BOSNIA: A un anno dalle elezioni finalmente un governo

C’è voluto più di anno dalle ultime elezioni, ma alla fine lo stallo politico è superato e spianata la strada che porterà alla formazione di un nuovo governo in Bosnia Erzegovina.

Il segnale inequivocabile era già stato dato con l’accordo raggiunto lo scorso 19 novembre dai tre membri della presidenza del paese, il bosgnacco Sefik Dzaferovic, il croato Zeljko Komsic e il serbo Milorad Dodik, ma la conferma ufficiale è arrivata solo ieri con la ratifica in parlamento. Zoran Tegeltija, 58enne già ministro delle finanze della Republika Srpska (RS), l’entità a maggioranza serba, è il nuovo presidente del consiglio dei ministri: sono stati 28 i voti a favore, a fronte di soli 8 voti contrari e di due astensioni. A fondamentale corollario dell’intesa, la missione bosniaca presso la NATO dovrebbe presentare, oggi stesso, il suo programma annuale di riforme del settore difesa per il 2019-2020 sulla base del Membership Action Plan.

Dallo stallo alla soluzione

Che la partita per un accordo non sarebbe stata facile era chiaro già dall’indomani delle elezioni, quando lo spoglio delle schede aveva evidenziato che, secondo previsione, ad essere premiati erano stati il Partito d’Azione Democratica (SDA), in campo bosgnacco, e l’Alleanza dei Socialdemocratici Indipendenti (SNSD), in quello serbo, partiti entrambi nazionalisti e profondamente identitari. Unico risultato non scontato alla vigilia era stato il successo, in ambito croato, del Fronte Democratico di Zeljko Komsic, compagine civica di centro-sinistra, decisamente più lontana dalle sirene nazionalistiche e, anzi, tradizionalmente dialogante con la componente bosgnacca dalla quale, infatti, è apertamente appoggiato.

Ma al netto di quest’ultimo elemento, il quadro politico che si era venuto a delineare sembrava fatto apposta per rendere complicata qualunque ipotesi di accordo, ostaggio di quei veti incrociati e di quelle rivendicazioni di parte che, fin dalla fine del conflitto degli anni ’90, hanno afflitto il paese, costringendolo, di fatto, ad un immobilismo politico istituzionale che ha ripercussioni pesantissime nello sviluppo economico e sociale dell’intera nazione.

L’oggetto del contendere era, a questo giro, l’ipotesi di adesione alla NATO, tanto caldeggiata dai partiti bosgnacchi quanto osteggiata da quelli serbi. Con i primi che rivendicavano la necessità dell’immediata attivazione del Membership Action Plan (MAP), ovvero del programma che rappresenta il primo passo indispensabile per l’adesione all’alleanza atlantica e i secondi, tradizionalmente più vicini a Mosca che a Washington, indisponibili a tale opzione e convinti assertori della neutralità militare.

Tutti vincitori?

Ora, l’indicazione di Zoran Tegeltija, un serbo, contestualmente all’annuncio dell’adozione di un programma di riforme che sarà inviato alla NATO, sembra inquadrarsi in un contesto di mutuo dare-avere, di compromesso, e ha, soprattutto, consentito lo sblocco di una situazione di paralisi dalla quale non si riusciva più ad uscire. Tuttavia, al di là degli equilibrismi e delle convergenze più o meno equidistanti, non si può non considerare che sia stato il presidente Dodik ad aver pagato il conto politicamente più salato.

Egli, infatti, sembra avere progressivamente ceduto su uno dei temi più dirimenti della sua proposta politica, ovvero la propria indisponibilità all’adesione alla NATO. E’ innegabile, infatti, che il documento programmatico appena sottoscritto e presentato al quartier generale della NATO a Bruxelles costituisca un tassello cruciale verso il futuro avvicinamento alla NATO della Bosnia Erzegovina. E questo malgrado Tegeltija sia sia immediatamente precipitato a dichiarare che non considera prioritario il tema.

Non è un caso che, mentre in campo bosgnacco la notizia della nomina di Tegeltija sia stata accolta con palese soddisfazione da tutti i partiti bosgnacchi e che, nel corso di una conferenza stampa, Dzaferovic si sia addirittura lanciato in un enfatico “la vincitrice è la Bosnia Erzegovina e la sua gente”, in Repubblica Srpska l’opposizione abbia attaccato Dodik accusandolo di “tradimento”. Certo resta da vedere quali equilibri ed eventualmente quali compensazioni Tegeltija riuscirà a trovare, ma la valutazione di merito resta comunque abbastanza chiara.

A giudicare dai toni con cui si è sviluppato il dibattito parlamentare di ieri, il compito di Tegeltija si presenta tutt’altro che semplice. Oltre alla questione NATO persistono, in modo esplicito, tutte le ruggini e le divisioni che da decenni paralizzano il paese, tra le quali il riconoscimento dei fatti di Srebrenica come genocidio commesso dalla forze serbo-bosniache e l’eventualità di una sua visita al memoriale di Potocari.

Chi è Pietro Aleotti

Milanese per caso, errabondo per natura, è attualmente basato in Kazakhstan. Svariati articoli su temi ambientali, pubblicati in tutto il mondo. Collabora con East Journal da Ottobre 2018 per la redazione Balcani ma di Balcani ha scritto anche per Limes, l’Espresso e Left. E’ anche autore per il teatro: il suo monologo “Bosnia e il rinoceronte di pezza” ha vinto il premio l’Edizione 2018 ed è arrivato secondo alla XVI edizione del Premio Letterario Internazionale Lago Gerundo. Nel 2019 il suo racconto "La colazione di Alima" è stato finalista e menzione speciale al "Premio Internazionale Quasimodo".

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