STORIA: Il Sessantotto e il regime comunista in Polonia

Tra tutti i paesi del blocco sovietico, alla fine degli anni Sessanta la Polonia è quello che più di ogni altro ha lo sguardo rivolto a Occidente. Per le strade di Varsavia le ragazze vanno in giro in minigonna, nei locali le radio trasmettono di continuo pezzi dei Beatles, ma anche di gruppi locali sulla stessa lunghezza d’onda. Nel 1964 Marlene Dietrich si esibisce nella capitale, facendosi fotografare ai piedi del monumento agli eroi del ghetto di Varsavia. Nel 1967 i Rolling Stones suonano nella sala dei congressi del Palazzo della cultura: il concerto finisce in scontri tra gli studenti e la polizia. Nulla di politico, o almeno così sembra: diecimila giovani sono rimasti fuori, causa esaurimento posti, e le forze dell’ordine non riescono a contenerli.

La mala stabilizacja e il nazionalismo dei comunisti
La popolazione polacca vive un periodo di apparente tranquillità. Dopo il furore della Seconda Guerra Mondiale, il patto con il regime è chiaro: la gente non si occupa di politica, il potere è in mano al partito, e in cambio la fede cattolica resta al suo posto, non si procede alla collettivizzazione delle terre agricole e si respira un clima di libertà relativa. Relativa, perchè i trasgressori di questa mala stabilizacja (piccola stabilità) vengono severamente puniti: nel 1965 Jacek Kuron e Karol Modzelewski, due ricercatori universitari, scrivono una lettera aperta al partito in cui denunciano la mancanza di libertà civili e politiche, l’esistenza delle classi sociali – formalmente inesistenti in un sistema socialista – e i privilegi della burocrazia al potere. I due vengono arrestati, processati e condannati a severe pene detentive. Il messaggio è chiaro: la tranquillità dura finché non si mette in discussione l’operato del regime.

Intanto, profonde tensioni si agitano anche dentro al partito. Il presidente Wladislaw Gomulka, grigio uomo di apparato garante della mala stabilizacja, viene sempre più influenzato da un nuovo gruppo di burocrati e militari che sta conquistando i vertici del partito. Questa nuova fazione fa capo al generale Mieczyslaw Moczar, allora ministro dell’Interno, che lungi dall’essere un marxista fa leva sui sentimenti nazionalisti e antisemiti presenti nell’esercito e nella burocrazia. Moczar rappresenta la parte più reazionaria della società polacca: la sua fazione propugna un forte autoritarismo e mal sopporta qualunque tipo di espressione del dissenso. Sopra ogni cosa, Moczar odia gli ebrei, e in particolare gli ebrei socialisti protagonisti della rivolta del ghetto di Varsavia: con il loro eroismo nella lotta antinazista gettano ombra sui partigiani nazionalisti polacchi, di cui Moczar si considera l’erede.

Comincia la rivolta
L’8 marzo 1968 gli studenti marciano compatti per le strade di Varsavia. Chiedono la liberazione di alcuni compagni, allievi di Kuron come Adam Michnik, che avevano animato un gruppo socialista radicale e guardavano con favore alla Primavera di Praga, che verrà poi repressa solo nell’agosto di quell’anno dai carri armati sovietici. Accusati di essere agenti filoamericani, Michnik e compagni erano stati prelevati di notte dalla polizia e sbattuti nelle carceri del regime. Gli studenti polacchi sono in fermento: la loro non è una protesta filo occidentale, come si tenterà di presentarla in seguito. Sono convinti di poter democratizzare il modello socialista, che considerano più avanzato di quello americano e occidentale. Sono convinti di poter spazzare via la burocrazia del regime, sempre più reazionaria e nazionalista, e sostituirla con una democrazia radicale, fuori dai dettami del partito. Un loro volantino recita: “la ristrutturazione è possibile solo se sarà fatta da uomini liberi che siano dei padroni reali del paese socialista” (Guido Crainz, Il Sessantotto sequestrato, Roma 2018, Donzelli, pag. 121).

La risposta del regime: repressione e antisemitismo
Contro gli universitari intervengono polizia e squadracce del regime. La repressione è brutale: gli scontri per le strade di Varsavia durano alcuni giorni, molte università vengono occupate dagli studenti e sgomberate dai militari, la protesta dilaga in tutto il paese e vengono arrestati centinaia di attivisti. Dopo la repressione il partito deve giustificare quanto accaduto: non può ammettere che i giovani polacchi, in gran parte figli di quegli operai che i comunisti dicono di rappresentare, si sono schierati volontariamente contro il regime.

La stampa di regime costruisce una propria versione dei fatti: a fomentare la protesta degli studenti sarebbero stati alcuni agitatori ebrei. Il giornale della associazione Pax, che faceva capo a un attivista del movimento fascista polacco degli anni Trenta, comincia una campagna antisemita che culmina in un comizio di Gomulka in cui gli ebrei vengono invitati a lasciare il paese. Tredicimila se ne vanno davvero, con un biglietto di sola andata per Tel Aviv via Vienna. In questo modo, con gli ebrei utilizzati come capro espiatorio e gli attivisti studenteschi in carcere o ridotti al silenzio, il regime riprende il controllo della società e inasprisce le misure repressive. Ma l’eredità del Sessantotto polacco resta in profondità: due anni dopo, nel 1970, Gomulka reprime con i carri armati le proteste degli operai del Baltico. I protagonisti del Sessantotto polacco, una volta usciti di galera, fonderanno il Kor (Comitato in Difesa degli Operai) che, dopo l’incontro con alcuni intellettuali liberali e cattolici, darà vita a Solidarnosc, sindacato autonomo variegato e composito guidato da Lech Walesa che sarà protagonista del crollo del regime comunista.

Immagine wilsoncenter.org

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