I Balcani occidentali, ovvero i “friendzonati” d’Europa

Avete presente quegli amori giovanili che non sbocciano perché non corrisposti ma che comunque non scoraggiano l’innamorato che continua – inutilmente – ad assecondare le pretese del suo sogno amoroso, cioè la cosiddetta friendzone?

I Balcani, o meglio i Balcani occidentali – come li ha rinominati la principessa Europa – sono proprio così: il disperato desiderio di piacere a qualcuno che tanto illude, a tratti lusinga, ma alla fine lascia abbandonati al proprio destino.

Il No di Macron all’apertura dei negoziati di adesione UE ad Albania e Macedonia del Nord è solo l’ultimo atto di un amore non corrisposto. La reazione di Skopje, ovvero la convocazione di elezioni anticipate, è tipica di chi, nonostante tutto, persevera nella sua ostinata passione, il percorso euro-atlantico, anche se questo, al voto del prossimo aprile, potrebbe essere compromesso qualora dovesse tornare al governo il VMRO-DPMNE.

Quella con l’Europa è una storia che va avanti da almeno vent’anni, ma in particolare dal 2003, quando al summit di Salonicco l’UE si “impegnò” attivamente a sostenere il processo di avvicinamento dei Balcani alle istituzioni comunitarie. Ma fino ad adesso sono state due rette parallele, fatte di tanti appuntamenti, tante strette di mano e qualche passaggio fin sotto casa, ma senza mai nemmeno un bacio.

Il momento che forse ha portato più euforia alla relazione è stato l’ingresso, comunque lungo e travagliato, che ha portato la Croazia a divenire il ventottesimo paese membro dell’UE: il primo luglio del 2013, però, è stato anche il momento in cui l’Europa ha deciso di segnare il limite. Dei Balcani si è presa quello che considerava il meglio, il retaggio mitteleuropeo, appoggiando quelle correnti politiche che dall’indipendenza croata, se non prima, hanno fondato il mito azionale sulla non appartenenza alla cultura slava, bizantina e ottomana: bastione del cristianesimo, e quindi d’Europa, o di una sua interpretazione.

Il primo luglio 2013 rappresenta quindi un momento di rottura. I Balcani, ovvero quei paesi che sono rimasti parcheggiati in attesa di entrare, sono diventati “occidentali”. I Balcani occidentali è il modo con cui la principessa li ha comunque voluti distinguere da quei pretendenti che considera ancor più “sfigati”, tipo la Moldavia (Balcani “orientali”, ancor più lontani dall’Europa).

Qualcuno, più cinico e più realista, è arrivato a chiamarli Restern Balkans, ciò che resta dei Balcani. Tra questi c’era la Macedonia. C’era, sì, non perché questa abbia cambiato gusti. Ma perché per amore è arrivata persino a cambiare nome. Si è data “una regolata” con il vicino, la Grecia, che per anni si è opposta allo sposalizio fino a quando non si fosse trovato un nuovo nome per il paese. Continuando con la metafora, l’immagine è un po’ questa: “Questo matrimonio non s’ha da fare”, trovati un nome che mi garantisca che sei cambiato, che non sei quello di prima.

E gli accordi di Prespa sono stati una vera svolta. Per Skopje, per Atene, per la regione, e anche per l’Europa.

In un continente segnato dalla conflittualità politica, dal “sovranismo”, dal secessionismo britannico, e anche da quello catalano, la lezione di diplomazia è arrivata proprio dai Balcani. I laghi di Prespa, condivisi tra Macedonia, Grecia e Albania hanno dato la cornice più romantica per quello che è stato a tutti gli effetti un atto di amore: dopo decenni di bisticci bilaterali i governi dei due paesi, supportati dopo dai rispettivi parlamenti, hanno cambiato la storia, infondendo speranza in una regione in cui il negoziato, la diplomazia e gli strumenti democratici hanno spesso fallito. Il vicino Kosovo ce lo insegna. E non è un caso che sarà soprattutto il (non) dialogo tra Belgrado e Pristina a risentire di più del veto francese all’allargamento.

L’Unione Europea ha sbagliato. E certo, niente è perduto. Ma è anche vero che niente dura per sempre, per esempio l’infatuazione di Skopje. Ci saranno altri appuntamenti, nuove promesse, tantissimi “sono cambiato” e ultime chance, con la speranza che non sia solo un’altra, inutile e noiosa telenovela.

 

Chi è Giorgio Fruscione

Classe 1987, politologo di formazione. E' un analista dell'ISPI esperto di Balcani, dove ha vissuto per anni lavorando come giornalista freelance. Per East Journal si occupa dell'area jugoslava. Parla correntemente serbo-croato, inglese e francese. Twitter: @Gio_Fruscione

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