Speciale “Ebrei in Polonia”: Il regime di Piłsudski

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Dal suo ritiro a vita privata, nel 1922, il generale, Józef Piłsudski non aveva mai smesso di tramare dietro le quinte per affermare il suo progetto di ripristino della Federazione lituano-polacca in versione accentratrice e autoritaria. Nel maggio del 1926 trovò l’occasione per ritornare sulla scena politica e far fronte a quella che considerava la fragilità della giovane democrazia, assumendo il potere assoluto attraverso un colpo di stato e inaugurando il periodo di “purificazione” politica noto con il termine di Sanacja. Sotto il regime di Piłsudski, che assunse le cariche di primo ministro e ministro della Guerra fino alla morte avvenuta nel 1935, si assistette a uno svuotamento progressivo delle istituzioni democratiche, il parlamento rimase solo un elemento di facciata e iniziarono a diminuire i rappresentanti delle minoranze. Con le elezioni del 1930, in particolare, le minoranze si ridussero del 62% alla Camera e del 73% al Senato. Questo processo di accentramento autoritario raggiunse il suo culmine nell’aprile del 1935, circa un mese prima dalla dipartita del generale, con la promulgazione di una nuova Costituzione che limitava in maniera evidente il potere del Parlamento, mentre rafforzava quello del Presidente della Repubblica, che diventava responsabile della formazione del governo e poteva nominare un terzo dei senatori.

Fino a quel momento i partiti, eccetto quello comunista, continuarono liberamente la propria attività; la libertà di stampa e l’indipendenza dei giudici, nella maggior parte dei casi, furono rispettate. Negli anni della Sanacja crebbero però le tensioni tra gli studenti universitari e si diffuse un certo malcontento contro gli ebrei, supportato soprattutto da parte dei sostenitori di Endecja. Le accuse principali riguardavano la già ventilata rappresentanza eccessiva degli ebrei nelle istituzioni universitarie e la presunta esclusione degli studenti polacchi, ma gli ebrei erano anche considerati “ladri” di posti di lavoro e troppo influenti nella società polacca, ancora fragile, in una situazione economica per nulla ottimale e con un crescente tasso di disoccupazione. Gli ebrei diventavano così il capro espiatorio di una situazione di difficile gestione, ma a questo si sommava la secolare diffidenza cattolica, che attribuiva agli ebrei una condizione di impurità e peccaminosità che si infrangeva su di loro come una maledizione. Va però detto che, tranne alcune gravi eccezioni, né in questo periodo né nella seconda metà degli anni trenta si diffuse in Polonia una teoria razzista contro gli ebrei come nella Germania nazista e nell’Italia fascista e le proposte di legge più restrittive vennero sempre rigettate.

A esempio della persistenza del pregiudizio religioso si può ricordare che nel 1930 alcuni studenti polacchi di medicina chiesero che agli studenti ebrei fosse consentito fare pratica solo su cadaveri di ebrei e mai di cattolici, per non contaminare con la propria azione la purezza dei correligionari defunti. In marzo a Varsavia un gruppo di studenti ebrei fu aggredito fisicamente da studenti polacchi e non si trattò affatto di un incidente isolato. La tensione crebbe così tanto che le autorità di molte università accettarono la richiesta di istituire i cosiddetti “banchi-ghetto”. In sintesi, su richiesta delle frange più nazionalisti e ostili a qualsiasi forma di integrazione, nelle aule gli studenti polacchi sedevano nella parte destra delle aule, gli ebrei nella parte sinistra. Chi trasgrediva questa regola era spesso ingiuriato o aggredito. Il tentativo di estendere queste imposizioni alle scuole superiori fallì, perché queste erano sotto la giurisdizione del Ministero dell’Istruzione a differenza delle università, enti autonomi a tutti gli effetti. Questa esecrabile pratica, pur avendo un gran numero di sostenitori, incontrò anche strenui oppositori. Fra tutti va ricordato il noto professore di filosofia teoretica all’Università di Varsavia, Tadeusz Kotarbiński, che era solito tenere le proprie lezioni in piedi fino a quando a tutti gli studenti ebrei non era consentito sedersi a fianco dei colleghi polacchi.

Un altro odioso fenomeno si diffuse in Polonia in quegli anni: il boicottaggio economico contro i commercianti ebrei. Già prima della grande guerra i nazional-democratici erano soliti diffondere slogan come: “Non comprate dagli ebrei!” o “Comprate solo dai commercianti polacchi!”. Negli anni trenta però le vetrine dei commercianti ebrei iniziarono a subire infrazioni, i negozianti stessi erano talvolta aggrediti e persino i loro clienti polacchi. È comunque molto difficile valutare l’entità del boicottaggio, sicuramente la maggior parte dei polacchi continuò a fare acquisti presso gli ebrei, che spesso offrivano buone merci al miglior prezzo. Inoltre le forze dell’ordine polacche avevano ordine di intervenire sempre e repentinamente a difesa dei commercianti ebrei vittime di minacce e aggressioni e non si rifiutarono mai di farlo.

Pertanto, nonostante un certo riscontro, il boicottaggio economico così come altre forme di discriminazione non incontrarono mai un generalizzato supporto popolare. Da parte sua Endecja non smetteva di avanzare richieste sempre più radicali, come quella di creare due classi di cittadini: da una parte i polacchi, la nazione ospitante, con tutti i diritti e, dall’altra, le minoranze, inclusi gli ebrei, con diritti di voto limitati. Questa come altre proposte non vennero prese in considerazione e le formazioni politiche più estremiste ebbero vita breve. In particolare un gruppo oltranzista come Obóz Narodowo-Radykalny, che assunse come propri alcuni aspetti del nazismo, fra cui la matrice razziale dell’antisemitismo, fu messo fuori legge dopo solo tre mesi di esistenza.

IMMAGINE: Yivo Digital Archive on Jewish life in Poland

Chi è Donatella Sasso

laureata in Filosofia con indirizzo storico presso l’Università di Torino. Dal 2007 svolge attività di ricerca e coordinamento culturale presso l’Istituto di studi storici Gaetano Salvemini di Torino. Iscritta dal 2011 all’ordine dei giornalisti. Nel 2014, insieme a Krystyna Jaworska, ha curato la mostra Solidarność nei documenti della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli di Milano. Alcune fra le sue ultime pubblicazioni sono La guerra in Bosnia in P. Barberis (a cura di), Il filo di Arianna (Mercurio 2009); Milena, la terribile ragazza di Praga (Effatà 2014); A fianco di Solidarność. L’attività di sostegno al sindacato polacco nel Nord Italia (1981-1989), «Quaderni della Fondazione Romana Marchesa J.S. Umiastowska», vol. XII, 2014.

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Un commento

  1. Le vetrine dei commercianti subirono numerose “effrazioni”, comunque anche in politica estera Pilsudski si rivelò, mi pare, un destabilizzatore con una politica decisamente aggressiva nei confronti degli stati confinanti.
    Insomma la Polonia aveva ritovato l’unità nazionale, ma, a mio avviso si rivelò un po’ stolta nella gestione sia all’interno che nei rapporti con l’estero.

    Ancora validissimo il testo di Gaeta: Democrazie e totalitarismi dalla prima alla seconda Guerra Mondiale (Il Mulino, 1982)

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