La Slovacchia avrà il primo presidente donna?

Il primo turno delle elezioni presidenziali di sabato scorso ha visto la netta affermazione di Zuzana Čaputová. La candidata progressista e ambientalista ha ottenuto oltre il 40% delle preferenze. A sfidarla nel ballottaggio del 30 marzo sarà il candidato del partito socialdemocratico (Smer) Maroš Šefčovič, commissario europeo per l’energia fermatosi al 18% dei voti validi.

La genesi di una vittoria

Sembra aver pagato la decisione di Čaputová di perseverare fino in fondo con la sua candidatura alla presidenza. Nonostante i sondaggi inizialmente le assegnavano solo poco più del 10% delle preferenze, Čaputová ha saputo resistere alle pressioni esterne che volevano un suo ritiro dalla corsa elettorale, sollecitazioni provenienti per lo più dal mondo liberale spaventato dalla possibile dispersione di voti utili.

Le ultime settimane avevano visto una costante crescita di consensi per Čaputová, fino a diventare la candidata favorita alla vigilia della tornata elettorale. Il 40% ottenuto sabato scorso è figlio del sostegno di varie forze di diversa estrazione politica: dai social-liberali di Slovacchia progressista, ai liberal-conservatori di Spolu, passando per i cristiano-popolari di OĽaNO.

Voto per l’Europa o voto contro il governo?

Molti addetti ai lavori hanno già salutato il risultato delle presidenziali come la rivincita liberale ed europeista contro populisti ed euroscettici.
A vedere quel 40% per un profilo progressista, liberale, ecologista e filoeuropeo come quello di Čaputová, la narrazione sembrerebbe avere senso.

Ma è possibile che gli elettori slovacchi siano diventati di colpo progressisti? Prima di parlare di presunto terremoto politico europeista all’interno dell’ultraconservatore blocco di Visegrad, è necessario esaminare a fondo il risultato elettorale.

E’ innanzitutto importante ricordare che in Slovacchia la guida dell’esecutivo spetta al primo ministro, con il presidente della repubblica che ricopre un ruolo poco più che rappresentativo della nazione.
La Slovacchia è un paese storicamente conservatore, i suoi elettori sono indubbiamente meno aperti nei confronti del progressismo liberale rispetto, per esempio, ai vicini cechi.

L’elettorato di destra, nazionalista, conservatore, o euroscettico, ha trovato decisamente troppi nomi sulla scheda elettorale. Il voto si è così disperso tra il 14% di Štefan Harabin, il 10% di Marian Kotleba e decine di migliaia di voti per altri candidati di destra, dividendo un ipotetico consenso ideologico di circa un elettore su tre.

La natura del candidato posizionatosi al secondo posto è abbastanza chiara. Maroš Šefčovič è un autorevole commissario europeo, diplomatico di ispirazione sociale e democratica, anche se non direttamente iscritto al partito. In campagna elettorale, Šefčovič ha cercato di presentarsi come esterno alla formazione socialdemocratica, per cercare di non essere identificato dall’elettorato come un candidato legato ai partiti di governo. Operazione decisamente fallita.

Se vi è quindi un chiaro sconfitto di questa tornata elettorale è sicuramente il partito socialdemocratico a guida Robert Fico. L’ex premier, costretto un anno fa alle dimissioni su pressione delle numerose manifestazioni di protesta seguite all’omicidio del giornalista Kuciak e della sua compagna Kušnírová, è nel mirino del malcontento popolare.
Dopo la piazza è arrivato ora il responso delle urne.

L’enigma del ballottaggio

L’avvocatessa ambientalista appare ora favorita per la vittoria, ma le due settimane che ci dividono dal voto potrebbero riservare qualche sorpresa.

Analizziamo la situazione. Numericamente, con il 40 a 18 del primo turno la partita appare praticamente chiusa. Čaputová ha ottenuto le simpatie della Slovacchia scesa in piazza contro i presunti legami tra il governo e la criminalità organizzata. Si è garantita l’appoggio del presidente uscente Andrej Kiska e, insieme alle anime più liberali del paese, è stata abile a far confluire il voto progressista verso un unico candidato.
Ma in politica la matematica non è tutto, e Čaputová sembra aver già fatto il pieno di voti tra il suo bacino elettorale di riferimento.

Dal canto suo, Šefčovič è certamente andato male, ma è riuscito comunque a raggiungere il turno di ballottaggio. Probabilmente otterrà l’appoggio di Marian Kotleba e Béla Bugár, capaci di ottenere insieme circa il 13% dei consensi, candidati rispettivamente dei nazionalisti e della minoranza ungherese, entrambi alleati di governo dei socialdemocratici.

L’altro nome in grado di raccogliere un buon bottino di voti è stato quello di Štefan Harabin. Il suo 14% è un consenso di destra, anche estrema, ultraconservatore e decisamente nazionalista. Caratteristiche certamente lontane sia dal mondo liberale quanto da quello socialdemocratico. Ma Harabin è un politico di lungo corso, già ministro della giustizia durante il primo governo Fico, e da sempre legato alla sua figura. Non farà mancare il suo appoggio a Smer e cercherà, paradossalmente, di dirottare il suo elettorato euroscettico verso un commissario europeo.

Bisogna considerare anche che la campagna elettorale alla quale abbiamo assistito ha presentato un Šefčovič molto vicino alle posizioni più conservatrici sui diritti civili, soprattutto riguardo al mondo LGBT e al tema dell’aborto, contro una Čaputová favorevole a un’espansione di questi, una posizione non proprio popolare in un paese storicamente e profondamente cristiano.

La partita è ancora aperta. Al contrario di quanto sentenziato da molti dopo il primo turno, in Slovacchia esiste ancora un elettorato fortemente conservatore e nazionalista, che non sarà presente al ballottaggio soltanto perché incapace di esprimere un candidato unico. Se improbabilmente questi voti convergeranno verso un profilo agli antipodi politici come quello di Čaputová, allo stesso tempo difficilmente seguiranno i loro leader verso il candidato di Smer e di Fico.

La sensazione è che i cittadini slovacchi abbiano esercitato un voto contro l’ex premier e il suo candidato. Il partito socialdemocratico è visto con enorme diffidenza dalla maggioranza della popolazione e sbarazzarsene politicamente è diventato il primo punto sull’agenda di molti elettori. Per molti votanti di destra quindi, restare a casa pur di non votare il vecchio potere socialdemocratico può essere un’opzione da tenere in forte considerazione.

In un paese tradizionalmente a bassa partecipazione elettorale, l’affluenza in questo primo turno è stata del 49%, in aumento di oltre 5 punti rispetto alle presidenziali del 2014. E’ probabile che con un’ipotetica affluenza al ballottaggio inferiore al 60%, a Čaputová basterà riconfermare i voti del primo turno per garantirsi la vittoria.

La soluzione dell’enigma arriverà il 30 marzo, quando conosceremo chi tra Maroš ŠefčovičZuzana Čaputová sarà il nuovo presidente del paese.

Foto: TASR

Chi è Leonardo Benedetti

Nato a Roma nel 1992, ha studiato Scienze Politiche con una magistrale in Relazioni Internazionali all'Università di Roma Tre. Innamorato della Mitteleuropa, ha vissuto tra Polonia, Romania e Repubblica Ceca, dedicando a quest'ultima gran parte dei suoi sforzi accademici ma soprattutto epatici.

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Un commento

  1. STEFANO VALSECCHI

    Ma siccome la Slovacchia quando era Cecoslovacchia è stato un paese a democrazia popolare un accenno si poteva fare alla situazione dei comunisti…venire a conoscenza se si sono almeno presentati alle elezioni..anche se pur sempre “elezioni borghesi” si tratta anche in Slovacchia…
    Grazie per l’attenzione.

    Stefano Contena Valsecvhi

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