Le conseguenze del coronavirus per i Balcani e per l’Europa

In poco più di un mese, il coronavirus si è trasformato da “semplice influenza” ad “epidemia globale”. La totale assenza di una strategia unica e di misure condivise, compresa la famosa solidarietà tanto sbandierata dalle istituzioni europee, ha fatto sì che ogni paese si muovesse secondo i propri interessi. L’Italia, al momento, è quello che ha dovuto adottare le misure più dure. Negli ultimi giorni, però, anche gli altri paesi hanno cominciato a guardare con preoccupazione alla diffusione del virus.  Anche nei Balcani le strategie e le valutazioni del rischio si sono velocemente trasformate, passando in pochi giorni da una grave sottovalutazione all’attuazione di decisioni drastiche.

I numeri del contagio

Dare un’informazione precisa sul numero dei contagiati è praticamente impossibile visto il quotidiano aggiornamento da parte dei rispettivi governi. Al momento i casi confermati nella regione sono poco più di 100, con il picco massimo in Slovenia e zero in Kosovo, ed un solo morto fatto registrare in Albania. Il contagio al momento sembra ancora procedere più lentamente rispetto a quanto fatto registrare in Italia e nel resto d’Europa.

I provvedimenti adottati

Le misure adottate hanno riguardato due piani: quello interno e quello relativo agli scambi con l’Italia e le zone più colpite dal contagio. Riguardo i contatti con il nostro paese, la Slovenia ha annunciato il 10 marzo la chiusura del confine  mentre tutti gli altri hanno sospeso nei giorni scorsi i collegamenti aerei e marittimi. In Bosnia-Erzegovina e Serbia è stato deciso di impedire l’ingresso nel paese a chi arriva da Italia, Corea del Sud, Iran e provincia di Hubei (Cina). Questa mattina, Belgrado ha attuato la chiusura di 44 valichi di frontiera secondari con Croazia, Ungheria e Bosnia.

Dal punto di vista interno, tutti i paesi hanno adottato misure di prevenzione riguardanti l’annullamento o lo svolgimento a porte chiuse di eventi pubblici e sportivi. Sia il presidente serbo Aleksandar Vučić, che fino a pochi giorni fa considerava ben poco seriamente la questione, che il primo ministro croato Andrej Plenković hanno deciso di sospendere i comizi delle rispettive campagne elettorali per le elezioni previste per il 26 aprile in Serbia e per domenica prossima per quanto riguarda le primarie dell’Unione Democratica Croata (HDZ).

La chiusura delle scuole è stata prevista in Bosnia-Erzegovina, in Albania, in Kosovo, in Macedonia del Nord e nella regione croata dell’Istria, mentre la Slovenia ha deciso la chiusura dell’Università del Litorale ma non degli istituti scolastici.

Le conseguenze: forti rischi per il comparto turistico in Croazia

Se dal punto di vista sanitario la situazione rimane ancora sotto controllo, le preoccupazioni maggiori riguardano gli effetti che il virus potrebbe avere sull’economia dei singoli stati. Cina e Italia rappresentano infatti, insieme alla Germania, i principali partner economici e commerciali dei Balcani. Il forte declino di queste economie finirà per impattare fortemente anche nei paesi al di là dell’Adriatico.

Quello esposto a più rischi sembra essere paradossalmente l’unico paese, insieme alla Slovenia, ad appartenere all’Unione Europea: la Croazia. L’economia croata dipende infatti in maniera notevole dal settore turistico, pari a circa il 20% del PIL totale, alimentato principalmente da turisti italiani e tedeschi. Il prolungamento della crisi e le chiusure adottate verso l’Italia porterebbero all’azzeramento dei più importanti flussi turistici provocando così un rallentamento generale della crescita economica.

Secondo un sondaggio condotto dalla Camera di Commercio croata e riportato da vari media, già oggi il 66% delle aziende sta subendo effetti negativi. Tra le più colpite proprio le agenzie di viaggio e le strutture ricettive, compresi gli alloggi privati. La sola città di Dubrovnik prevede, ad oggi, una perdita di circa 4 milioni di euro. Più cauto il premier Plenković, che ha rifiutato l’idea di modifiche al bilancio e rinviato di qualche settimana qualsiasi nuova decisione. Solo adesso la Commissione Europea sta cominciando a stilare un piano d’azione per far fronte alle difficoltà economiche degli stati membri, mobilitando complessivamente appena 25 miliardi di euro.

Ogni crisi porta però con sé un’opportunità. L’arrivo del coronavirus, traslato sul piano politico, sembra infatti aver assunto i caratteri di una sorta di prova generale del sovranismo. La chiusura dei confini, la mancanza di solidarietà tra i paesi, la riduzione degli scambi economici avvenuti sotto forma di misure di emergenza rappresenterebbero la normalità in un’Europa governata dai partiti sovranisti.

L’opportunità risiede quindi nella possibilità di ripensare le relazioni e le politiche interne all’Unione Europea e quelle con i suoi vicini balcanici, con il superamento di rapporti fortemente asimmetrici, un maggior coordinamento, una più ampia collegialità e, perché no, una più concreta solidarietà. Ad oggi, come purtroppo spesso accade, l’Unione mostra ancora un certo ritardo nel riconoscere tali potenzialità. Speriamo non sia necessaria una vera e propria pandemia.

Foto: Frank Coronado

Chi è Marco Siragusa

Nato a Palermo nel 1989, sta concludendo un dottorato all'Università di Napoli "L'Orientale" con un progetto sulla transizione serba dalla fine della Jugoslavia socialista al processo di adesione all'UE. Collabora con EastJournal da Ottobre 2018 per la redazione Balcani e scrive settimanalmente per Nena-News.

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