KIRGHIZISTAN: Arresti per la Giornata Internazionale della Donna

Scese in piazza per la Giornata Internazionale della Donna, circa 70 manifestanti sono state prima attaccate da un gruppo di uomini dal volto coperto e poi arrestate dalla polizia. Succede a Bishkek, in Kirghizistan, dove negli ultimi tempi il riemergere di ideologie tradizionaliste rappresenta una minaccia per i diritti delle donne.

Un attacco su due fronti

A detta della polizia locale, le donne sono state arrestate “per la loro sicurezza” – un pretesto squisitamente paternalista proprio mentre manifestavano per i loro diritti – ma anche perché la manifestazione non era autorizzata. In effetti un tribunale kirghiso aveva vietato ogni manifestazione pubblica fino a luglio, apparentemente per contrastare il diffondersi del coronavirus. Ma nel Paese non è stato registrato nessun caso e la decisione del tribunale era stata annullata ben prima di domenica.

Non una precauzione anti-pandemia, quindi, ma un vero e proprio tentativo di intimidazione da parte delle forze dell’ordine. “Hanno strappato il mio cartello proprio davanti a me”, racconta a East Journal una delle attiviste arrestate, Begimai Bekbolotova, “poi una volta in commissariato hanno mantenuto un atteggiamento aggressivo, ci hanno sequestrato striscioni e megafoni, spinte e insultate. Alcune di noi hanno dei lividi”.

Non riuscendo a trovare un crimine di cui accusarle, dopo circa tre ore la polizia si è vista costretta a rilasciare le manifestanti, ma non prima di averle schedate. Nessuno degli uomini che hanno attaccato la manifestazione è stato detenuto. “Era un attacco programmato: erano già lì prima dell’inizio della marcia, con la faccia coperta, a fianco della polizia”, racconta Bekbolotova. “È avvenuto tutto molto in fretta, la polizia prima è rimasta a guardare, poi ha iniziato ad arrestare noi, e non loro”.

Donne e diritti in Kirghizistan

Il Kirghizstan è storicamente il Paese più democratico nell’Asia Centrale post-sovietica, ma negli ultimi anni è attraversato da un’ondata conservatrice e tradizionalista, con attivisti e Ong sempre più spesso vittime di pressioni e minacce.

Già lo scorso anno, la manifestazione dell’8 marzo aveva attirato le ire di gruppi di destra, secondo i quali si trattava di propaganda a favore della causa LGBT. E non a caso gli aggressori di domenica scorsa indossavano, oltre alle maschere, dei kalpak, copricapi tradizionali kirghisi.

La società kirghisa resta ancora fortemente tradizionale, soprattutto per quanto riguarda i ruoli di genere. “Ogni forma di femminismo è vista come radicale e dannosa per la tradizione”, spiega Begimai Bekbolotova. Le persone vicine alla causa femminista qui sono ancora una minoranza. Nel 2018, dopo che nel suo video musicale la 19enne Zere Asylbek (anche lei tra le attiviste arrestate domenica) aveva denunciato l’oppressione delle donne nel Paese, aveva ricevuto insulti e minacce di morte.

In Kirghizistan, le leggi a tutela delle donne esistono in teoria, ma vengono raramente applicate a dovere né contro la violenza domestica, né contro l’ala kachuu, il tradizionale rapimento di una ragazza allo scopo di sposarla. Sebbene la pratica sia illegale, per l’Unicef il 13,8% delle ragazze sotto i 24 anni ne è vittima, e alcune stime parlano di 12.000 ragazze rapite ogni anno. Chi riesce a sfuggire, spesso incontra la diffidenza e l’ostracismo della comunità, parenti inclusi.

Martedì a Bishkek si è svolta una protesta contro il trattamento della polizia l’8 marzo; tra i partecipanti anche la prima donna presidente del Kirghizistan, Roza Otunbayeva, in carica fino al 2011. Nonostante la presenza di contestatori, questa volta tutto si è svolto in modo pacifico. Ma la strada per l’uguaglianza di genere in Kirghizistan resta ancora in salita.

Foto: AKIPress.

Chi è Eleonora Febbe

Laureata in Russian Studies all'University College London e in Interdiscilplinary Research and Studies on Eastern Europe all'Università di Bologna. Si interessa principalmente di democratizzazione e nazionalismo nel Caucaso e in Asia Centrale. Attualmente vive a Tbilisi.

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