MUSICA: Tra suoni punk e rap, il folklore ucraino conquista i giovani (e non solo)

Da KIEV – Negli ultimi anni, l’industria musicale ucraina è rifiorita dopo decenni di oblio, esplodendo in un coro di produzioni che meritano il loro successo. In seguito alle disposizioni dettate dalla legge sulla lingua, entrata ufficialmente in vigore lo scorso aprile, le stazioni radio ucraine hanno dovuto rispettare le nuove quote linguistiche, aumentando la percentuale di canzoni e trasmissioni in lingua ucraina. Ciò ha indubbiamente giovato all’esordio di moltissimi volti nuovi nel mondo della musica, i quali sono riusciti a riportare in vita poesie e melodie tradizionali in forme più moderne. Il folklore ucraino, in particolare, è riuscito ad affermarsi in un linguaggio nuovo grazie al successo di alcuni artisti degni di nota.

L’ “etno-caos” dei DakhaBrakha

Uno dei primissimi progetti musicali moderni legati al folklore ucraino è quello dei DakhaBrakha. Questo quartetto popolare, nato nel 2004 come troupe di musica teatrale dal vivo, è frutto di un’idea del regista teatrale d’avanguardia Vladyslav Troitskyi, oggi produttore della band. Il nome viene dai verbi ucraini davaty e braty, che significano rispettivamente “dare” e “prendere”, e gioca anche con il termine “DAKH” (“tetto” in ucraino), il nome del Centro di arte contemporanea di Kiev che ha visto nascere il quartetto.

Il loro genere musicale, spesso comunemente chiamato “etno-punk” o “punk folkloristico”, è definito dai membri del gruppo come “etno-caos“, in quanto combina stili musicali di diversi gruppi etnici ed effetti di scena d’avanguardia. Enfatizzando questa combinazione “caotica”, i DakhaBrakha si distinguono innanzitutto per il loro stile, originale quanto tradizionale. Le tre cantanti del gruppo, Iryna Kovalenko, Olena Tsybulskaja e Nina Garanetska, durante le loro performance, indossano cappelli torreggianti neri fatti di lana di agnello che fanno subito pensare alla profonda campagna e al mondo contadino di un tempo, l’autentico folklore ucraino. Ci abbinano dei lunghi abiti fatti a mano e portano grandi collane di perle. Marko Halanevyč, l’unico componente maschile, indossa solitamente la tipica casacca ricamata ucraina, la vyšyvanka.

I DakhaBrakha attingono le loro canzoni dal folklore ucraino tradizionale, dimostrando come l’Ucraina abbia ricche tradizioni musicali risalenti a tempi che precedono l’epoca sovietica. Lo stile vocale della band viene definito “canto bianco” e proviene dagli huzuli, un gruppo etnico dei Carpazi che parla un dialetto ucraino. Le canzoni, eseguite in modo autentico, sono accompagnate da una vasta gamma di strumenti provenienti dai diversi angoli del mondo e dalle varie tradizioni (indiana, araba, africana, russa e australiana) che riescono a ricreare un suono transnazionale radicato nella cultura ucraina. Il risultato è un mix di generi musicali: hip-hop, soul, blues e, naturalmente, un tocco di punk-folk.

Il gruppo è famoso oltre i confini dell’Ucraina grazie a quel linguaggio universale che riesce a trasmettere durante le tournée mondiali. Oltre ad aver già pubblicato 5 album, vanta anche collaborazioni di un certo livello, tra cui un brano per la colonna sonora del film Dike Pole di Serhij Žadan e uno per la terza stagione della serie tv americana Fargo (Šo z-pod duba).

Il “freak-cabaret” delle Dakh Daughters

I DakhaBrakha e il loro produttore Vladyslav Troitskyi hanno dato alla luce anche un altro progetto, quello delle Dakh Daughters (le figlie di Dakh, per l’appunto), dove musica e teatro si incontrano nuovamente in una band, questa volta, tutta al femminile. A contraddistinguere queste sette donne è il colore bianco, che spicca nel trucco ben marcato e melodrammatico. Le loro performance sono iniziate nell’estate del 2013 con il videoclip “Rozy / Donbass“, che combina il 35° sonetto di Shakespeare alle canzoni popolari ucraine in un pathos deliberatamente teatrale e che ha subito conquistato il pubblico. La loro popolarità è salita con l’esecuzione della canzone “Hannusja” in Piazza Indipendenza a Kiev, durante le proteste del dicembre 2013. “Il primo tentativo di demolire il monumento a Lenin a Kiev, il primo tentativo di antisommossa a Maidan, risate e lacrime, paura davanti alla violenza, ingenuità, amore e speranza… Per i nostri amici di lingua russa, con rispetto. Dalla scena di Maidan, ecco la storia della nonna dei Carpazi, Hannusja, o Anjutka, poco importa il nome perché le nonne sono uguali ovunque, indipendentemente dalla lingua e dal dialetto che parlano”, ecco come la band presenta la canzone su YouTube.

Le Dakh Daughters, come molti altri artisti, hanno parzialmente abbracciato la vita politica durante le proteste di Kiev, capendo l’importanza e la forza dell’arte nella società, ma senza mai schierarsi politicamente. Nel 2017, hanno sostenuto l’iniziativa umanitaria UAnimals per i diritti degli animali in Ucraina, opponendosi allo sfruttamento degli animali nei circhi; mentre l’anno seguente, al Koktebel Jazz Festival, si sono unite al coro in sostegno del regista ucraino Oleg Sentsov (tornato in patria nel settembre del 2019) e di tutti i prigionieri politici detenuti in Russia.

L’elettro-folk di ONUKA

Accanto alle Dakh Daughters, anche un’altra artista ucraina si è guadagnata una grande popolarità mescolando, questa volta, il folklore all’elettronica. ONUKA è una band elettro-folk il cui nome significa “nipote”, un tributo della vocalista Natalia Žyžčenko all’eccezionale maestro ucraino di strumenti musicali Alexander Šlončik, nonno di Nata. La strumentazione della band comprende batteria elettronica, tromboni, corni francesi e strumenti folk ucraini come la bandura (uno strumento a corde simile al liuto) e la sopilka (uno strumento a fiato simile al flauto). Suoni moderni e studi etno-culturali si mescolano, così, in uno stile inconfondibile che riesce a conquistare le vibrazioni della cultura ucraina e del suo popolo. 

Verso la fine del 2013, proprio quando scoppia la guerra nei territori orientali e la società ucraina inizia a distaccarsi dalle tradizioni sovietiche e a provare interesse per le proprie radici culturali e per il folklore ucraino, il gruppo registra un mini-album ed esordisce con un primo concerto. Il singolo in lingua ucraina “Misto” (città) esplode alla radio, nei negozi e sui mezzi pubblici. ONUKA è plurilingue: comunica attraverso ritmi, melodie e immagini. E con queste forme musicali la sua fama giunge anche in Europa, prima con la partecipazione al Sziget Festival di Budapest nel 2015 e poi con il debutto all’Eurovision del 2017. Suoni urbani e tradizioni popolari si intrecciano nelle immagini prima morbide e poi aspre che rispecchiano la società moderna.

Nell’aprile del 2016, ONUKA commemora il trentesimo anniversario del disastro nucleare di Černobyl, con la canzone “1986”, dove compare l’insolito strumento elettronico theremin. Per Nata, l’evento ha un significato estremamente personale, in quanto suo padre fu un liquidatore. La città fantasma di Pripjat’, evacuata dopo l’incidente, rimane ai suoi occhi uno dei luoghi più attraenti a al tempo stesso malvagi del mondo.

E la vita è troppo breve e la morte è così sicura
E non è rimasto nulla per domani.
1986” – ONUKA

Il rap “made in Ukraine” 

Pop e rock sono indubbiamente fra i generi più ascoltati in Ucraina e molti sono i gruppi che devono a questi generi musicali la loro fama: da The Hardkiss, premiati come migliore rock band ucraina del 2017, agli Odyn v kanoe che propongono melodie più indie. Uno degli esempi più classici rimane, comunque, quello della rock band Okean Elzy, nata a Leopoli nel 1994 ma che continua a riempire stadi e palazzetti ancora oggi. Probabilmente, il suo successo lo deve al frontman Svjatoslav Vakarčuk, il quale lo scorso anno ha intrapreso la carriera parallela di deputato, entrando al parlamento ucraino con il partito Holos (Voce).

L’Ucraina si è rivelata una sorpresa sul fronte del rap, sfornando una vera e propria star: Alyona Alyona debutta nel 2019 con il suo primo album rap in lingua ucraina. Questa giovane ragazza ventisettenne ha cominciato a rappare all’età di 15 anni, in lingua russa, o meglio in suržik. Quando, in seguito alle proteste di Maidan, ha iniziato a scrivere i primi testi in lingua ucraina, le critiche dei suoi coetanei abituati al suono del russo non sono mancate; ma Alyona ha scoperto di poter esprimere molte più cose in ucraino. L’artista non abbraccia propriamente il folklore ucraino, ma rappa sulla vita di tutti i giorni, racconta cose normali e quasi banali; eppure i suoi testi sembrano più profondi. “Parlo di me stessa e delle persone che conosco, che mi sono vicine, di ucraini e giovani normali”, afferma. Anche senza conoscere una parola di questa lingua, la giovane rapper Alyona Savranenko incanta gli appassionati del genere.

 

Foto: Dakh Daughters Band (Instagram)

Chi è Claudia Bettiol

Nata lo stesso giorno di Gorbačëv nell'anno della catastrofe di Chernobyl, per East Journal si occupa dell'area russofona. Linguista e grande appassionnata di architettura sovietica, dopo un anno di studio alla pari ad Astrakhan, un Erasmus a Tartu e un volontariato a Sumy, ha lasciato definitivamente l'Italia per l'Ucraina, dove attualmente abita e lavora.

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