La via dei Balcani, tra la mafia e la guerra

di Matteo Zola


In principio fu la via dei Balcani

La storica via dei Balcani si snoda da Istanbul a Sofia, passando per Skopje e Belgrado, raggiungendo Zagabria e Lubiana, e da qui aprendosi verso l’Europa centrale. Tramite questa via transitavano (e transitano) tonnellate di narcotici provenienti dall’Afghanistan attraverso la Turchia. Il controllo di questi traffici diventa di fondamentale importanza per le organizzazioni criminali come per poteri statali e parastatali quando, alla fine degli anni Settanta, fu smantellata la French Connection che portava l’eroina turca ai porti di Marsiglia e da qui a mezza Europa e negli Stati Uniti.

La nuova centralità della via dei Balcani spinse la mafia italiana a riconvertire il proprio sistema logistico, già presente nella regione e fino ad allora utilizzato per il contrabbando di tabacco, al traffico di eroina proveniente dalla Turchia. Ma l’eroina balcanica faceva gola a tutti: quando nel 1991, alla caduta del regime comunista, il primo ministro delle finanze albanese dell’era postsocialista poté visionare i bilanci dello Stato, scoprì che ben 13 milioni di dollari di attivo erano registrati alla voce “contrabbando”. Il controllo del narcotraffico consentì, in quegli stessi anni, alla Croazia di finanziare la “guerra patriottica” contro la Serbia. Anche l’esercito di liberazione kosovaro (Uck) trovò nell’eroina il denaro necessario per combattere (e vincere) Belgrado.

Proprio le guerre jugoslave che si protrassero per tutti gli anni Novanta mutarono i decennali equilibri della via dei Balcani che, non potendo più puntare verso l’Europa centrale, si frantumò in mille rivoli: le montagne del Kosovo e i porti di Montenegro e Albania divennero le nuove destinazioni privilegiate per il traffico di oppiacei. Qui una nuova criminalità stava emergendo: quella albanese. Una criminalità di servizio il cui business era l’intermediazione. E, come scrive Francesco Strazzari nel suo “Notte balcanica”, «gli intermediari vincono». Ma da cosa nasce il nuovo crimine organizzato balcanico?

Che cos’è la mafia balcanica

La lunga stagione di conflitti che ha insanguinato per dieci anni i Balcani occidentali ha causato una instabilità che ha senz’altro favorito l’emergere di un fenomeno criminale complesso. Nei sistemi economici chiusi propri del socialismo cosiddetto “reale” non vi era spazio per il crimine organizzato, nessun gruppo poteva crescere tanto da arrivare a sfidare l’autorità dello stato né poteva assumere una dimensione internazionale. I commerci con l’estero, infatti, così come ogni flusso finanziario avvenivano sotto la stretta sorveglianza degli apparati di sicurezza ed erano controllati da élites politico-affaristiche che erano tutt’uno con il regime.

I traffici illegali, quindi, avvenivano per mano delle suddette élites che attraverso gli apparati di sicurezza dialogavano con l’underworld criminale al punto da creare un osmosi tra i due mondi. Scrive Giovanni Melillo, sostituto procuratore nazionale antimafia, di come sovente lo stato socialista incoraggiasse «l’espatrio di soggetti particolarmente versati in attività criminali» infiltrandoli «a mo’ di propri agenti» nelle organizzazioni criminali straniere così da poterne sfruttare le capacità sia per i traffici illegali (beni di lusso ma anche armi e stupefacenti), sia per «fini politici. Non da ultimo l’eliminazione di oppositori».

La nascita di microstati criminali

Questa osmosi tra crimine e potere si manterrà anche dopo la caduta dei regimi socialisti. Vecchie e nuove élites si trovano nella condizione di dover conservare i propri privilegi e ricchezze, spesso ottenute tramite le non trasparenti privatizzazioni dei primi anni Novanta. La capacità di deterrenza e intimidazione dei vecchi apparati di sicurezza, in buona parte riversatisi nell’underground criminale, diventano necessario strumento di potere. L’economia di guerra, poi, ha moltiplicato la possibilità di business illecito: i traffici illegali diventano essenziali per l’economia bellica. Il controllo, da parte delle oligarchie politiche, delle rotte del narcotraffico era necessario per finanziare lo sforzo militare (ciò è vaso specialmente per Croazia, Serbia e Kosovo.

La guerra, inoltre, causava fenomeni migratori che – essendo in larga misura illegali – venivano gestiti da apparati criminali. In quel contesto il collasso di ogni struttura statale ha portato alla nascita di microstati in cui il potere era (e in molti casi è ancora) in mano ad aggregazioni affaristico-politico-criminali: Kosovo, Montenegro e Albania in testa ma anche – in diversa misura –  Croazia e Serbia.

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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