Uno spettro si aggira per l’Europa. O forse no?

Uno spettro si aggira per l’Europa, ma nessuno ne conosce il nome: populismo, sovranismo, democrazia illiberale, molte le definizioni. L’Europa centro-orientale, che vede al potere partiti variamente in conflitto con Bruxelles, sembra essere il covo di questo mostro politico, una tana nel cuore del vecchio continente. Da qui sembra provenire una sfida a valori che chiamiamo europei, ma è davvero così?

Le ragioni profonde del dissenso

La prevedibile vittoria di Viktor Orbán alle elezioni parlamentari del 2018 e alle europee del 2019 conferma i timori di chi vede in Budapest (ma anche in Praga, Varsavia e Bratislava) una minaccia alla stabilità europea in un momento peraltro difficile per l’Unione: con il dossier Brexit tutt’altro che chiuso, un traballante asse franco-tedesco, e l’incerto scenario italiano, ci mancavano questi “cattivi ragazzi” dell’est, come li ha definiti lo stesso Orbán, a mettere in discussione tenuta e direzione del progetto europeista.

Tuttavia occorre guardare con attenzione alle ragioni che stanno alla base del successo di questi cosiddetti populismi. La vittoria di Fidesz in Ungheria non è unicamente il risultato di una legge elettorale discutibile, che ha ridisegnato i collegi al fine di rendere quasi impossibile il successo dell’opposizione. Per usare le parole del professor Federico Argentieri, Viktor Orbán “ha dato un senso all’essere ungheresi”. Nel farlo ha piegato a proprio uso e consumo la storia nazionale, riabilitando persino la figura di Miklós Horthy e paragonando l’UE all’impero sovietico.

E come con l’impero sovietico, Orbán si è fatto campione di un paese che si erge ad antemurale, ribellandosi in nome della controrivoluzione. Ecco la parola chiave, l’unica che accomuna davvero i paesi del gruppo Visegrad. Un termine che, da questa parte d’Europa, fa subito pensare alla reazione ma nel linguaggio politico centro-orientale erano dette “controrivoluzioni” la Primavera di Praga, la Rivoluzione ungherese del ’56, quella di Velluto, l’azione di Solidarność.

Oggi, per i leader politici di quei paesi, è controrivoluzione quello che noi chiamiamo “euroscetticismo”.  Essi si sentono gli eredi legittimi delle lotte per la libertà nazionale che attraversarono il secolo scorso: non a caso Diritto e Giustizia, il partito di governo in Polonia, nasce dall’esperienza di Solidarność, così come Fidesz, al governo in Ungheria, fu fondata nel 1988 dal venticinquenne Viktor Orbán come movimento di opposizione democratica al regime comunista.

La caduta di quel regime ha aperto le porte al “ritorno all’Europa”, ma mentre da un lato i paesi dell’Europa centro-orientale procedevano nello state-building, ricostituendo la nazione ritrovata, dall’altro la sovranità appena acquisita veniva reclamata dal processo di integrazione europea. Si è trattato di un passaggio difficile e per certi versi doloroso. L’integrazione europea era però un obiettivo primario, sia per ragioni geopolitiche, sia per poter accedere ai cospicui aiuti economici messi a disposizione per l’integrazione. Il corto circuito tra Budapest, Varsavia, Praga e Bruxelles è il risultato di quel delicato e irrisolto passaggio di sovranità. Oggi che le condizioni economiche sono migliorate e le preoccupazioni internazionali sono state risolte dall’ombrello NATO, il nodo è infine venuto al pettine in tutta la sua urgenza.

Se la travagliata storia dell’Europa centro-orientale può servire a comprendere le ragioni di quello che oggi, da noi, chiamiamo populismo, euroscetticismo, sovranismo, tuttavia essa non deve servire a giustificazione delle forzature alla democrazia che quei governi stanno portando avanti. Se c’è una minaccia ai valori europei, per come sono espressi dall’art. 2 del TUE, essa è rappresentata dallo smantellamento dello stato di diritto (si veda il caso polacco) o dalle politiche discriminatorie verso le minoranze rom (in Slovacchia) o dalla costruzione di barriere “anti-migranti” (in Ungheria).  E su questi aspetti l’UE è legittimamente intervenuta. Tuttavia – come scritto da Mark Leonard – “vi è un’ansia crescente al di fuori dell’eurozona dove nuovi stati membri come la Polonia temono l’insorgere di un’Europa a due o più velocità che li relegherà in una posizione periferica”. Il timore di diventare periferia, l’incapacità di Bruxelles di rassicurare politici e cittadini, è una delle cause di questa sfiducia verso l’UE. I quattro di Visegrad, di fronte a queste preoccupazioni, portano avanti ciascuno una propria agenda politica senza curarsi troppo dei vicini. In tal senso la loro capacità di orientare i destini dell’UE è assai limitata.

I quattro di Visegrad, ognuno per suo conto

Il gruppo Visegrad, fondato nel 1991 allo scopo di sviluppare la cooperazione regionale dopo il collasso del comunismo, è servito più come rete diplomatica che come blocco politico capace di influenzare il corso degli eventi europei.

L’ingresso nell’UE e la partecipazione alla NATO sono stati i primi obiettivi comuni ma anche gli unici: una volta raggiunti, i paesi del gruppo hanno cominciato a competere per ottenere maggiori investimenti occidentali. Nel 2015, a seguito della crisi dei rifugiati, i quattro di Visegrad hanno rivitalizzato le reciproche relazioni diplomatiche facendo blocco comune di fronte ai progetti europei. Ma l’unità è solo apparente.

Lo dimostrano le tensioni sorte in merito alle regole di libera circolazione dei lavoratori che alcuni paesi – Francia in testa – vorrebbero fossero più stringenti. I governi di Praga e Bratislava si sono detti pronti ad accettare nuove norme, facendo quadrato attorno alla proposta di Macron, mentre Budapest e Varsavia hanno recisamente rifiutato il piano. Una divisione che ne cela di più profonde, poiché i ventilati piani per un’Europa a più velocità spingono alla competizione per entrare nel gruppo dei ‘più veloci’. I quattro di Visegrad non rappresentano davvero un blocco unito né sono in grado di esprimere una visione comune del futuro dell’UE. Al contrario, la competizione regionale li spinge a seguire percorsi diversi e concorrenziali.

“Sfortunatamente, in Europa occidentale c’è la tendenza a mettere quella orientale tutta nello stesso calderone” ha affermato Maroš Šefčovič, vice presidente della Commissione, in un’intervista a Politico: “Quello che occorre evitare è creare un solco tra est e ovest”. Un solco, un nuovo Muro, anche questa volta ideologico: quelli che vogliono più Europa, e i “cattivi ragazzi” che ne vogliono meno, i populisti, i sovranisti.

Uno scontro di visioni?

È possibile che l’UE si trovi a fronteggiare nei prossimi anni uno scontro ideologico tra i sostenitori di una visione nazionalista e sovranista e coloro che invece invocano maggiore integrazione. Tuttavia tale scontro non correrà necessariamente lungo l’asse est-ovest. Molto dipenderà dagli equilibri interni ai diversi paesi dell’Unione: la vittoria di partiti euroscettici in Italia, Francia, Olanda, è per Bruxelles una sfida di gran lunga maggiore che quella rappresentata dai quattro piccoli paesi del gruppo Visegrad. Ritenere che il primo ministro ungherese possa essere il catalizzatore del dissenso europeo è forse attribuirgli troppa importanza. Se una concreta minaccia ai principi europeisti verrà, essa proverrà dal cuore della vecchia CEE più che dalla periferica Europa centro-orientale.

 

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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