La nuova via della seta passa anche dai Balcani

Nelle scorse settimane è esploso in Europa il dibattito intorno agli interessi cinesi legati alla cosiddetta “Nuova via della seta”. Nei Balcani la questione rappresenta una priorità nell’agenda politica dei governi almeno dal 2012, anno in cui Pechino decise di dare il via ad una nuova forma di cooperazione economica con 16 paesi dell’Europa Centro-Orientale, nota come “Summit 16+1”. Questa iniziativa, collaterale al più ampio progetto della “Nuova via della seta”, tende a promuovere gli investimenti cinesi soprattutto nel settore infrastrutturale e in quello energetico, presentati come “opportunità promettenti sia per la Cina che per l’Europa”.

La strategia cinese per i Balcani

Tutti i paesi della regione balcanica ad esclusione del Kosovo, la cui indipendenza non è stata ancora riconosciuta da Pechino, sono stati coinvolti nell’iniziativa. Nel summit svoltosi nel 2014 a Belgrado, il primo ministro cinese Li Keqiang sostenne la creazione di un fondo di investimento di 3 miliardi di dollari in aggiunta alla linea di credito speciale da 10 miliardi destinata a sostenere progetti di cooperazione con i paesi dell’Europa Centro-Orientale.

Il raggiungimento di accordi bilaterali è basato su una precisa strategia che prevede il finanziamento di progetti da parte della Export-Import Bank of China (EXIM Bank), di proprietà statale, per circa l’85% del loro valore mentre il restante 15% è finanziato dai paesi coinvolti. I prestiti hanno una durata ventennale e un tasso di interesse particolarmente basso, intorno al 2-2,5% annuo, elemento che contribuisce a rendere economicamente attraente il raggiungimento di un accordo. I limiti di questo tipo di operazioni sono legati soprattutto alle scarse ricadute in termini di occupazione, dato che spesso gli accordi prevedono l’assegnazione dell’opera ad aziende cinesi che solo in minima parte fanno ricorso a risorse umane e materiali locali.

Dal punto di vista politico la Cina, diversamente da quanto imposto dall’Unione europea, basa le relazioni internazionali sulla non interferenza nelle politiche interne dei singoli paesi, non prevedendo quindi nessuna forma di condizionalità nel campo del rispetto dei diritti umani o dello stato di diritto. Per limitare l’avanzata cinese e rendere gli scambi più equi, nel 2018 l’UE ha perciò imposto l’adozione di precise linee guida, le “Sofia guidelines”, che prevedono che le iniziative di cooperazione portate avanti debbano procedere “in conformità con le leggi, i regolamenti, le rispettive competenze, le norme e le politiche dell’UE per gli stati membri e per i paesi candidati”.

I principali progetti infrastrutturali

Dal punto di vista infrastrutturale, lo sviluppo di una “via della seta balcanica” parte dalla necessità della Cina di collegare i principali porti della regione con l’Europa Centrale. Per migliorare i collegamenti tra la regione e il porto greco del Pireo, controllato dal 2016 per il 67% dalla cinese Cosco Pacific, Pechino ha cofinanziato la costruzione di due autostrade in Macedonia del Nord, la Miladinovci-Stip e la Kicevo-Ohrid. Quest’ultima verrebbe poi collegata con la capitale albanese Tirana dalla cosiddetta autostrada Arber.

Progetto piuttosto simile è quello della costruzione di un’autostrada che collega il porto di Bar in Montenegro con la città serba di Boljare, per un valore di circa 1,5 miliardi di dollari. Il progetto ha suscitato, però, un acceso dibattito sia per la poca trasparenza con cui è stato raggiunto l’accordo tra il governo montenegrino e la China Communication Construction Company (CRBC) incaricata della costruzione, sia per l’enorme peso per le casse dello Stato che ha provocato un aumento considerevole del debito pubblico.
L’autostrada Bar-Boljare rientra nel cosiddetto “Corridoio XI” che unisce Timisoara a Bari. A questo è collegata l’idea di ammodernamento della tratta ferroviaria Belgrado-Budapest, dal valore di circa 1,5 miliardi, che verrebbe finanziato con prestiti della EXIM Bank. Sempre in Serbia, la banca cinese ha contribuito alla costruzione del secondo ponte più lungo sul Danubio che collega Zemun a Borca, due distretti della capitale Belgrado, soprannominato per questo “Kineski Most” (Ponte cinese).

Per completare i collegamenti verso Nord, una società controllata dalla Shandong Hi-Speed Group (SDHS) si è garantita lo scorso ottobre la costruzione dell’autostrada Banja Luka-Prijedor, nella Republika Srpska in Bosnia, costituita da sette tunnel e 35 ponti e la concessione dei diritti relativi alla riscossione dei pedaggi per ben 33 anni.

Il futuro

Sebbene la prospettiva dei paesi balcanici sia l’adesione all’Unione europea, il rallentamento della politica di allargamento e le difficoltà interne all’Unione hanno spinto i governi della regione a guardare con estrema attenzione ad una maggiore cooperazione con Pechino, a sua volta interessata a costruire una fitta rete infrastrutturale per far giungere in maniera più veloce le proprie merci nel vecchio continente. Grazie al protagonismo cinese è quindi lecito aspettarsi nei prossimi anni l’ammodernamento dei collegamenti in tutta la regione, un tema molto caro alla stessa UE che lo inserisce tra le condizioni per la futura adesione.

Foto: http://me.chineseembassy.org

Chi è Marco Siragusa

Nato a Palermo nel 1989, sta concludendo un dottorato all'Università di Napoli "L'Orientale" con un progetto sulla transizione serba dalla fine della Jugoslavia socialista al processo di adesione all'UE. Collabora con EastJournal da Ottobre 2018 per la redazione Balcani e scrive settimanalmente per Nena-News.

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