POLONIA: C’è futuro a sinistra? Intervista alla politologa Agata Czarnacka

In Polonia, il governo del PiS (Diritto e Giustizia) guidato da Kaczyński continua a generare consenso e ad attirare nuovi elettori, silenziando gli oppositori grazie al controllo dei media nazionali e promuovendo politiche sociali a supporto della famiglia tradizionale. Dall’altra parte della barricata, la sinistra polacca sembra essere un soggetto politico ormai agonizzante, sprofondato in una crisi endemica che sembra non avere fine. Se si esclude il successo parziale di Razem (Insieme) nelle elezioni del 2015 (dove ha raggiunto il 3.6 % delle preferenze), il resto delle formazioni progressiste e socialdemocratiche stentano a riguadagnare terreno e credibilità politica. Nelle ultime elezioni parlamentari, la coalizione di Sinistra Unita (che includeva, oltre l’Alleanza della Sinistra Democratica – SLD, l’Unione del Lavoro – UP, il Partito Socialista Polacco, il Partito Polacco del Lavoro, Twój Ruch e i Verdi) non è riuscita a raggiungere la soglia dell’8 % necessaria ad entrare in Parlamento.

Allo stato attuale delle cose, la sinistra polacca dovrebbe chiedersi quali sono stati gli errori commessi e quali sono le possibilità concrete per un suo riscatto nel prossimo futuro. Abbiamo fatto questa ed altre domande ad Agata Czarnacka, politologa, giornalista e femminista che ha lavorato con l’SLD come policy advisor e che commenta su TV e radio la crescita della destra populista in Polonia.

Il sociologo Maciej Gdula ha definito il progetto politico di Kaczyński come una nuova forma di autoritarismo. Secondo Gdula, questa forma di autoritarismo è “nuova” poiché si avvale del sistema democratico per realizzare i suoi obbiettivi antidemocratici. È d’accordo con questa definizione? Possiamo considerare il PiS una formazione autoritaria? Se si, in quale misura?

È stata una ricerca qualitativa, su un campione limitato di abitanti nella cittadina di Miastko, a fornire a Gdula lo spunto per l’elaborazione del concetto di “nuovo autoritarismo”. Seguendo le linee di ricerca di Adorno in “The Authoritarian Personality”, Gdula ha portato avanti un lavoro molto interessante, utile a comprendere le ragioni e le idee che hanno orientato gli elettori nel 2015. Io apprezzo profondamente i suoi sforzi e la sua ricerca tanto da citarla ogni volta che posso, ma non mi spingerei fino al punto di definire questo tipo di autoritarismo come diverso da quello precedente. Non sono d’accordo con Gdula sulla “novità” di questo fenomeno.

Secondo la sua esperienza di attivista e i suoi studi, quali sono stati i principali fattori economici, sociali e culturali che hanno portato alla vittoria del PiS nel 2015?

La democrazia è in continuo mutamento e i suoi principi andrebbero sempre applicati alla realtà. Questo è qualcosa che è mancato nelle democrazia polacca poiché l’intero processo democratico è stato, ad oggi, più un “agire meccanico” che un dibattito aperto. I cittadini non vengono coinvolti nei processi decisionali. Questa mancanza di spazio si tramuta in un’incapacità di osservazione e di analisi critica della realtà. Con l’assenza di spirito critico la corruzione prolifera insieme al generale disinteresse per la cosa pubblica. Aggiungiamo a questo l’isolamento sociale e il crescente senso di “assedio” che da questo deriva ed ecco che si hanno già degli indizi cruciali per l’analisi della vittoria del PiS.

Considerando un altro fattore, tre o quattro anni prima delle elezioni del 2015, i conservatori polacchi hanno investito molto nei media tradizionali e nei social media. Un ultimo fattore sono state senza dubbio le politiche neoliberiste realizzate dai precedenti governi, i quali hanno continuato a mantenere gli stipendi al minimo e a non migliorare un già pessimo sistema di welfare. Ovviamente, un partito che promette di ridistribuire una parte del miracolo economico è destinato ad attrarre i voti degli elettori. Specialmente dopo la serie di scandali che ha coinvolto le precedenti élite politiche…

Molti opinionisti affermano che il PiS ha teso la mano ai “losers” della trasformazione iniziata dopo il 1989, la cui drammatica esperienza personale è stata marginalizzata nell’epoca della narrativa neoliberista. Questi opinionisti sembrano far riferimento alla classe operaia e alle nuove forme di precariato. Considera questa spiegazione esaustiva? O ci sono altri attori sociali che hanno supportato e supportano le politiche del PiS?

Questa è certamente una spiegazione valida. Il PiS ha basato la sua campagna elettorale sulla lotta alla corruzione, introducendo un generoso assegno familiare (prima inesistente) e concentrandosi sui bisogni delle piccole cittadine e delle zone rurali lasciate ai margini dalle politiche neoliberiste. Per quanto riguarda la classe operaia e il precariato: queste classi hanno sicuramente ottenuto qualcosa grazie all’innalzamento del salario minimo e all’erogazione degli assegni familiari. Tuttavia, le “nuove” categorie di precari, come le madri single e i giovani lavoratori, non vivono in una situazione economica favorevole, essendo soggetti “estranei” alla categoria di famiglia tradizionale cara al governo. La politica abitativa del PiS ha poi precarizzato ulteriormente la posizione di questi soggetti, aumentando il potere contrattuale dei proprietari di immobili, i quali oggi possono sfrattare con più facilità gli inquilini.

Le uniche forze di opposizione parlamentare a queste riforme sono i liberali e conservatori di Piattaforma Civica (PO), i populisti di Kukiz’15 e i liberali di Moderno (Nowoczesna). La sinistra, specialmente quella nata dalle ceneri del partito comunista polacco (PZPR), sembra essere condannata ad avere un ruolo marginale…

Oggi l’opinione comune a sinistra è che bisogna essere uniti. Il ché risulta difficile. I partiti maggiori (l’SLD e l’UP) evitano, in nome dell’unità, ogni potenziale dibattito per una crescita della sinistra. Di conseguenza la politica è tornata in strada. Ratujmy Kobiety (Salviamo le Donne), è stato solo uno dei tanti movimenti di protesta contro le politiche illiberali del PiS. Allo stesso tempo, gli statali e i contadini sono scesi in piazza contro le politiche economiche del partito di Kaczyński. Purtroppo, l’opposizione democratica e la sinistra stessa sembrano essere incapaci di ottenere i loro voti e di cooperare con loro, quindi questi diventano facili prede della retorica nazionalista e anti-europeista. La sinistra non andrà lontano se non saprà riconoscere i bisogni di queste fasce della popolazione.

Non a caso, dopo la vittoria elettorale del 2001 (41% dei voti in coalizione con l’UP), il partito di sinistra maggioritario, l’SLD, non ha più vinto le elezioni, perdendo progressivamente consensi:
11,31 % nel 2005
13,15 % (in coalizione) nel 2007
8,24 % nel 2011
7,60 % (in coalizione) nel 2015
Quali errori ha commesso l’SLD per perdere buona parte del suo bacino elettorale?

Partirò con una provocazione, dicendo che i più grandi errori dell’SLD sono stati quello di permettere al papa polacco K. J. Wojtyła di morire e quello di firmare il trattato di adesione all’UE. L’SLD non è mai stato un partito perfetto, ma molti dei problemi che ha affrontato sono legati a fattori esterni. Nel 2001, dopo il terribile governo della coalizione AWS (Azione Elettorale Solidarność), i media liberali, con il supporto dei conservatori, hanno portato avanti una campagna diffamatoria contro la sinistra che ancora sopravvive oggi e che non riguarda solo l’SLD. Ogni volta che gli attivisti di Razem propongono delle politiche sociali vengono bollati come comunisti, sovietici, populisti irresponsabili, etc.

Dopo la parentesi del governo tecnocratico di Marek Belka (politicamente vicino all’SLD) e la vittoria, nel 2007, dei conservatori del PiS, l’incidente aereo di Smolensk ha contribuito ulteriormente al ridimensionamento della sinistra polacca. Nell’incidente persero la vita le personalità più rilevanti di questo blocco politico: Izabela Jaruga-Nowacka, ex Vice primo ministro, il suo braccio destro Jolanta Szymanek-Deresz e il candidato alla presidenza dell’SLD, Jerzy Szmajdzinski. Fu un gravissimo episodio per la sinistra polacca, che si vide privata di 3 leader in un solo colpo. Successivamente alla disgrazia di Smolensk, le teorie del complotto e l’isteria cattolica promosse dal PiS e dalla Chiesa polacca hanno monopolizzato il discorso pubblico e rafforzato l’ideologia nazionalista. La sinistra ne è uscita decimata, traumatizzata e dispersa. La coalizione del 2015, guidata dalla figlia di Izabela Jaruga-Nowacka, Barbara Nowacka, non è riuscita ad infondere abbastanza fiducia nell’elettorato, e la scelta di presentarsi in coalizione con altri partiti si è rivelata un ulteriore impedimento, non avendo raggiunto la soglia minima dell’8 %.

Diversamente dall’SLD e dalle “vecchie” formazioni di sinistra, Razem si costituisce come una promettente alternativa al populismo di destra. Ha ricevuto il 3.6 % dei consensi nelle ultime elezioni, un risultato incredibile per un partito polacco progressista, per giunta fondato solo pochi mesi prima della tornata elettorale. Può questa formazione dare nuovo slancio alla sinistra in Polonia? 

Se Razem non costruisce un progetto coerente e comune con gli altri partiti del suo “blocco”, io non vedo un futuro concreto per la sinistra polacca. I risultati di Razem dimostrano che non è la società a non apprezzare la sinistra, ma è la sinistra che, malgrado i suoi tentativi, non riesce a raggiungere la società. Razem ha lottato per affermarsi autonomamente, ma le condizioni per emergere da soli sono difficili e i suoi giovani attivisti sono spesso impreparati. In Polonia, la sinistra deve elaborare congiuntamente un nuovo linguaggio politico, in modo da attrarre elettori che vedano tutelati i loro interessi e che vengano supportati nelle loro battaglie. In ogni caso, i media principali sono sotto il controllo dei conservatori e liberali e questo non aiuta la sinistra nell’elaborazione di un contrattacco efficace. Nel generale clima di insoddisfazione che popola la Polonia oggi non sarà facile fronteggiare le destre e le tendenze autoritarie. La sinistra polacca dovrà reinventare se stessa e al contempo cercare una via per l’unità. E dovrà farlo prima che sia troppo tardi.

Chi è Stefano Cacciotti

Stefano Cacciotti
Nato a Colleferro (RM) nel 1991. Laureato in Sociologia e in Interdisciplinary research and studies on Eastern Europe. Ha vissuto a Varsavia (2013) e a Budapest (2016), dove ha approfondito i suoi studi sulla storia contemporanea e sociale dell'Europa centro-orientale.

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Un commento

  1. Anche qui le questioni economiche sono primarie per la gente comune.

    Peccato che la sinistra troppo presa a rimanere nella UE si sia dimenticata di andare incontro al popolo.

    E avendo deciso di rimanere nella UE, non può fare discorsi economici coerenti e di lungo respiro.

    L’UE è anche uno dei fattori di morte della democrazia.

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