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UCRAINA: Mosca alza la posta contro l'UE. E riparte la disputa sul gas

Unioni omosessuali e aumento dei prezzi per convincere gli ucraini a lasciar stare l’associazione con l’UE

Le molte facce della pressione psicologica. Il processo di integrazione europea porterà alla legalizzazione delle unioni omosessuali e a un vorticoso aumento dei prezzi. Ecco alcuni dei messaggi contenuti nei manifesti con cui il movimento politico extraparlamentare “Scelta ucraina” (“Ukrains’kyj vybir”, “Ukrainskij vybor”) ha riempito le strade di Kiev e soprattutto la metropolitana della capitale ucraina. E dietro ’Scelta ucraina’ c’è un putiniano doc: Viktor Medvedchuk, amico intimo del presidente russo (padrino al battesimo della figlia).

I sostenitori del Cremlino e dell’ingresso dell’Ucraina nell’Unione doganale tra Russia, Bielorussia e Kazakhstan usano quindi anche la carta dell’intimidazione psicologica per tentare di impedire che Kiev sigli un accordo di associazione e libero scambio con l’Ue a fine novembre. In uno dei manifesti ci sono degli omini blu stilizzati che si tengono per mano e delle donnine rosa che si tengono anch’esse per mano: le tanto temute unioni omosessuali che – secondo ’Scelta ucraina’ – l’Ue vorrebbe esportare nella repubblica ex sovietica. In un altro, un’etichetta con un prezzo di 19,99 grivne (meno di due euro) è sostituita con un’altra con un prezzo di 19,99 euro. Un altro manifesto presenta invece un segnale giallo triangolare di pericolo con al centro un punto esclamativo: “Associazione con l’Ue? Attenzione!”.

Nel frattempo, riparte la disputa sui prezzi delle importazioni di gas. Un altro inverno al freddo?

L’Ucraina ha bloccato l’importazione di gas dalla Russia dallo scorso venerdì a seguito di una disputa sul prezzo, secondo quanto riferiscono fonti industriali russe. Le esportazioni di gas verso l’Europa non avrebbero però finora subito interruzioni. “Non ci sono forniture a Naftogaz da venerdì”, dice una fonte industriale. Un esponente di Gazprom dice che il transito di gas russo verso l’Europa via Ucraina prosegue senza problemi. “Tutte le richieste di export sono state esaudite”, sottolinea.

Foto: Vybor.ua

RUSSIA: Omofobia portami via. Mentre le Pussy Riot restano in galera

Ancora intolleranza omofoba “ufficiale” in Russia. Almeno una trentina di attivisti per i diritti dei gay sono stati arrestati a Mosca per aver organizzato un “gay pride” nonostante questo non fosse stato autorizzato dalla polizia. La manifestazione – promossa per ricordare Vladislav Tornovoj, un ventiduenne violentato e ucciso a Volgograd da una banda che lo riteneva un omosessuale – è stata presa di mira anche dalle aggressioni di diversi squadristi di religione cristiano ortodossa.

Vladislav Tornovoj fu trovato morto all’inizio del mese in un parco giochi appena fuori dall’edificio in cui era cresciuto. Sul suo cadavere il medico legale ha rinvenuto ferite alla testa e in tutto il corpo, compreso l’ano: i suoi carnefici, alcuni dei quali amici dall’infanzia, lo avevano violentato utilizzando bottiglie e bastoni e, dopo averne mutilato i genitali, gli avevano dato parzialmente fuoco. Era stato torturato al punto che i medici hanno sconsigliato al padre di vederlo per l’ultima volta prima della sepoltura. “Non era gay, vogliono solo disonorarlo” ha detto Andrej Tornovoj a Skynews, dando prova di quanto sia consolidato in Russia, anche tra i parenti delle vittime di omofobia, l’odio verso i gay. “Fu lui a dirci che era un finocchio” (“goluboj”), ha detto uno degli arrestati per quel delitto, salutato da molti sul web come un’opera di pulizia quasi etnica e non condannato dalla politica, impegnata a vietare per legge come “propaganda omosessuale” perfino le campagna per la sensibilizzazione sui diritti dei gay. Leggi anti-gay sono già in vigore a Pietroburgo e altrove.

Niente revisione del processo per le Pussy Riot

Continua la caccia alle “streghe”: la sentenza di condanna per “estremismo motivato da odio religioso” comminata alle Pussy Riot per la loro performance nella cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca è “legittima”. Lo ha deciso il presidente del tribunale della città di Mosca, Olga Egorova, aggiungendo che la sentenza emessa dal tribunale Khamovniki lo scorso agosto non verrà rivista, come invece chiesto dalla difesa delle attiviste.

L’avvocato delle ragazze, Irina Krunova, ha definito la decisione della Egorova “prevedibile” e ha già annunciato che ricorrerà in appello alla Corte suprema russa. Ad aprile, i legali delle giovani avevano presentato ricorso alla corte di Mosca contro la condanna di colpevolezza “per mancanza di prove”. Marija Aljokhina e Nadezhda Tolokonnikova si trovano in due differenti colonie penali, lontano da Mosca, dove stanno scontando la pena di due anni di campo di lavoro. Insieme ad altre tre componenti della “band punk” femminista avevano inscenato la ormai celebre “preghiera punk” nella chiesa simbolo della rinascita religiosa in Russia, nel febbraio 2012, in cui chiedevano alla Vergine di liberare il Paese da Putin. Marija è da otto giorni in sciopero della fame per protesta contro i giudici che le hanno vietato di partecipare, se non in collegamento video, all’udienza in cui si decideva della sua richiesta di scarcerazione anticipata. Istanza poi respinta.

UNGHERIA: Il nuovo codice penale sanziona l'omofobia e la transfobia

Una buona notizia che ci giunge dall’Ungheria dove, il 13 luglio scorso, il presidente János Áder ha promulgato il nuovo codice di procedura penale approvato recentemente dal parlamento magiaro. La norma, che sostituisce il vecchio codice penale dell’era comunista datante del 1978, entrerà in vigore tra un anno, il 1 luglio 2013. Il nuovo testo contiene vari articoli che concernono direttamente la situazione delle minoranze sessuali. Il più importante è senza dubbio l’introduzione di una norma che, per la prima volta, sanziona i crimini d’odio commessi in ragione dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere della vittima. Per quanto i crimini d’odio omofobi e transfobici erano, in teoria per lo meno, già perseguibili sulla base della legislazione esistente, la menzione esplicita di queste categorie rafforza notevolmente la protezione che la legge offre alle vittime di tali crimini. Tra le altre novità positive vi é la soppressione della terminologia estremamente offensiva in uso da secoli nel diritto ungherese per definire qualunque tipo di relazione sessuale distinta dal coito vaginale. L’espressione “fajtalanság” (lascivia, perversione) usata per definire le relazioni omosessuali é stata, per esempio, eliminata.

Reazioni

Le associazioni LGBTQI del paese magiaro che, da anni, stavano lottando per ottenere queste modifiche si sono rallegrate del voto del parlamento ma hanno ricordato che “come nel caso di qualunque altra legislazione l’importante é che sia applicata”. L’attivista Tamás Dombos ha definito “soprendente” questo repentino cambio di atteggiamento del governo di Viktor Orbán verso le minoranze sessuali e ha sottolineato che si tratta di un “primo passo” che deve essere accompagnato da misure concrete come, per esempio, dei corsi di formazione per la polizia nei quali i membri delle forze dell’ordine possano apprendere come agire quando si trovano a occuparsi di un caso di odio omofobo o transfobico (e i casi di questo genere sono sempre più numerosi, purtroppo).

Va inoltre ricordato che non tutte le disposizioni contenute nel nuovo codice sono favorevoli alla comunità LGBT. Una delle più antiche associazioni LGBT ungheresi, la società Háttér di appoggio alle persone LGBT (Háttér Társaság a Melegekért, in ungherese), ha ricordato in un comunicato che il nuovo codice contiene una formulazione quanto meno sorprendente del reato di bigamia. Mentre fino ad esso, infatti, il diritto ungherese sanzionava nello stesso modo i casi di bigamia indipendentemente da che riguardassero il matrimonio o le “bejegyzett élettársi kapcsolat” (Si tratta della legge ungherese, in vigore dal 2009, sulle convivenze registrate etero e omosessuali), d’ora in poi il reato di bigamia si applicherà solo nel caso delle coppie sposate. Questo cambio é frutto della determinazione del governo di Orbán di distinguere e favorire il matrimonio eterosessuale, discriminando gli altri tipi di unione.

Una comunità LGBTQI vittima di attacchi crescenti

Gli attacchi omofobi si sono susseguiti dal ritorno al potere di Viktor Orbán nel 2010. Fin dalla schiacciante vittoria del Fidesz nelle ultime elezioni (celebratesi in due turni, l’11 e il 25 Aprile del 2010) il paese ha conosciuto una preoccupante deriva populista che é culminata nell’adozione di una nuova costituzione. Questa nuova carta costituzionale proclama, tra molte altre cose, la supremazia dei “valori” cristiani eretti a elementi fondanti dell’identità nazionale, definisce la nazione in termini esclusivamente etnici, ignora la presenza di minoranze nazionali (in particolare i Rom, che sono vittima di abusi crescenti), vieta l’aborto e proibisce il matrimonio tra persone dello stesso sesso. A questa riforma si é aggiunta negli ultimi mesi l’adozione da parte del parlamento di una legge sulla “protezione della famiglia” che definisce la famiglia come una “comunità autonoma che precede qualsiasi legge e che esiste prima dello Stato”, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna il cui fine è la procreazione. Concetti che sono ripresi dal nuovo programma scolastico di base approvato il mese scorso (il nuovo curriculum prevede anche che gli insegnanti incoraggino il patriottismo e la coscienza nazionale). Lo scorso febbraio, infine, il governo ha istituito la Società Ungherese per le scienze della famiglia (Magyar Családtudományi Társaság, MCST) il cui compito é combattere “pericoli” quali le relazioni sessuali prematrimoniali, le convivenze e le relazioni sessuali non-eterosessuali.

Successo del Pride di Budapest e dei GayEuroGames

Quella relativa al nuovo codice penale non é l’unica buona notizia che ci é giunta dall’Ungheria nelle ultime settimane. Circa 3000 persone hanno preso parte nel tradizionale Meleg Méltóság Menet (Marcia per la dignità dei gay) di Budapest, che si é tenuto regolarmente lo scorso 7 luglio, nonostante un tentativo di proibizione da parte delle autorità (del quale ci eravamo occupati in un articolo qui in East Journal) e le minaccie dell’estrema destra. Gli organizzatori del Pride hanno celebrato il successo della manifestazione alla quale hanno partecipato anche ambasciatori stranieri, attivisti per i diritti umani e europarlamentari come la co-presidenta dell’Intergruppo LGBT del parlamento europeo Ulrike Lunacek.

Anche i Gay EuroGames, che si sono tenuti a Budapest dal 27 di giugno al 1 di luglio, sono stati un indubbio successo. All’evento hanno preso parte 2000 atleti in rappresentanza di 34 nazioni.

Conclusione

L’inclusione di misure favorevoli ai diritti delle minoranze sessuali nel nuovo codice costituisce un’inversione di tendenza rispetto alle misure che, come abbiamo visto, il governo di Orbán aveva preso negli ultimi mesi e può essere visto come un tentativo di ingraziarsi le istituzioni europee e migliorare la sua immagine pubblica. Si tratta, ad ogni modo, di un fatto positivo che permetterà alle persone LGBT di difendersi più efficacemente dalle violenze di cui sono oggetto.

Un fatto tanto più positivo visto che interviene in un paese dove l’estrema destra si sta imponendo culturalmente e che vive un clima di crescente omofobia alimentata, in particolare ma non solo, dal Jobbik che moltiplica gli attacchi e le violenze per strada e le proposte di legge omofobe in parlamento (come quella che vorrebbe punire con pene fino a 8 anni di carcere la cosiddetta “propaganda dell’omosessualità”, cioé ogni mostra dell’omosessualità in pubblico). Ma affinché le garanzie che la legge offre divengano realtà sarà necessario che il governo ungherese si impegni a applicarle pienamente. Ci si può augurare che sia così ma nulla, oggi, é meno certo.

POLONIA: Questo matrimonio (gay) non s'ha da fare

Il parlamento polacco, con una maggioranza trasversale (fatta dai voti della Piattaforma Civica del premier Donald Tusk e di Diritto e Giustizia dell’ex primo ministro Jaroslaw Kaczynski) superiore ai due terzi ha bloccato martedì 25 luglio il dibattito su due progetti di legge per la legalizzazione delle unioni omosessuali, presentati dai libertari del Movimento Palikot (RP) e dall’Alleanza Democratica di Sinistra (SLD).

Secondo i deputati della maggioranza di Piattaforma Civica (PO), le due proposte di legge erano incostituzionali. PO dice di stare lavorando ad un disegno di legge alternativo, da presentare in autunno, che introdurrebbe le unioni civili. I partner registrati potrebbero così ottenere mutui congiunti e il pagamento degli alimenti, ma non compilare unitamente la dichiarazione delle tasse. Un disegno di legge di PO sulla questione era già stato annunciato a marzo ma ancora latita.

Secondo l’analista polacco Remi Adekoya, “il problema fondamentale è che il parlamento polacco è attualmente più conservatore della società che rappresenta“. L’attuale Sejm ha accolto per la prima volta un deputato apertamente omosessuale e una deputata transgender (entrambi di RP). Tuttavia il partito di maggioranza relativa, il centrista Piattaforma Civica, è ostaggio sui temi etici (dal matrimonio omosessuale alla fecondazione artificiale) di una minoranza di deputati conservatori al suo interno, e il premier Donald Tusk non sembra volersi prendere cura della questione. A noi italiani la situazione dovrebbe ricordare qualcosa, dopo le ultime polemiche all’interno del PD.

La situazione delle comunità LGBTQI in Europa Centro-Orientale: Turchia

La nostra serie dedicata alle comunità LGBTQI dell’ Europa Centro-Orientale si occupa oggi della situazione delle minoranze sessuali in Turchia. La comunità LGBTQI turca, pur essendosi rafforzata notevolmente negli ultimi anni (sono sempre di più, per esempio, le persone che partecipano ai Prides di Istanbul), vive un momento particolarmente difficile e complesso. Il progresso dei diritti civili si scontra infatti, sia con la crescita di un Islamo-nazionalismo particolarmente aggressivo, sia con una società che, negli ultimi anni, é divenuta più conservatrice e religiosa. Una svolta conservatrice di cui le donne (vedasi il recente attacco lanciato dal governo contro la legge sull’aborto)e le minoranze sessuali sono una delle prime vittime.

Il quadro legale

Formalmente le relazioni omosessuali non sono mai state un crimine, però continuano a esistere leggi che sanzionano il cosiddetto “scandalo pubblico” e che possono essere usate per perseguire le minoranze sessuali. L’esercito turco continua, inoltre, a classificare l’omosessualità come una “malattia”. Per evitare di essere reclutati nell’esercito le persone LGBT necessitano del cosiddetto “certificato rosa” che viene concesso solo a coloro che possono portare “prove” inconfutabili della loro omosessualità (quali, per esempio, esami anali o video e fotografie che li ritraggono mentre fanno sesso). Si tratta di pratiche umilianti che, qualche mese fa, furono denunciate in un documentario della BBC che generò una polemica internazionale.

Riassumendo la situazione legale delle persone LGBTQI é la seguente:

  • non esiste riconoscimento giuridico alcuno per le coppie e famiglie LGBT.
  • non vi sono leggi contro l’omofobia
  • non vi sono leggi che sanzionano le discriminazioni sulla base dell’identità di genere e l’ orientamento sessuale
  • l’adozione per le coppie o individui LGBT é illegale
  • sono previste procedure che permettano alle persone che si sottopongono ad una operazione di riattribuzione chirurgica di sesso di ottenere il riconoscimento amministrativo del cambio di genere ma solo dopo la sterilizzazione obbligatoria e il divorzio
  • ILGA Europe afferma che, durante gli ultimi 10 anni, le autorità turche hanno violato sistematicamente la libertà di associazione delle persone LGBT.

Vista questa situazione non sorprende che il paese si collochi agli ultimi posti in Europa per il rispetto dei diritti umani e civili delle minoranze sessuali. Nell’ultimo “Rainbow Index”, che é stato pubblicato recentemente dall’organizzazione ILGA-Europe, la Turchia ha ottenuto -3 punti (come Monaco e San Marino), in una scala che va dai -4,5 punti di Russia e Moldavia ai +21 del Regno Unito. Sulla situazione della comunità LGBT in Turchia si veda anche l’ Annual Review 2011 on Turkey (si può scaricare cliccando qui).

Censura e discriminazioni

In un rapporto sulla Turchia presentato lo scorso aprile il Parlamento Europeo espresse la sua “profonda preoccupazione per le continue persecuzioni nei confronti di lesbiche, gay, bisessuali e transessuali (LGBT) basate sulla legge concernente gli illeciti e sulle disposizioni in materia di «comportamento immorale»” e rilevò “la necessità di adottare ulteriori azioni contro l’omofobia e ogni altro tipo di discriminazione, molestia o violenza per motivi di orientamento sessuale e identità di genere, in particolare includendo i motivi in parola in una legge antidiscriminazione”. In questo stesso rapporto l’Europarlamento si riferì anche al comportamento dell’esercito e ribadì “il proprio appello al governo turco affinché ordini alle forze armate turche di sopprimere la classificazione dell’omosessualità come malattia «psicosessuale»”

La censura e le discriminazioni sono all’ordine del giorno. Solo il mese scorso, per esempio, la corte suprema di cassazione ha dettato una sentenza nella quale ha affermato che il sesso anale e orale sono “innaturali” e li ha comparati alla zoofilia e alla necrofilia. Negli ultimi anni, inoltre, hanno avuto un’ampia risonanza internazionale i tentativi di censura di cui sono stati oggetto siti web con contenuto omosessuale; i ripetuti tentativi di illegalizzare delle associazioni che lavorano in difesa dei diritti delle minoranze sessuali e casi come quello dell’ arbitro di calcio Halil İbrahim Dincdağ, che fu licenziato quando la sua omosessualità fu rivelata da alcuni giornali (Dincdağ ha presentato un ricorso contro il suo licenziamento e ha denunciato la federazione turca per licenziamento illegittimo. Il processo é ancora in corso).

I cosiddetti “crimini d’onore” continuano a mietere vittime. Tra i molti, troppi, casi avvenuti negli ultimi anni segnaliamo in particolare quello dell’omicidio di Ramazan Çetin (una donna transessuale che fu brutalmente uccisa da suo fratello) e quello dello studente gay Ahmet Yildiz (ucciso da suo padre).

Secondo un rapporto sulla situazione delle persone LGBT in Turchia, che l’associazione Amnesty International pubblicò l’anno scorso, almeno 16 persone furono uccise nel 2010 in ragione del loro orientamento sessuale (questa cifra non include i crimini commessi contro persone Transgender), ma si sospetta che i casi siano in realtà molti di più. Cifre confermate anche da un rapporto pubblicato nel 2011 dal Consiglio d’Europa.

La situazione della comunità Transgender

La situazione delle persone transessuali é particolarmente difficile. La Turchia occupa il primo posto tra i 47 paesi membri del Consiglio D’Europa, e il settimo posto al mondo, per il numero di omicidi motivati dall’odio transfobico. Nel 2011 furono assassinate 28 donne trans. Il gruppo Pink Life ha raccolto inoltre 30 casi di violenze molto gravi, tra cui due tentativi di linciaggio, avvenuti nello stesso periodo.

Dal 1988 sono previste procedure che permettano alle persone che si sottopongono a un’operazione di riattribuzione chirurgica di sesso di ottenere il riconoscimento amministrativo del cambio di genere, ma solo dopo la sterilizzazione obbligatoria e il divorzio.La transfobia sociale é molto elevata. In molti casi le persone Trans sono ripudiate dalle loro famiglie e sono obbligate a esercitare la prostituzione. Molte sono fermate regolarmente dalla polizia con l’accusa di “disturbare la quiete pubblica” e portate in commissariato dove spesso sono vittima di violenze e abusi da parte di membri delle forze dell’ordine. Un esempio é il caso dell’aggressione di cui fu vittima, nel 2010, un gruppo di militanti transgender appartenenti al gruppo Pembe Hayat. Un sondaggio condotto nel 2011 su un campione di 104 donne transessuali rivelò che l’89% affermava di essere stata vittima di violenze da parte delle forze dell’ordine.

L’anno scorso le organizzazioni di difesa dei diritti umani Human Rights Watch e Amnesty International fecero pubblici due rapporti nei quali accusavano le autorità turche di non fare nulla per proteggere le minoranze sessuali dalle violenze, l’harassment e le discriminazioni di cui sono vittima.

Auge del conservatorismo autoritario

Più in alto abbiamo menzionato la sentenza della corte di cassazione che ha definito “innaturali” il sesso anale e orale e gli ha comparati alla “tortura, alla violenza sadomasochista, alla zoofilia e alla necrofilia”. Il sessuologo Selçuk Candasayar ha affermato che la sentenza é indicativa “dell’auge di un conservatorismo autoritario in Turchia”. Il professor Candasayar non é, del resto, l’unico a preoccuparsi della sempre più evidente deriva autoritaria, religiosa e nazionalista del governo di Erdoğan. Molti analisti, come Soner Çagaptay,allertano da tempo che é in atto un “processo di ingegneria sociale il cui fine é quello di islamizzare la società turca”. É innegabile che il governo stia tentando di limitare e, in alcune zone, di proibire il consumo di alcohol e che il comune di Istanbul (in mano all’AKP), sia stato accusato di avere lanciato una campagna per “purificare” e islamizzare il quartiere di Beyoğlu, il “Soho” di Istanbul.

Il sociologo Sencer Ayata, che é anche vicepresidente del maggior partito dell’opposizione, il Partito Repubblicano del Popolo (in turco: Cumhuriyet Halk Partisi o CHP), ha presentato recentemente un rapporto nel quale afferma che le autorità hanno incarcerato più di 600 studenti e espulso dalle università a altri 5.000 col fine di “formare una gioventù puritana”. Non si deve neppure dimenticare che la Turchia é attualmente il paese che conta con il triste record di avere il maggior numero di giornalisti detenuti al mondo. Lo scorso febbraio lo scrittore Paul Auster si rifiutò di recarsi nel paese proprio in protesta contro le detenzioni di giornalisti. Un comportamento che scatenò la reazione infuriata di Erdoğan che dichiarò che Paul Auster é “ignorante”. Eppure l’associazione turca di editori ha appena pubblicato uno studio in cui si afferma che la censura e l’autocensura sono in crescita nella stampa turca e che sempre più libri sono proibiti dalle autorità. L’editorialista del giornale Taraf Ahmet Altan ha riassunto la situazione dichiarando che Erdoğan é ormai un “capo che é proibito criticare”.

Una situazione della quale, come abbiamo detto, le minoranze sessuali sono divenute una delle prime vittime. Il governo turco si é negato a promuovere una legislazione contro le discriminazioni e ha tollerato che politici dell’AKP e membri del governo facessero dichiarazioni apertamente omofobe. É questo il caso, per esempio, della ministra della famiglia Aliye Kavaf che, nel 2010, definì l’omosessualità un “disturbo che necessita di trattamento” o del ministro dell’Interno İdris Naim Şahin che l’anno scorso incluse l’omosessualità in un elenco di “situazioni immorali, indecenti e inumane”.

Eppure, non si deve dimenticare che (r)esiste una Turchia laica e moderna e che vi é una comunità Trans e LGBQI meravigliosa, soprattutto a Istanbul, che conta con gruppi come Kaos GL e LambdaIstanbul che fanno un gran lavoro in circostanze spesso molto difficili (si vedano i continui tentativi delle autorità di proibire le loro attività). Una Turchia che é stata abbandonata dall’occidente che le ha preferito la chimera dell’Erdoğan “democratico” e della Turchia “esempio da seguire” per i governi sorti dalla “primavera araba”.

La situazione delle comunità LGBTQI in Europa Centro-Orientale: Ucraina

L’Ucraina é passata in pochi anni dal trionfo di quella straordinaria festa della libertà che fu la Rivoluzione Arancione a una reprise en main brutale e volgare. Dal 2010, data dell’arrivo al potere del presidente Viktor Janukovyč, il paese affonda in un abisso di autoritarismo condito da crescenti violazioni dei diritti umani. L’immagine della (peraltro molto controversa) Egeria della rivoluzione, l’ex-prima ministra Yulia Timoshenko, in prigione si é convertita in uno dei simboli di questa situazione. L’eroe della lotta contro il comunismo in Polonia e direttore emerito di uno dei migliori quotidiani d’Europa (Gazeta Wyborcza), Adam Michnik, ha lanciato una petizione internazionale chiedendo la liberazione della Timoshenko. Il noto militante per i diritti umani Yevhen Zakharov,che é anche copresidente del prestigioso Kharkiv Human Rights Group (KHPG), ha pubblicato recentemente un rapporto nel quale denuncia che nel paese stanno aumentando la miseria, la repressione dei movimenti della società civile indipendente e dell’opposizione, l’influenza politica sui tribunali e gli abusi del sistema legale. Ciò che é peggio, le minoranze, tanto etniche come sessuali, sono divenute le prime vittime di questa situazione.

L’omosessualità rimase illegale in Ucraina (e nel resto dell’URSS) durante tutto il periodo sovietico e fu legalizzata solo dopo il “crollo” del regime, nel 1991. Lo stato non riconosce nessun diritto alla comunità LGBT. Non vi sono né leggi contro l’omofobia né norme anti-discriminazione e non esiste riconoscimento giuridico alcuno per le coppie e famiglie LGBT. La situazione delle minoranze sessuali, inoltre, non solo non accenna a migliorare ma addirittura é peggiorata sensibilmente negli ultimi mesi. Quest’anno il Consiglio Supremo (Verchovna Rada, in ucraino: Верховна Рада України), il parlamento unicamerale del paese, é arrivato molto vicino a approvare un controverso testo di legge omofobo, la proposta di legge # 8711, che de facto ri-criminalizza l’omosessualità. Anche se, come abbiamo riferito qui in East Journal in un recente articolo, alla fine il parlamento ha ceduto alle pressioni della comunità internazionale e ha ritirato, almeno per il momento, la legge, il fatto stesso che una norma del genere sia stata dibattuta e abbia ricevuto il visto verde della commissione sulla libertà d’informazione e della stampa, evidenzia la difficile situazione che vivono le minoranze sessuali nel paese.

Omofobia sociale

Uno degli elementi che più contradistinguono la situazione vissuta dalle persone LGTB é certamente la presenza di un’omofobia sociale molto forte. Gay, Lesbiche, Transessuali, Queers, Intersex e Bisessuali sono regolarmente vittima di crimini d’odio, discriminazioni e ostacoli alla libertà di associazione. Il progresso dei diritti civili si scontra con l’ostilità di una parte importante della popolazione (le ragioni di questa ostilità sono conosciute: peso della tradizione e della religione, struttura sociale patriarcale etc…). Un sondaggio reso pubblico nel novembre del 2011 ha rivelato che il 78,1% degli Ucraini condanna le relazioni tra persone dello stesso sesso. Una ostilità che é esacerbata dall’azione, assolutamente deleteria, della chiesa ortodossa e dalla presenza di gruppi di estrema destra ultra-nazionalisti che attaccano i Gay Prides e propagano un’omofobia estremamente violenta.

La selvaggia aggressione di cui é stato vittima l’attivista per i diritti LGBT Svyatoslav Sheremet, e della quale ci siamo occupati in un precedente articolo, é infatti solo l’ultimo episodio in una serie crescente di attacchi omofobi che si sono susseguiti nel paese negli ultimi mesi. Lo scorso 19 maggio, per esempio, un’ esposizione della fotografa Yevgenia Belorusets, fu devastata da due uomini che distrussero anche alcune delle opere esposte. La mostra, intitolata “una stanza tutta per sé” e finanziata dal Visual Culture Research Center di Kiev, aveva come oggetto la vita delle famiglie LGBT nel paese. Purtroppo non é la prima volta che il Visual Culture Research Center di Kiev, che recentemente é stato anche oggetto di un grave caso di censura, é vittima di attacchi omofobi.

Il co-presidente del consiglio delle organizzazioni LGBT ucraine, Andriy Maimulakhin, ha denunciato recentemente che una coalizione formata da neo-fascisti, ultra-nazionalisti, gruppi cristiani e dai cosiddetti “cosacchi” pro-russi ha lanciato una vera e propria campagna omofoba senza precedenti nel paese. La situazione é tale che poco prima che iniziasse l’Euro2012 l’organizzazione Amnesty International lanciò un appello ai tifosi gay o appartenenti alle minoranze etniche affinché non si recassero in Ucraina perché, come affermò il dirigente di Amnesty Max Tucker, correvano il rischio di cadere vittima, non solo degli attacchi dell’estrema destra ma, anche di una “polizia criminale”.

Il quadro legale

La situazione legale delle persone LGBTQI é la seguente:

  • non esiste riconoscimento giuridico alcuno per le coppie e famiglie LGBT.
  • non vi sono leggi contro l’omofobia
  • non vi sono leggi che sanzionano le discriminazioni sulla base dell’identità di genere e l’ orientamento sessuale
  • l’adozione per le coppie o individui LGBT é illegale
  • sono previste procedure che permettano alle persone che si sottopongono ad una operazione di riattribuzione chirurgica di sesso di ottenere il riconoscimento amministrativo del cambio di genere ma solo dopo la sterilizzazione obbligatoria e il divorzio
  • Manifestazioni per i diritti LGTB sono state attaccate e hanno subito tentativi di proibizione in varie occasioni
  • ILGA Europe afferma che, durante gli ultimi 10 anni, le autorità ucraine hanno violato sistematicamente la libertà di associazione delle persone LGBT.

Vista questa situazione non sorprende che il paese si collochi agli ultimi posti in Europa per il rispetto dei diritti umani e civili delle minoranze sessuali. Nell’ultimo “Rainbow Index”, che é stato pubblicato recentemente dall’organizzazione ILGA-Europe, l’Ucraina ha ottenuto -4 punti (come l’ Armenia, l’ Azerbaigiàn e la Macedonia ), in una scala che va dai -4,5 punti di Russia e Moldavia ai +21 del Regno Unito. Sulla situazione della comunità LGBT in Ucraina si veda anche l’ Annual Review 2011 on Ukraine (si può scaricare cliccando qui).

Conclusione

In conclusione ci pare opportuno ricordare che vi sono dei segnali positivi che meritano di essere sottolineati. Come ha notato Max Di Pasquale nell’intervista che ha concesso al fondatore di East Journal, Matteo Zola: “Il fallimento della Rivoluzione ha lasciato molta disillusione ma la restaurazione dell’ancien régime di Yanuchovyc non porterà comunque il Paese verso un autoritarismo di marca lukashenkiana perché nella popolazione si è ormai radicata l’idea della libertà e la consapevolezza di poterla ottenere”.

Per quel che concerne le minoranze sessuali va notato che negli ultimi anni la comunità LGBT si é sviluppata e rafforzata. L’elemento più importante é probabilmente la strutturazione e lo sviluppo di gruppi LGBT come Gay Forum of Ukraine. Questi gruppi fanno un lavoro straordinario in circostanze spesso molto difficili e contano con attivisti eccezionalmente coraggiosi come Svyatoslav Sheremet e Andriy Maimulakhin. É soprattutto grazie a loro che c’è permesso sperare in un futuro migliore per la comunità LGBT in Ucraina.

RUSSIA: Proibito il Pride di San Pietroburgo

La legge omofoba approvata il 29 febbraio scorso dell’assemblea legislativa di San Pietroburgo non sta tardando a dare i suoi amari frutti. Otto persone sono state arrestate questo fine settimana nella “Venezia del Nord” dopo che la polizia é intervenuta per impedire la celebrazione di un Gay Pride. Quanto avvenuto evidenzia il processo di deterioramento dei diritti umani in atto in Russia (come dimostrano la recente proposta di legge che obbliga tutte le ONG che ricevono sostegno finanziario dall’estero a dichiararsi come “agenti stranieri” e l’ inasprimento delle misure restrittive nei confronti di tutte le organizzazioni della società civile) e mostra la situazione sempre più difficile che vive la comunità LGBT di questo paese.

Otto attivisti per i diritti LGBT sono stati arrestati in vari punti di San Pietroburgo con l’accusa di avere tentato di distribuire “propaganda omosessuale”. Gli arresti si sono prodotti al termine di una settimana nella quale gli attivisti russi avevano tentato invano di ottenere un permesso per celebrare un evento a favore dei diritti LGBT nell’antica capitale russa. In un primo momento era parso che le autorità russe avessero ascoltato gli appelli di Amnesty International e di molte altre organizzazioni per i diritti umani e avessero autorizzato la marcia. Ma poi, all’ultimo minuto, l’evento, che avrebbe dovuto tenersi sabato 7  giugno, é stato proibito senza spiegazioni. Quando 8 coraggiose persone hanno tentato lo stesso di celebrare delle manifestazioni non autorizzate in varie zone della città la polizia é intervenuta arrestandoli. Molto probabilmente  gli attivisti saranno adesso multati con una pena pecuniaria, come é già successo al famoso attivista per i diritti LGBT Nikolai Alekseev che, lo scorso maggio, si convertì nella prima persona a essere condannata per avere diffuso “propaganda omosessuale”.

La legge omofoba e i suoi effetti

Qualunque manifestazione pubblica dell’omosessualità é divenuta illegale a San Pietroburgo dal 1 di Aprile scorso. Da quando, cioé, é entrata in vigore una legge omofoba, della quale ci siamo già occupati recentemente qui in East Journal, che de facto ri-criminalizza l’omosessualità. Ufficialmente il fine della legge é quello di “proteggere i minori” da una fantomatica “propaganda omosessale”. A questo fine la norma proibisce qualunque manifestazione pubblica della “sodomia, del lesbianismo, del bisessualismo, della transessualità”. In pratica, come ha sottolineato anche ìl leader del Russian L.G.B.T. Network Igor Kochetkov, questa legge rende impossibile il lavoro delle organizzazioni LGBT nella lotta contro l’omofobia e i crimini di odio e proibisce le manifestazioni pubbliche dell’omosessualità (a partire, come si vede, dal Gay Pride). La norma prevede che la violazione della legge sia punita con multe fino a 500.000 rubli (circa 13000 euro) per ogni “atto pubblico” che promuova l’omosessualità. Si tratta, quindi, di un testo chiaramente liberticida che viola, tra l’altro, l’art. 10 della Convenzione europea dei diritti umani (che garantisce il diritto alla libertà di espressione e di opinione) e la stessa costituzione Russa. L’ attivista per i diritti LGBT russo Nikolai Alekseev l’ha definita como “nulla meno che una barbarie medioevale”.

Verso la (ri)criminalizzazione dell’omosessualità

La proibizione del Pride e gli arresti di questo fine settimana pongono in evidenza la situazione sempre più difficile che vive la comunità LGBT Russa. Gli arresti di San Pietroburgo fanno, infatti, seguito agli incidenti che avevano accompagnato il Pride di Mosca lo scorso maggio. In quell’occasione, uno sparuto gruppo di manifestanti che aveva sfidato il divieto a manifestare delle autorità (che avevano proibito la celebrazione di una Gay Pride nella città per il settimo anno consecutivo), era stato attaccato tanto dalla polizia come da gruppi di ultra-nazionalisti e cristiani ortodossi.

In conclusione, é importante ricordare anche che quella di San Pietroburgo é solo l’ultima in una serie di leggi omofobe che sono state approvate negli ultimi tempi in varie città e Oblast’ Russi. Nella capitale, Mosca, le autorità cittadine hanno proibito recentemente la celebrazione del Moscow Gay Pride per i prossimi cento anni. Gli Oblast’ di Arkhangelsk, Rjazan’ e Kostroma hanno seguito le orme di San Pietroburgo proibendo la “propaganda omosessuale” (Nikolai Alekseev ha presentato recentemente un ricorso alla Corte Europea per i diritti dell’uomo, ECHR, contro la legge di Arkhangelsk e ha già annunciato che ricorrerà anche le altre leggi omofobe approvate negli ultimi mesi). L’ Oblast’ di Novosibirsk e il Kraj di Krasnodar dovrebbero fare lo stesso nei prossimi mesi. E anche la duma di stato dell’assemblea federale sta attualmente dibattendo una legge molto simile che potrebbe, quindi, essere estesa a breve a tutto il territorio Russo. La Russia si avvia, quindi, verso una ri-criminalizzazione dell’omosessualità che era stata legalizzata nel 1993, dopo il “crollo” del regime sovietico.

 

La situazione delle comunità LGBTQI in Europa Centro-Orientale: Georgia

Negli ultimi anni le autorità georgiane, sempre desiderose di avvicinarsi all’Europa, hanno messo in marcia una serie di riforme al fine di recepire le indicazioni delle istituzioni europee in merito al rispetto dei diritti umani delle minoranze sessuali. Il nuovo codice del lavoro, approvato nel 2006, sanziona, per esempio, le discriminazioni omofobe sul luogo di lavoro. Recentemente, inoltre, il presidente della Georgia,Mikheil Saakashvili, ha promulgato una riforma del codice penale che introduce un’ aggravante che sanziona i crimini commessi per motivi di odio e in ragione dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere della vittima. Con questa riforma del codice penale, della quale ci siamo già occupati in dettaglio qui in East Journal, il governo dello stato transcaucasico ha recepito le raccomandazioni formulate in un rapporto della European Commission against Racism and Intolerance (Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza del Consiglio d’Europa, ECRI), nel quale la ECRI esprimeva la sua “preoccupazione” per la situazione delle minoranze etniche e sessuali nel paese.

Grazie a queste importanti riforme la Georgia si é convertita negli ultimi anni nel paese “leader” in materia di diritti LGBT della regione. Ma, nonostante gli indubbi passi avanti compiuti dal governo georgiano, la situazione della comunità LGBT, pur migliore di quella dell’ Azerbaigian e dell’Armenia, resta lungi dall’essere soddisfacente. Il paese non riconosce nessun diritto alle coppie e famiglie LGBT, non ha mai ospitato un Pride e la comunità LGBT é vittima di violenze e discriminazioni. Nell’ultimo “Rainbow Index”, che é stato pubblicato recentemente dall’organizzazione ILGA-Europe, la Georgia ha ottenuto +1 punto (come la Lettonia), in una scala che va dai -4,5 punti di Russia e Moldavia ai +21 del Regno Unito.

Al momento la situazione legale delle persone LGBTQI é la seguente:

  • L’omosessualità é rimasta illegale durante tutto il periodo sovietico ed é stata legalizzata solo 12 anni fa, nel 2000.
  • l’ età del consenso é la stessa per i rapporti sessuali sia omosessuali che eterosessuali.
  • Le discriminazioni sulla base dell’identità di genere e l’ orientamento sessuale sono sanzionate dal codice del lavoro
  • l’omofobia é riconociuta come un’aggravante nel codice penale
  • non esiste riconoscimento giuridico alcuno per le coppie e famiglie LGBT.
  • l’adozione per le coppie o individui LGBT é illegale
  • sono previste procedure che permettano alle persone che si sottopongono ad una operazione di riattribuzione chirurgica di sesso di ottenere il riconoscimento amministrativo del cambio di genere ma solo dopo la sterilizzazione obbligatoria e il divorzio
  • Il paese non ha mai ospitato una manifestazione per i diritti LGTB

Una società marcata da una forte omofobia sociale

L’elemento forse più marcante della realtà LGTB in questo paese é senza dubbio la presenza di un’omofobia sociale molto forte. Gli sforzi del governo si scontrano, in effetti, con l’ostilità di buona parte della popolazione. Un sondaggio realizzato l’anno scorso mostrava infatti che il 90% dei georgiani pensa che l’omosessualità “non é accettabile in nessun caso”. Un’ omofobia che, purtroppo, si traduce frequentemente in aggressioni e violenze (nel settembre del 2011, per esempio, tre turisti gay tedeschi furono selvaggiamente aggrediti e gettati in un fiume in un villaggio nella regione di Omalo, dopo essersi baciati in pubblico) e che pare addirittura stare aumentando negli ultimi anni. L”associazione di difesa dei diritti LGTB Identoba, per esempio, é stata costretta recentemente a abbandonare la sua sede a causa dei continui attacchi di cui era vittima da parte dei vicini. Si stanno anche moltiplicando i gruppi omofobi in lingua georgiana in Facebook (tra questi gruppi ce n’é uno, in particolare, i cui membri discutono su quale sia il miglior metodo per uccidere i gay).

La chiesa ortodossa.

L’ omofobia sociale é, come abbiamo detto, alimentata in molti casi dalle autorità religiose locali. Nel 2010 un falso rumore che annunciava la possibile tenuta di un Gay Pride a Tbilisi scatenò la reazione furibonda della chiesa ortodossa georgiana e dell’ opposizione che accusò il governo di “volere distruggere i valori georgiani“. Più recentemente, un piccolo partito clericale, il movimento Democratico-Cristiano, ha presentato in parlamento una proposta di riforma della costituzione che prevede che si proibiscano il matrimonio tra persone dello stesso sesso, la cosiddetta “propaganda omosessuale” e che sia proibito a “persone immorali” di ricoprire funzioni ufficiali. La chiesa ortodossa é, inoltre, responsabile del grave attacco di cui sono stati vittima lo scorso maggio i partecipanti alla prima marcia dell’Orgoglio LGTB indetta dalle organizzazioni LGTB georgiane (su questo attacco si veda anche questo mio articolo, in Spagnolo).

Attacco al Pride di Tbilisi

Quest’anno il Movimento LGBT georgiano ha indetto il primo Pride nella storia del paese. La marcia si sarebbe dovuta tenere in occasione della giornata mondiale contro l’omofobia e la transfobia (IDAHO), celebratasi lo scorso 17 Maggio. Purtroppo, però, il piccolo gruppo di manifestanti che vi prendevano parte é stato vittima di una selvaggia aggressione da parte di fanatici cristiani guidati da religiosi ortodossi. La manifestazione doveva ricorrere le strade del centro di Tbilisi, ma gli ortodossi, tra cui si trovavano anche molti membri di una organizzazione chiamata “Unione dei genitori Ortodossi”, bloccarono il corteo insultando e minacciando i partecipanti. I religiosi ordinarono alle forze dell’ordine presenti di proibire il Pride e arrestarne i partecipanti e, quando i poliziotti cercarono di spiegare loro che non potevano bloccare l’evento, attaccarono brutalmente gli attivisti LGBT colpendoli selvaggiamente. Solo allora la polizia si decise a intervenire, arrestando indiscriminatamente i presenti, senza distinzione tra aggressori e aggrediti (infatti, dei 5 arrestati, 3 erano militanti del gruppo LGBT Identoba).

Odiare é facile. Amare richiede coraggio

Poco prima che si producesse questo attacco il difensore civico georgiano, Giorgi Tugushi, aveva reso noto un comunicato in occasione dell’ IDAHO. Nel comunicato Tugushi riconosceva le gravi discriminazioni di cui sono vittima le minoranze sessuali in Georgia e incoraggiava le istituzioni dello stato a promuovere una “cultura della tolleranza”. Tutto questo non fa che risaltare il coraggio e l’eroismo degli attivisti LGBT georgiani che, il giorno dopo dell’attacco degli ortodossi contro Pride, il 18 di Maggio, si sono riuniti davanti alla sede del parlamento per protestare contro lo discriminazioni di cui sono oggetto e rivendicare un pieno riconoscimento dei loro diritti. Uno dei cartelli che brandivano i manifestanti recitava: “Odiare é facile. Amare richiede coraggio“.

Il Pride di Sofia si celebrerà regolarmente, nonostante le minacce degli Ortodossi

Gli organizzatori del Gay Pride di Sofia, in Bulgaria, hanno denunciato pubblicamente i ripetuti attacchi che la chiesa ortodossa ha lanciato contro l’evento nelle ultime settimane. Questa denuncia fa seguito a una vera e propria campagna omofoba che ha toccato il suo parossismo con le gravi dichiarazioni di un prete ortodosso che ha invitato i cittadini bulgari a lapidare i manifestanti dell’Orgoglio Gay e a affogare i politici che hanno autorizzato la manifestazione. Gli attivisti bulgari hanno chiesto alla chiesa ortodossa che prenda le distanze, condannandole, da queste dichiarazioni e l’hanno accusata di stare incoraggiando implicitamente la violenza contro le minoranze sessuali.

Dichiarazioni omofobe

Il sacerdote della chiesa di San Demetrio nella città di Sliven (sud-est della Bulgaria), Evgenii Yanakiev, ha lanciato un appello a tutti coloro che “si considerano cristiani e bulgari” a attaccare il Pride di Sofia “lanciando pietre contro i manifestanti”. Yanakiev ha affermato, inoltre, che “tutti i sindaci e i ministri che tollerano tali atti dovrebbero essere affogati nel più profondo del mare con una pietra al collo”. Il comitato organizzatore dell’Orgoglio LGBT di Sofia ha risposto a queste gravissime affermazioni con una lettera aperta nella quale ha chiesto alla chiesa ortodossa che cessi i suoi attacchi e condanni pubblicamente queste incitazioni alla violenza. Cosa che. purtroppo, la chiesa ortodossa bulgara non ha fatto.

Più grave ancora, il sinodo della chiesa ha emesso un comunicato nel quale afferma che “il santo sinodo, il clero e i cristiani ortodossi si oppongono nuovamente e in modo categorico all’organizzazione di un atto così immorale. Condividiamo la convinzione irrevocabile della chiesa ortodossa che l’omosessualità é una passione anti-naturale che danneggia inevitabilmente gli individui, la famiglia e la società”. Il documento prosegue con una serie di citazioni omofobe della bibbia e si conclude con un invito a genitori e professori a non permettere “che bambini e alunni partecipino o siano testimoni di questa manifestazione così insana…che viola i diritti dei cristiani ortodossi”. Pare opportuno ricordare che non é la prima volta che la chiesa ortodossa bulgara attacca il Gay Pride e i diritti delle persone LGBT. Lo ha fatto, a dire il vero, tutti gli anni sin dalla prima edizione della marcia, nel 2008. Nel 2010, per esempio, il sinodo diffuse un comunicato molto simile a quello che ha diffuso quest’anno, nel quale si definiva il Pride una “vergognosa dimostrazione pubblica del peccato di sodoma e gomorra”.

Sofia Pride 2012

Il Pride di Sofia si svolgerà quest’anno dal 23 di giugno al 4 di luglio. L’evento, che é giunto alla sua 5° edizione, offre un interessante programma di dibattiti, mostre, feste e manifestazioni. Tra gli atti organizzati segnaliamo in particolare il Festival del cinema Sofia Pride Film Fest e la Sofia Pride Art Week, durante la quale esporranno le loro opere artisti come Mihail Vuchkov, Adriana Gerasimova, Yasen Zgurovski, Natasha Rich, Boryana Petrova e Tetch. Le celebrazioni culmineranno con la tradizionale marcia dell’Orgoglio LGBT che ricorrerà le strade della capitale Bulgara sabato prossimo (il 30 di giugno) e con l’altrettanto tradizionale concerto offerto da alcuni dei cantanti pop più popolari del paese. Numerose organizzazioni internazionali e 11 ambasciate straniere hanno dato il loro pieno appoggio all’evento, che conterà anche con la partecipazione dell’ambasciatore degli Stati Uniti, James Warlick. Nel 2010 e nel 2011 il Pride di Sofia si celebrò senza incidenti. Speriamo che, nonostante le minacce della chiesa ortodossa, anche quest’anno succeda lo stesso.

La situazione delle comunità LGBTQI in Europa Centro-Orientale: Azerbaigian

In questo terzo post nella nostra serie dedicata alla situazione delle comunità LGBTQI in Europa Centro-Orientale ci occuperemo della situazione delle minoranze sessuali in Azerbaigian.

Il fatto che quest’anno il festival dell’ Eurovisione si sia svolto nella capitale dell’ Azerbaigian, Bakú, ha scatenato molte polemiche e discussioni. Molti hanno criticato che un evento così importante per la cultura popolare LGBT fosse organizzato in un paese che, come ha ricordato recentemente anche il Parlamento Europeo, non rispetta i diritti umani (in generale, e ancor meno quelli delle minoranze sessuali). Vari paesi hanno chiesto alla UER, che organizza l’evento, che siano esclusi dal festival quei paesi, come la Bielorussia o lo stesso Azerbaigian, che sono retti da sistemi politici non democratici. La presenza della carovana dell’Eurovisione a Bakù ha avuto, ad ogni modo, il merito di attirare l’attenzione dei mezzi di comunicazione internazionali sulla difficile situazione che vive la comunità LGBT in questa repubblica post-sovietica del Caucaso meridionale, indipendente dal 1991.

La situazione della comunità LGBTQI in questo paese é, infatti, purtroppo lungi dall’essere soddisfacente. L’omosessualità é rimasta illegale durante tutto il periodo sovietico ed é stata legalizzata solo 12 anni fa, nel 2000, quando l’allora presidente Heydər Əliyev (padre dell’attuale presidente İlham Əliyev) fece approvare un nuovo codice penale per sostituire quello in vigore durante l’era sovietica. Il nuovo codice abolì l’infame articolo 113, che criminalizzava l’omosessualità, e fissò a 16 anni l’ età del consenso per i rapporti sessuali sia omosessuali che eterosessuali.  Lo stato, però, non riconosce nessun diritto alla comunità gay, lesbica, bi, trans, queer e intersessuale che é regolarmente vittima di aggressioni, discriminazioni e violenze.

La situazione legale delle persone LGBTQI é la seguente:

  • non esiste riconoscimento giuridico alcuno per le coppie e famiglie LGBT.
  • non vi sono leggi che sanzionino l’omofobia e le discriminazioni sulla base dell’identità di genere e l’ orientamento sessuale
  • l’adozione per le coppie o individui LGBT é illegale
  • non sono previste procedure che permettano alle persone che si sottopongono ad una operazione di riattribuzione chirurgica di sesso di ottenere il riconoscimento amministrativo del cambio di genere.
  • Il paese non ha mai ospitato una manifestazione per i diritti LGTB

Vista questa situazione non sorprende che il paese si collochi agli ultimi posti in Europa per il rispetto dei diritti umani e civili delle minoranze sessuali. Nell’ultimo “Rainbow Index”, che é stato pubblicato recentemente dall’organizzazione ILGA-Europe, l’Azerbaigian ha ottenuto -4 punti (come Armenia e Ucraina), in una scala che va dai -4,5 punti di Russia e Moldavia ai +21 del Regno Unito.

Una società marcata da una forte omofobia sociale

L’elemento forse più marcante della realtà LGTB in questo paese é senza dubbio la presenza di un’omofobia sociale molto forte. Un’omofobia sociale che contrasta con il passato di una nazione che, come il vicino Iran, ha una ricca tradizione culturale omosessuale e dove, durante i primi secoli dell’era savafide esistevano bordelli omosessuali, gli amrad khane, che erano riconosciuti pubblicamente e pagavano imposte al fisco. Oggi, ad ogni modo, l’omosessualità é vista come un tabù. Persino le poche organizzazioni che lottano per i diritti LGBT, come Gender and Development, non fanno riferimento all’orientamento sessuale nel loro nome. L’attivista per i diritti umani Yadigyar Sadykov ha affermato che: “se una famiglia decidesse di uccidere un parente omosessuale la maggioranza della gente lo approverebbe….non ho mai conosciuto una persona che sia apertamente omosessuale”.

L’ odio contro le minoranze sessuali é alimentato sia dai leader religiosi che dai mezzi di comunicazione che, molto spesso, diffondono voci sulla presunta omosessualità dei dirigenti dell’opposizione al fine di discreditarli. Sono pochi coloro che, come l’artista Babi Badalov, dichiarano apertamente la loro identità sessuale. Lo stesso Badalov, del resto, é stato costretto a abbandonare il paese dopo il suo coming-out e vive attualmente in esilio a Parigi. Babi ha raccontato in una recente intervista la terribile reazione della sua famiglia quando rivelò loro che era omosessuale (i suoi famigliari continuano a minacciarlo regolarmente di morte anche ora che é in esilio, del resto).

Artush e Zaur

Prima di concludere non possiamo non menzionare il romanzo Artush e Zaur, che il giornalista e scrittore azero Ali Akbar pubblicò nel 2009. Artush e Zaur é la storia d’amore tra due ragazzi di Bakù, uno armeno e l’altro azero. Una storia toccante che ha come sfondo la guerra combattuta, tra il 1988 e il 1994, da Armenia e Azerbaigian per il controllo del Nagorno-Karabakh.

La pubblicazione del romanzo provocò un’enorme scandalo nel paese. Molti editori si rifiutarono di pubblicarlo, vi furono accuse di blasfemia e “propaganda della perversione”, condanne dei muftì e minacce all’unica libreria di Baku che lo vendeva. Akbar si difese dalle polemiche affermando che il suo é “un romanzo sull’assurdità delle guerre” e notò che nel suo paese, oltre alla dittatura politica, esiste una dittatura sociale, alimentata dalla religione e dalle “tradizioni” (inventate più o meno recentemente) che limitano la libertà degli individui e alimentano l’odio omofobo.

La situazione delle comunità LGBTQI in Europa Centro-Orientale: Moldova

Quello che segue é il secondo in una serie di post dedicati alla situazione delle comunità LGBTQI dell’Europa centro-orientale. L’obbiettivo di questi post é analizzare la situazione delle comunità gay paese per paese, nell’intento di fornire al lettore strumenti che gli permettano di meglio comprende le dinamiche in atto in questa regione. Questo secondo post é dedicato alla situazione della comunità LGBTQI in Moldova (conosciuta in Italia anche come “Moldavia”).

La fragile repubblica Moldova ha vissuto negli ultimi anni una grave crisi politica di cui le minoranze sessuali sono state, purtroppo, le prime vittime (rimando il lettore interessato alla situazione politica moldava all’articolo che ho scritto recentemente per East Journal sull’elezione del nuovo presidente del paese). Le organizzazioni di difesa dei diritti di Gay, Lesbiche, Transessuali e Bisessuali  (come GenderDoc-M), del resto, denunciano da tempo che i crimini d’odio, le discriminazioni e gli ostacoli alla libertà di associazione di cui sono vittime le persone LGBT non hanno fatto che crescere negli ultimi anni. Anche l’Unione Europea ha espresso la sua preoccupazione per queste crescenti manifestazioni di intolleranza e discriminazione. Nell’ultimo “Rainbow Index”, che é stato pubblicato recentemente dall’organizzazione ILGA-Europe, Moldova ha ottenuto -4,5 punti (come la Russia) collocandosi all’ ultimo posto in Europa per il rispetto dei diritti umani e civili delle minoranze sessuali.

Il quadro legale

L’omosessualità é rimasta illegale in questo paese durante tutto il periodo sovietico ed é stata legalizzata solo nel 1995. Nel 2002, inoltre,  é stata approvata una riforma del codice penale che ha fissato a 16 anni l’ età del consenso per i rapporti sessuali sia omosessuali che eterosessuali. Lo stato, però, non riconosce nessun diritto alla comunità gay, lesbica, trans, queer e intersessuale.

  • non esiste riconoscimento giuridico alcuno per le coppie e famiglie LGBT.
  • non vi sono leggi che sanzionino l’omofobia e le discriminazioni sulla base dell’identità di genere e l’ orientamento sessuale
  • l’adozione per le coppie o individui LGBT é illegale
  • La Costituzione proibisce il matrimonio tra persone dello stesso sesso
  • non sono previste procedure che permettano alle persone che si sottopongono ad una operazione di riattribuzione chirurgica di sesso di ottenere il riconoscimento amministrativo del cambio di genere.

Il primo Pride nella storia del paese si tenne nel 2002. Da allora si sono tenuti Pride quasi tutti gli anni. Le autorità, però, hanno a più riprese (nel 2005, 2006, 2007, 2008 e nel 2010) proibito o tentato di proibire la celebrazione dell’evento per ragioni di “sicurezza e moralità pubblica”.

Omofobia Sociale

Nel dicembre del 2010 un ragazzo di 26 anni si suicidò nella capitale, Chișinău, dopo essere stato vittima di un grave caso di harassment omofobo da parte delle forze di sicurezza.

Questo terribile episodio di omofobia é lungi dall’essere un caso isolato, purtroppo. L’omosessualità é, per molti, ancora un tabù e sono pochi coloro che vivono apertamente la loro sessualità. L’omofobia sociale, l’ostilità di una parte importante della popolazione, é senza dubbio il maggior problema a cui é confrontata la comunità LGBTQI. Una ostilità che é esacerbata dall’azione dei gruppi religiosi locali che attaccano i Pride, propagano un’omofobia estremamente violenta e svolgono, in generale, un ruolo deleterio alimentando l’odio, benedicendo leggi anti-gay e decorando politici omofobi. Negli ultimi mesi, per esempio, le principali città del paese sono state letteralmente inondate di volantini che propugnano un’omofobia estremamente violenta e delirante. I volantini sono anonimi ma le autorità sono convinte che dietro di essi si trova la chiesa ortodossa. Questo ha provocato una crisi nelle relazioni tra stato e chiesa. La polizia ha perquisito due chiese a Bălți e ha arrestato un politico dell’estrema destra clericale dopo avere rinvenuto 1,300 copie di un pamphlet omofobo nella sua macchina. La reazione delle autorità ecclesiastiche, però, non si é fatta attendere. Un vescovo ha difeso i volantini affermando che “contengono la pura verità” sull’omosessualità e ha accusato il governo di volere intimidire la chiesa.

A tutto questo si deve sommare inoltre la decisione dei comunisti pro-russi di utilizzare l’omofobia come arma nella guerra (politica) senza esclusione di colpi che li oppone alle forze modernizzatici e pro-europee che sostengono il governo di centro-destra dell‘Alianţa pentru Integrare Europeană (Alleanza per l’Integrazione Europea, AIE). I comunisti, ispirati dalle leggi omofobe approvate recentemente in varie città russe, hanno deciso, infatti, di allearsi alla chiesa ortodossa. Il loro obbiettivo é evidentemente quello di presentare il governo dell‘AIE come un governo anti-nazionale che “corrompe” la nazione moldava imponendole “depravazioni” straniere come l’omosessualità. A questo fine hanno moltiplicato gli attacchi alla comunità gay, trasformando i diritti LGBT in uno dei campi di battaglia della guerra politica in corso nel paese.

Nel febbraio di quest’anno la seconda città del paese, Bălți, ha proibito la cosiddetta “propaganda omosessuale” su proposta del partito comunista che governa la città (la legge fu “benedetta” dalla chiesa locale che chiese la sua estensione a tutto il paese). Leggi simili sono state proposte e approvate dal PCMR nelle città di Anenii Noi e Ceadîr-Lunga e in due comuni situati nel distretto di Făleşti, Chetriș e Hiliuţi. Anche la città di Drochia, nel nord del paese, si é sommata recentemente a questo trend proibendo qualunque menzione dell’omosessualità in pubblico.

I comunisti e gli ortodossi si sono uniti anche per condannare con forza la legge contro le discriminazioni, presentata  dal governo (). La Chiesa Ortodossa Moldava e il Partito Comunista (PCMR), infatti, hanno accusato il governo di promuovere l’omosessualizzazione della società. Questa campagna omofoba ha ottenuto il risultato sperato: la prima versione della norma estendeva la tutela della legge alle persone LGBT vittime di violenze e discriminazioni e sanzionava la promozione dell’odio omofobo il testo finale della legge, che é stata approvata recentemente dal parlamento del paese, invece menziona l’omofobia solo nel caso delle discriminazioni sul lavoro.

Moldova Sucks?

Come abbiamo visto la situazione della comunità LGBTQI moldava é estremamente difficile. Hanno forse ragione, quindi, Bruce Willis e il mio amato John Malkovich quando proclamano che “Moldova Sucks!” nella scena finale di “Red“? La risposta, almeno per quel che mi riguarda, é un enfatico No. La situazione é quella che é ma vi sono segnali positivi che meritano di essere sottolineati:

Il primo elemento che merita di essere sottolineato é l’assenza di una sistematica propaganda governativa omofoba. Il governo dell’AIE ha mostrato una certa attenzione e apertura verso la situazione delle minoranze sessuali. La proposta di legge contro l’omofobia, che tra poco dovrebbe essere dibattuta dal parlamento, ne é la riprova.

Negli ultimi anni, inoltre, la comunità LGBT si é sviluppata. Il primo club gay, il Jaguar Dance and Music Club, aprì nel 2009 a Chișinău e da allora sono nati vari locali e bar gay-friendly.

L’elemento più importante é però probabilmente un altro: la strutturazione e lo sviluppo di un movimento gay molto ben organizzato come GenderDoc-M. I militanti di GenderDoc-M fanno un lavoro straordinario in circostanze spesso molto difficili ed é soprattutto grazie a loro che c’è permesso sperare in un futuro migliore per le comunità LGBT della Moldova.

 

La situazione delle comunità LGBTQI in Europa Centro-Orientale: Albania

La Repubblica d’Albania (Republika e Shqipërisë in albanese) conta poco più di 3 milioni di abitanti e confina a nord-ovest con il Montenegro, a nord-est con il Kosovo, a est con la Macedonia e a sud con la Grecia; le sue coste si affacciano sul Mar Adriatico e sullo Ionio. L’attuale Primo ministro è il leader del Partito Democratico d’Albania (Partia Demokratike e Shqipërisë, PD) Sali Berisha, che presiede un governo di coalizione tra partiti di centro-destra, mentre il Presidente della Repubblica è l’ex-ministro degli interni Bujar Nishani che é succeduto recentemente a un altro dei leader storici del PD, Bamir Topi.

In questo post, il primo in una serie di post sulla situazione delle comunità LGBTQI in Europa Centro-Orientale, tenterò di offrire una visione d’insieme sulla situazione che gay, lesbiche, transessuali, bisessuali, intersessuali e queer vivono nel Shqipëria (Paese delle Aquile).

La situazione delle comunità LGBT albanese resta precaria e difficile, pur a dispetto di alcuni cambiamenti significativi che sono avvenuti negli ultimi anni: Le relazioni omosessuali furono legalizzate nel 1995 e nel 2010 il parlamento ha approvato un’ importante legge contro le discriminazioni che vieta ogni discriminazione, anche quelle sulla base dell’identità di genere e l’ orientamento sessuale. La misura é stata celebrata a giusto titolo dalla comunità internazionale e dalle istituzioni europee. Purtroppo, però, non esiste riconoscimento giuridico alcuno per le coppie e famiglie LGBT. Né sono previste procedure che permettano alle persone che si sottopongono ad una operazione di riattribuzione chirurgica di sesso di ottenere il riconoscimento amministrativo del cambio di genere.

Nell’ultimo “Rainbow Indexelaborato recentemente da ILGA-Europe l’Albania ha ottenuto +6 punti (come Bulgaria, Francia, Romania e Serbia)  in una scala che va dal -4,5 della Moldova e della Russia al +21 del Regno Unito.

Omofobia Sociale

L’omosessualità é, per molti, ancora un tabù. L’omofobia sociale resta, infatti, uno dei maggiori problemi per la comunità LGTB. Un buon esempio del peso dell’omofobia sono i gravi incidenti che, nel 2010, seguirono il coming-out pubblico di Klodian Çela, un concorrente del Big Brother albanese. Il coming-out di Çela provocò, infatti, una vera e propria rivolta nella sua città natale, Lezhë. Centinaia di persone salirono per strada gridando “Lezhë é pulita. Non ci sono omosessuali da noi”. Le manifestazioni di Lezhë sono un caso estremo, ma la comunità LGBT é quotidianamente vittima  di gravi violenze, che si dirigono soprattutto contro la comunità Trans. Un fatto che é stato riconosciuto anche dal 2011 Progress Report on Albania elaborato dalla Comissione Europea. Il Rapporto elogia l’approvazione di misure contro le discriminazioni ma nota che molto resta ancora da fare per garantire il pieno riconoscimento dei diritti della comunità LGTB. Il rapporto nota inoltre che l’omofobia sociale é ancora molto forte e che le persone trans sono, in particolare, vittima di gravi violenze e insta le autorità locali a applicare pienamente le norme che hanno approvato. L’associazione Pink Embassy/LGBT Pro Albania ha raccolto e denunciato molti di questi casi di discriminazione in un dettagliato rapporto che ha presentato qualche mese fa.

…alimentata da Politici e Religiosi.

Recentemente hanno avuto grande eco, anche all’estero, le dichiarazioni del vice-ministro della difesa Ekrem Spahiu, che ha dichiarato al quotidiano “Gazeta Shqiptare” che l’unica cosa che gli faceva venire in mente l’idea di un Gay Pride era che i gay “dovrebbero essere presi a manganellate”. Ma le dichiarazioni omofobe di Spahiu, di cui mi sono occupato in un recente articolo pubblicato qui in East Journal, sono lungi dall’essere un caso isolato. Troppo spesso politici (purtroppo anche di sinistra), religiosi e funzionari pubblici alimentano l’odio con dichiarazioni omofobe di una estrema violenza. Nel 2010, durante la giornata mondiale contro HIV/AIDS, il vice presidente della Commissione parlamentare sul Lavoro, Affari Sociali e Salute Tritan Shehu, dichiarò che “l’omosessualità deve essere trattata dai medici con gli ormoni e con cure psicologiche” (affermazioni per le quali Shehu é stato condannato).

I gruppi religiosi locali svolgono un ruolo altrettanto deleterio. Le organizzazioni islamiche (l’islam é la religione maggioritaria) considerano gli omosessuali “carne straniera” e una “minaccia per i fondamenti della famiglia”, e l’immancabile chiesa cattolica non manca mai di ripetere che “l’omosessualità é contro l’ordine naturale e la morale della società”.

Il primo Pride di Tirana

Lo scorso 17 Maggio la comunità LGTB albanese ha celebrato il primo Pride della sua storia. Come aveva annunciato l’attivista del gruppo LGBT Pink Embassy/LGBT Pro Albania, Altin Hazizaj é stato “un giorno speciale, la bandiera LGBT é stata issata per la prima volta a Tirana”. Un piccolo gruppo di attivisti vestiti con delle T-shirt colorate con i colori dell’arcobaleno hanno attraversato in bicicletta, sotto una pioggia battente, le principali arterie della capitale, Tirana. Anche se non sono mancati gli attacchi omofobi (gli attivisti sono stati insultati a più riprese durante il tragitto e alcuni giovani hanno tentato di tirargli addosso dei grossi petardi) i militanti LGBT sono riusciti a completare il percorso previsto. L’attivista dell’alleanza contro le discriminazioni, Xheni Karaj, si é detta entusiasta di questo successo: “é solo l’inizio. Continueremo la nostra lotta con altre attività…é importante che la comunità LGBT albanese cominci a rompere il muro del silenzio e della paura”. La marcia, che si é tenuta in occasione della Giornata internazionale contro l’omofobia (IDAHO), é stata accompagnata da una serie di iniziative culturali, mostre, dibattiti, concerti, proiezioni di film e uno spot contro l’omofobia che é stato diffuso dalle TV del paese.

Una situazione in evoluzione.

Nonostante le difficoltà la situazione pare quindi stare evoluendo nella buona direzione. Il Pride é stato un successo e le dichiarazioni di Spahiu di cui abbiamo parlato più sopra sono state immediatamente condannate dal primo ministro Sali Berisha che ha sottolineato che “l’Albania e’ un paese libero e nessuno puo’ pensare che noi limiteremo le manifestazioni”. Negli ultimi anni Sali Berisha ha mantenuto, almeno a parole, un atteggiamento positivo verso la comunità LGBTQI. Nel 2009 il politico conservatore albanese sorprese il mondo annunciando che il suo governo intendeva approvare una legge sul matrimonio tra persone dello stesso sesso (l’annuncio provocò la furibonda reazione delle organizzazioni religiose e alla fine Berisha fu costretto a rinunciare al suo progetto). Quella discussione pose il tema dei diritti civili al centro dell’agenda politica e, sopratutto, contribuì a aprire un dibattito su questo tema in un paese dove, come abbiamo visto, questo é lungi dall’essere facile. Come ha dichiarato l’attivista Altin Hazizaj in un’ intervista: “in altre zone del mondo le attitudini verso l’omosessualità cominciarono a cambiare nel 1968, in Albania abbiamo cominciato nel 2010

Negli ultimi anni Pink Embassy/LGBT Pro Albania ha moltiplicato le iniziative. L’organizzazione sta monitorando l’applicazione, non sempre soddisfacente, della legge contro le discriminazioni e ha dichiarato che farà ricorso contro il codice sulla famiglia che, in violazione della costituzione albanese, proibisce il matrimonio egualitario. Il mero fatto che l’Albania abbia celbrato un Pride sul suo suolo é prova dei cambiamenti in atto nella società albanese. Questo successo é frutto dell’eccellente lavoro che gli attivisti del movimento LGBTQI albanese sono venuti facendo, in circostanze spesso molto difficili, negli ultimi anni.

LITUANIA: Il deputato Petras Gražulis vuole espellere gay e ambasciatori dal paese

Il deputato lituano Petras Gražulis ha interrotto, con proclami omofobi di un’estrema violenza, una conferenza stampa organizzata nel parlamento del piccolo stato baltico in occasione della Giornata contro l’omofobia e la transfobia. Il deputato ha trasformato così una conferenza sull’omofobia in un vero e proprio “show” omofobo nel corso del quale ha insultato le personalità straniere presenti e si é lanciato in una accesa diatriba, comparando l’omosessualità alla necrofilia e alla zoofilia e proclamando che i lituani dovrebbero cacciare tutti i gay e gli ambasciatori stranieri dal paese. Questo ennesimo episodio omofobo si inserisce in un contesto marcato da una forte omofobia sociale. Negli ultimi anni, inoltre, i deputati lituani hanno moltiplicato le proposte di legge omofobe e transfobiche. Leggi tutto

Il Parlamento europeo guarda alle comunità Lgbt dei Balcani

East Journal torna ad occuparsi della situazione delle minoranze sessuali dei Balcani Occidentali -a cui abbiamo già dedicato un post recentemente– con due articoli in cui analizzeremo una serie di risoluzioni approvate dal Parlamento Europeo in merito, anche ma non solo, alla situazione di queste comunità LGBT. L’assemblea europea si é occupata, infatti, della situazione della regione in due sessioni plenarie tenutesi il 14 e 29 Marzo scorsi, in occasione dalla presentazione dei consueti rapporti intermedi sui progressi compiuti dai paesi che aspirano a raggiungere l’UE (***).

In questo primo post ci occuperemo dei testi approvati nella seduta del 14 Marzo scorso. In quella seduta il parlamento ha esaminato le relazioni sull’allargamento all’ex Repubblica Iugoslava di Macedonia, all’Islanda e alla Bosnia-Erzegovina. Leggi tutto

GEORGIA: L'omofobia entra nel codice penale

Il presidente della Georgia, Mikheil Saakashvili, ha promulgato la riforma del codice penale approvata recentemente dal parlamento dello stato transcaucasico. Tra gli emendamenti approvati si trova anche una norma che introduce un’ aggravante che sanziona i crimini commessi per motivi di odio e in ragione dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere della vittima. Questa riforma del codice penale deve essere vista come una risposta alle raccomandazioni della European Commission against Racism and Intolerance (Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza, ECRI) del Consiglio d’Europa. Leggi tutto

MONTENEGRO: Resoconto da un paese gay-friendly

Nelle ultime settimane si sono susseguite una serie di interessanti e importanti notizie provenienti dal Montenegro in relazione alla situazione della comunità LGBT. La più importante organizzazione LGBT del paese ha presentato una iniziativa a favore del riconoscimento delle unioni tra persone dello stesso sesso e il governo montenegrino ha organizzato una importante conferenza sui diritti delle minoranze sessuali. Grazie a una riforma del sistema di salute, inoltre, d’ora in poi tutto il processo di riassegnazione del sesso sarà coperto dal sistema sanitario.

Negli ultimi anni le autorità Montenegrine si sono impegnate nel presentare il loro paese come uno dei leader regionali nel rispetto dei diritti delle minoranze sessuali, al fine di facilitarne l’ingresso nell’UE. La situazione é in realtà molto più complessa, é certo, però, che queste notizie costituiscono un buon auspicio per il miglioramento delle condizioni di vita delle minoranze sessuali presenti in questo piccolo paese balcanico che conta con meno di 700,000 abitanti. Leggi tutto

ALBANIA: Primo Gay Pride nella storia del paese. "Bisogna prenderli a manganellate"

Importante evento nella storia della lotta per i diritti civili della comunità LGBT in Albania. Il movimento albanese per i diritti di Gay, Lesbiche, Transessuali, Bisessuali e Intersessuali ha annunciato che il paese ospiterà per la prima volta nella sua storia un Gay Pride. La marcia, che riflette il crescente rafforzamento del movimento LGBT in questo paese, dovrebbe avere luogo a Tirana il prossimo 17 maggio, in occasione della Giornata internazionale contro l’omofobia. L’attivista del gruppo LGBT Pink Embassy/LGBT Pro Albania, Altin Hazizaj ha dichiarato in un comunicato che il “17 maggio sarà un giorno speciale, la bandiera LGBT sarà issata per la prima volta a TiranaLeggi tutto

La situazione delle comunità LGBT dei Balcani occidentali

Negli ultimi mesi si é registrata una evoluzione significativa nella strategia di stabilizzazione e associazione dei cosiddetti “Balcani Occidentali” all’Unione Europea. La Croazia ha completato il processo di adesione e, a partire dal 1º luglio 2013, si convertirà nel ventottesimo paese membro dell’Unione. E la Serbia, pur restando molto lontana da un eventuale ingresso in “Europa”, ha finalmente ottenuto lo status di Paese candidato dopo anni di attesa, complesse negoziazioni, dicktat e veti incrociati (l’ultimo, quello della Romania, che ha preteso rassicurazioni sui diritti della piccola minoranza Valacca presente in Serbia). Questo é un buon momento, quindi, per volgere lo sguardo alla situazione dei diritti umani, ed in particolare dei diritti LGBT, in quest’area del continente. Leggi tutto

Essere gay e armeno a Istanbul. Intervista a Ivaylo, un ragazzo (non) comune

Ivaylo Konstantinski ha 18 anni è un cittadino turco appartenente alla minoranza bulgara costantinopolitana. E’ cristiano ortodosso, bilingue turco e bulgaro, parla correntemente inglese, francese, italiano, un po’ di russo e di greco. E’ attivista dell’associazione LGBTT (Lesbiche, Gay, Bisessuali, Travestiti e Transessuali) “Lambda” di Istanbul. La seguente intervista è stata tenuta integramente in Italiano.

Ivaylo, qual è la legislazione in Turchia sull’omosessualità? Esistono discriminazioni sul lavoro, nella società civile, nel mondo militare? Qual è l’approccio delle autorità sanitarie?

Possiamo dire prima di tutto che l’omosessualità non è punita, come ad esempio in Iran o in India. Bisogna dire che, d’altra parte, non esiste nel codice penale un articolo che punisca le discriminazioni nei confronti di omosessuali o transessuali. La Costituzione Turca ha un articolo specifico che ripudia ogni tipo di discriminazione basata su “lingua, razza, religione o sesso”, ma è riferito alle pari opportunità per le donne nella società; non tratta in nessuna maniera di identità o orientamenti sessuali che non siano quello eterosessuale. Ci sono stati dei momenti di mobilitazione dei gruppi LBGTT per inserire i termini “identità” e “orientamento” sessuale, ma non hanno portato a nessun risultato. Leggi tutto

RUSSIA: La Chiesa ortodossa contro i gay. Sono come "persone che amano defecare in pubblico"

A poche ora di distanza dalla sentenza della Corte europea per i diritti umani che ha sancito l’illegalità del divieto posto dalle autorità russe alle marce del gay pride, la chiesa ortodossa russa è scesa in campo in grande stile per difendere l’ostracismo ufficiale nei confronti degli omosessuali. Racconta il giornale online Moscow News che diverse organizzazioni giovanili legate al patriarcato hanno immediatamente iniziato una campagna per spingere il governo a ribadire con il divieto con un’apposita legge, che faccia perno sull’”attacco alla moralità pubblica” rappresentato da una marcia di gay per le vie cittadine (finora il divieto opposto dalle autorità, a Mosca come altrove, era sempre legato ai “pericoli per la sicurezza pubblica” derivanti dal confronto violento tra i manifestanti gay e i loro nemici, organizzazioni di estrema destra e simili).Una raccolta di firme è stata lanciata a livello nazionale, e una serie di manifestazioni è stata messa in cantiere – la prima si terrà davanti alla sede moscovita del Consiglio d’Europa.

Secondo i promotori della nuova iniziativa repressiva, anche i termini in cui è stata stilata la sentenza della Corte europea devono essere contestati, perché non riflettono i valori della Convenzione europea sui diritti umani e anzi ne hanno distorto persino la lettera. Con un grottesco e volgare paragone, si sostiene che “sarebbe impossibile immaginare in una piazza di una città europea un meeting di persone che amano defecare in pubblico”.

KOSOVO: L'Italia rifiuta il comando delle truppe internazionali

di Andrea Monti

da BalcaNews

Giuseppe Emilio Gay, l'ultimo dei 4 comandanti italiani tra i 14 che finora si sono succeduti alla guida della missione

L’Italia rinuncia al comando della Kfor. La Kosovo force, la forza militare internazionale diretta dalla Nato per garantire la stabilità e la ricostruzione dell’area, è a guida tedesca dal settembre 2009. Negli ultimi mesi gli Stati Uniti hanno corteggiato il nostro Paese per chiedergli di assumere le redini della missione. La crisi economica ha spinto il governo a rifiutare. Berlusconi intende aumentare i militari in Afghanistan, riducendo allo stesso tempo quelli inviati nei Balcani.

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