotone e alcol e subito dopo il vaccino sfrega il punto dell’iniezione. Sei giovane, il vaiolo non ti farebbe nulla”. Hoti si vaccinò, si sfregò con l’alcol, e dopo 2 mesi andò in Arabia Saudita in autobus – un’altra cosa sconsigliata dall’OMS, che prediligeva viaggi in aereo per meglio monitorare i viaggiatori – quindi passò per l’Iraq e la Siria. Ritornò nel suo villaggio natale in Kosovo a metà febbraio. Qui fu accolto calorosamente da parenti e amici desiderosi di sentire i racconti del pellegrinaggio. Tutti erano ignari del souvenir che Hoti aveva inconsapevolmente portato loro.

A inizio marzo un insegnante di Novi Pazar, Latif Mumdzic, avvertì dei dolori, la febbre saliva e vomitò tutta la notte. L’ospedale cittadino non seppe che fare, venne mandato a Cacak, quindi a Belgrado, dove venne ricoverato in una clinica specializzata. Il 10 marzo, il giorno del suo compleanno, Mumdzic morì tra i dolori. Sul momento si pensò ad un’allergia alla penicillina, per via delle bolle che aveva sviluppato su tutto il viso. Nessuno si immaginava che potesse essere vaiolo: l’ultimo caso risaliva al 1930.

A scoprirlo furono dei medici che avevano combattuto il virus in India, in virtù di quegli scambi accademici e professionali agevolati dai rapporti tra la Jugoslavia e i paesi del Movimento dei Non Allineati. Furono loro a definire l’entità della situazione, a determinare le misure da prendere e – di fatto – salvare il paese dall’epidemia. Ricostruirono i rapporti intrattenuti da Mumdzic. Questi era stato a contatto con Hoti, nel mercato dove lavorava. Ciò permise di circoscrivere i primi 2 focolai in Jugoslavia: la provincia del Kosovo e la regione della Serbia meridionale del Sangiaccato.

Quello che andava fatto ora, però, era mettere in totale quarantena gli ospedali interessati. Dal giorno alla notte, le cliniche vennero isolate con l’aiuto di polizia ed esercito: nessuno poteva uscire, nessuno poteva entrare.

Contemporaneamente, le autorità iniziarono una massiccia campagna di vaccini. Solo a Belgrado, in appena dieci giorni, vennero allestiti 727 luoghi in cui vennero vaccinate quasi 2 milioni di persone. La quarantena durò fino a fine aprile. Secondo il rapporto stilato dall’OMS, l’epidemia di vaiolo in Jugoslavia – che si sviluppò in tre generazioni di contagio – colpì 175 persone, uccidendone 35. Anche se possono sembrare numeri bassi, determinarono un tasso di letalità del 20%.

E chissà quanto più alto sarebbe stato se non fosse stato per una ferrea quarantena, che non cincischiò su libertà individuali violate e non esitò a impiegare la forza per contenere il contagio. Una considerazione che oggi è oggetto di acceso dibattito. Inoltre, contro il vaiolo esisteva il vaccino, contro il covid19 non ancora. Anche se si presume che ci saranno i novax non appena questo verrà distribuito. E forse torneremo a discutere del binomio tra democrazia e salute pubblica, libertà personale e responsabilità sociale.

Eppure, anche nella Jugoslavia del ’72 ci furono errori da parte delle autorità, proprio come oggi. In un primo momento fu posto un embargo su tutte le informazioni relative al contagio, per non creare panico e rassicurare che tutto era “sotto controllo”. Iniziava la primavera, e le coste della Dalmazia già allora erano una meta molto ambia dai turisti europei. Anche allora si parlò di “nemico invisibile”, in grado di “distruggere la nostra economia”. Nei primi giorni, la notizia fu scarsamente trattata dai giornali, anche fuori dal paese, e solo per un istante interessò la vicina Italia, dove venne anche ribattezzato “jugovirus”.

Nella Jugoslavia socialista – basata su un rigoroso equilibrio etnico – fu difficile il trattamento sociale dell’epidemia: additare i musulmani, e in particolare quelli del Kosovo, come untori dei popoli costituenti della Jugoslavia comportava dei seri rischi sociali e politici. E il vaccino in quella che allora era una provincia autonoma della Serbia fu condotto grazie all’assistenza dell’esercito. Le misure restrittive e la campagne a tappeto di vaccino vinsero. Il vaiolo fu definitivamente eradicato dall’Europa. Nel 1980, dopo gli ultimi casi in Bangladesh e nel corno d’Africa, l’OMS dichiarò che il virus era stato sconfitto per sempre.

Le vicende dell’ultimo focolaio in Europa di vaiolo sono oggetto del film Variola Vera del 1982 del regista jugoslavo Goran Markovic. Vicende diverse, paesi diversi e momenti diversi. Eppure, ogni esperienza passata oggi non può che aiutare.

Chi è Giorgio Fruscione

Classe 1987, politologo di formazione. E' un analista dell'ISPI esperto di Balcani, dove ha vissuto per anni lavorando come giornalista freelance. Per East Journal si occupa dell'area jugoslava. Parla correntemente serbo-croato, inglese e francese. Twitter: @Gio_Fruscione

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