UCRAINA: Così fan tutti. Trump e l’impeachment

L’Ucraina rimane sulla bocca di tutti, anche se non per i grandi successi dal punto di vista economico e politico. Lo stupore per l’elezione di un comico come presidente di un paese in guerra ha ben presto lasciato spazio a un nuovo scandalo, Ukrainegate, che vede il paese al centro del dibattitto politico americano che si è sostanziato nella richiesta d’impeachment per l’attuale inquilino della Casa Bianca, Donald Trump. Lo scandalo recente, però, è solo l’ultimo capitolo di una storia iniziata nel 2016 che ci permette di fare una riflessione più ampia sull’approccio americano nei confronti dell’Ucraina.

Cosa c’entra l’Ucraina?

Quello che emerge dalle indagini e dalle recenti testimonianze dei membri dell’amministrazione Trump come Kurt Volker (l’ex Rappresentante speciale degli USA in Ucraina) e William Taylor Jr. (ambasciatore pro tempore in Ucraina) è un quadro che sembra dimostrare come il presidente americano, sia direttamente che servendosi di intermediari ufficiali e informali (come l’ex sindaco di New York Rudolph Giuliani), abbia fatto pressioni su Kiev per riaprire le indagini nei confronti del figlio di Joe Biden, ex vice-presidente di Barak Obama e considerato uno dei principali sfidanti di Trump in vista delle elezioni 2020. L’intento – non ci vuole un esperto – sembra evidente. Usare le indagini contro il figlio Hunter – membro del board direttivo di Burisma, un’opaca società ucraina nel settore del gas – per delegittimare la candidatura del padre. Il problema per Trump sembra non tanto il fatto che la sua amministrazione abbia fatto pressioni su uno stato estero, ma che tali pressioni avevano un chiaro tornaconto personale ed elettorale, oltre ad aver vincolato aiuti militari all’Ucraina alla riapertura delle indagini.

Manafort, Trump e i democratici

La storia, però, appare molto più complessa e ci sono almeno due snodi fondamentali per capire le intricate trame tra Washington e Kiev. Il primo è quello legato a Paul Manafort, il consulente dell’ex-presidente ucraino, Viktor Janukovyč, e successivamente capo della campagna elettorale di Trump. Le indagini sugli opachi legami e sugli ingenti pagamenti che Manafort avrebbe ricevuto da Janukovyč iniziano nel 2014, dopo che nelle sedi del Partito delle Regioni (quello dell’ex presidente ucraino) erano stati rinvenuti una serie di documenti compromettenti. Il contenuto di questi documenti durante le indagini svolte dal NABU (National Anti-Corruption Bureau of Ukraine) – organo creato su forte pressione americana ed europea – rimane segreto fino al 2016 quando, a sorpresa, grazie a una fuga di notizie i documenti vengono recapitati alla stampa. Una prima parte esce già a maggio, la seconda, dove si legge il nome di Paul Manafort, ad agosto. Siamo in una fase cruciale della campagna elettorale e lo scandalo è servito. Manafort è costretto a dimettersi e le storie dei legami tra Trump e il Cremlino iniziano ad affollare le prime pagine di tutti i giornali. Come mai i documenti, nelle mani degli investigatori dal 2014 vengono pubblicati proprio dopo che Manafort diventa il capo della campagna elettorale di Trump? Non lo sapremo mai. Quello che sappiamo, come riporta The Hill, è che appena qualche settimana prima una delegazione del procuratore generala ucraino era volata a Washington, dove, a margine di incontri ufficiali, avrebbe ricevuto alcune istruzioni sui temi che interessavano particolarmente l’allora amministrazione Obama. I legami di alcuni uomini vicini a Trump con il fuggitivo presidente Janukovyč. Non sappiamo, ovviamente, quanto le dichiarazioni dei funzionari ucraini rilasciate a The Hill siano attendibili. Quello che sappiamo, però, è che un rappresentante del Comitato nazionale democratico (Democratic National Committee, organo ufficiale del partito) aveva contattato nello stesso periodo e con lo stesso intento direttamente l’ambasciatore ucraino a Washington, Valerij Čalyj. Solo un caso?

Biden, Joe il bullo

Il secondo nodo da sciogliere è quello relativo al ruolo dell’ex vice-presidente americano, il democratico Joe Biden. Degli affari di suo figlio Hunter e dei legami con gli oligarchi ucraini nel periodo in cui il padre, Joe, ci insegnava come lottare contro la corruzione e l’oligarchia dall’alto della sua carica istituzionale abbiamo già parlato (leggi qui). Anche se gli affari di Hunter non fossero illegali (altra cosa che evidentemente non sapremo mai con certezza), il punto centrale è un altro. Come chiamare la situazione in cui il padre ha il potere istituzionale di influenzare le decisioni prese da un governo straniero, mentre il figlio fa affari poco chiari con oligarchi dello stesso paese? E se il padre facesse pressioni direttamente sul presidente di quel paese [minacciando di ritirare aiuti economici] per far fuori il procuratore generale che, guarda caso, aveva aperto un’indagine sulla società in cui era coinvolto il figlio? Questo è esattamente quello che è successo e a confermarlo è stato lo stesso Biden, in stile alquanto trumpiano verrebbe da dire, durante un incontro al Council on Foreign Relations. Certo, potremmo credere che il buon Biden non sapesse delle indagini, o che lo ha fatto per il bene della democrazia ucraina, perché il procuratore era lui stesso corrotto. Il fatto che le indagini sul caso Burisma siano state interrotte e finite nel dimenticatoio subito dopo il cambio del procuratore sarebbe quindi solo un caso, il secondo.

Lobby o corruzione?    

Quanto siano gravi le pressioni dell’attuale amministrazione americana non sta a noi giudicare, ma sembra importante sottolineare che quella legata all’Ucraina è una storia che più che dividere, lega simbolicamente democratici e repubblicani. Quella di Trump, infatti, sembra solo la cima di un iceberg che nasconde un modus operandi condiviso da tutte le amministrazioni americane e richiede una riflessione più ampia. Perché quello che in Europa dell’est siamo abituati a chiamare corruzione, in altre parti del globo ha un nome più chic, come lobby o al massimo conflitto d’interessi, anche se la sostanza, a ben vedere, non cambia di molto? L’ultimo esempio di quest’ipocrisia, passato piuttosto inosservato, emerge dalla recente testimonianza di William Taylor Jr.. Secondo la sua testimonianza, infatti, Kurt Volker, l’inviato speciale di Trump, oltre a intimare a Kiev di riaprire le indagini sul figlio di Biden, avrebbe anche chiesto di fermare ogni procedimento contro il presidente uscente, Petro Porošenko, indagato per diversi reati che avrebbe compiuto durante il suo mandato. Sarà anche questo un caso – il terzo qui descritto – ma va ricordato che proprio Porošenko aveva investito, ovviamente tramite società terze, circa 600000 dollari per i servizi di un’agenzia di lobby (BGR Group). Dovrebbe forse sorprendere che proprio Kurt Volker sia uno dei consulenti della BGR e che abbia continuato a lavorarci anche durante il suo mandato come inviato speciale in Ucraina?

In casi come questi, dovremmo continuare a parlare di lobby, o forse dare uno sguardo più ampio alla corruzione delle istituzioni che a est continuiamo ad essere usate come modello infallibile è davvero piu che mai necessario? Oltre l’impeachment e oltre Trump.

Immagine: Foreign Policy_via Getty Images

Chi è Oleksiy Bondarenko

Nato a Kiev nel 1987. Laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna (sede di Forlì), si interessa di Ucraina, Russia, Asia Centrale e dello spazio post-sovietico più in generale. Attualmente sta svolgendo un dottorato di ricerca in politiche comparate presso la University of Kent (UK) dove svolge anche il ruolo di Assistant lecturer. Il focus della sua ricerca è l’interazione tra federalismo e regionalismo in Russia. Per East Journal si occupa di Ucraina e Russia. Collabora anche con Osservatorio Balcani e Caucaso.

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