SERBIA: Tra il Kosovo e il gay pride, Belgrado scivola nell'oscurantismo

di Filip Stefanović

BELGRADO – dal nostro inviato.  La fine di settembre a Belgrado è particolarmente calda quest’anno, ci sono più di 25 gradi, la folla riempie il centro in maglietta, vedo parecchi stranieri, sento parlare inglese, tedesco, spagnolo e italiano. La città appare pulita, i mezzi efficienti, i nuovi filobus climatizzati, e i due tram di recente acquisto, identici a quelli che girano per le strade di Madrid o Milano, deragliano un giorno sì e un giorno no dai binari troppo stretti – proprio come a Milano. Nell’aria poco si respira di quanto accade al nord del Kosovo, a riprova che le tensioni di questa lunga estate sono più di natura politica che sociale.

Scontri tra Kfor e serbi sul confine kosovaro

Martedì 27 settembre si è giunti a scontri diretti sul confine kosovaro, al passo di Jarinje, quello a cui i serbi avevano già appiccato fuoco a luglio. La tensione era in crescita costante sin dal 16 settembre, ovvero da quando uomini dell’esercito kosovaro, elitrasportati dall’Eulex, sono stati calati sul confine controllato dai serbi. Questi ultimi, che nonostante la rimozione delle barricate avvenuta in agosto tenevano pronte riserve di ghiaia da spostare ad ogni momento sulle strade di confine, hanno bloccato i passaggi vitali. Le forze Kfor hanno reagito estendendo la superficie posta sotto loro diretta amministrazione tutt’intorno a Jarinje, e la situazione è incancrenita. Martedì 27, appunto, un gruppo di manifestanti serbi ha iniziato a lanciare pietre e poi bombe incendiarie sui soldati della Kfor, i quali hanno risposto sparando ad altezza d’uomo. Il risultato sono stati 11 feriti, tra i quali quattro soldati della Kosovo FORce, uno grave.

Il dettaglio su cui più hanno insistito i media serbi è stata la conferma da parte dei medici dell’ospedale di Kosovska Mitrovica che i proiettili estratti dai “civili inermi“, come sono stati più volte apostrofati i manifestanti serbi, siano di piombo, e non di gomma. E d’altronde appare ingenuo lo stupore di chi aggredisce soldati armati di tutto punto aspettandosi tentativi di dialogo in cambio (si dialoga coi politici, non coi militari – la differenza è palese).
Tadic non ha un piano
Nei giorni successivi la situazione è parsa rientrare da sola, i serbi occupano ancora le barricate, la Kfor lotta per sopprimere le strade alternative che i serbi utilizzano per il passaggio della frontiera, ma non ci sono stati altri importanti momenti di tensione. Il problema sembra insito a Belgrado, che dimostra ogni giorno di più di non avere a disposizione un piano né chiaro né tantomeno intelligente: a parole il presidente Tadic e il portavoce serbo ai dialoghi con Pristina, Borko Stefanovic, mantengono la faccia truce nei confronti dell’occidente, ribadendo il più fermo appoggio ai manifestanti serbi e la protezione dei loro diritti calpesti. Lo stesso Ivica Dacic, ministro degli Interni e a capo del Partito socialista di miloseviciana memoria, ha confermato che se la situazione non si risolverà da sola, si sarà costretti ad intervenire “in maniera più decisa”, il che, detto dal capo della polizia, è una minaccia inequivocabile.
Rinunciare al Kosovo, senza alternative
Ciò che nessuno dice, però, è stato perfettamente riassunto qualche sera fa sulla tv B92, ospiti due generali in pensione dell’esercito serbo Aleksandar Dimitrijevic e Ninoslav Krstic. Il primo, a capo fino a cinque anni fa dei servizi d’informazione dell’esercito jugoslavo, ha messo in chiaro che, per la Serbia, il Kosovo è una situazione conclusa e che non ci sono prospettive a riguardo: la Serbia ha perso la guerra e non ha senso che continui ad aggrapparsi alla risoluzione ONU 1244 del 1999, che aveva posto fine al conflitto del Kosovo, ma dovrebbe onestamente ammettere di fronte ai propri cittadini l’impotenza di fatto e richiamare i cittadini serbi del nord del Kosovo a ritornare alle loro case.
Cosa faranno, si chiede il generale, questi manifestanti tra un paio di settimane quando passerà il bel tempo e inizieranno le piogge d’ottobre? E fin dove si vuole spingere Belgrado, a che limite vorrebbe innalzare le tensioni, se nel contempo dimostra di non avere alcun piano nella sciagurata ipotesi che inizi a volare seriamente qualche testa, indifferentemente da quale lato delle barricate?
Le minacce della destra ultranazionalista
Intanto, nella capitale, venerdì 30 settembre, veniva forzatamente cancellato il Gay Pride atteso la domenica, 2 ottobre. Le settimane antecedenti hanno visto una sempre maggiore opposizione all’evento da parte delle frange più intransigenti della destra nazionalista e clericale serba, in primo piano Obraz e Dveri. Le Dveri, in particolare, movimento legato a doppio filo alla Chiesa Ortodossa Serba, e di cui abbiamo parlato l’ultima volta a febbraio  quando si sono presentate ufficialmente come partito politico dedito alla difesa della famiglia tradizionale serba, promettendo di partecipare alla prossime elezioni parlamentari del 2012, stanno dimostrando una preoccupante capacità di organizzazione e attacco allo stato.
Esse avevano pianificato negli ultimi tempi una serie di contromanifestazioni per il 2 ottobre, non solo per le strade della capitale ma in tutta Serbia. Il loro piano annunciato era quello di destabilizzare la sicurezza del paese, in un momenti in cui, dicevano, buona parte delle forze di polizia serba si sarebbe trovata a Belgrado per garantire la messa in sicurezza della parata omosessuale. In questa maniera, minacciando incidenti in tutte le piazze serbe, avrebbero messo a dura prova l’intero apparato delle forze dell’ordine del paese.
Nelle ore tra il venerdì e il sabato, nuove preoccupanti e particolareggiate voci si sono aggiunte sui metodi che gli attivisti, hooligan di estrema destra avrebbero progettato per la giornata di domenica: portare a scontri diretti in parti sparse della città, di modo da dividere e indebolire le forze di polizia, appiccare il fuoco alle sedi di tutti i partiti di governo, di aziende straniere, o anche di entrare nei parcheggi sotterranei pubblici per appiccare fuoco alle gomme delle automobili in sosta.
Il patriarca omofobo
E così mentre il patriarca Irinej, padre della Chiesa Ortodossa Serba, chiama la parata dell’orgoglio “parata della vergogna, per mezzo della quale si infanga la dignità umana e calpesta la luce della vita e della famiglia”, il Consiglio per la sicurezza nazionale del Ministero degli interni ha vietato nella giornata di venerdì, appena 48 ore prima dell’atteso evento, qualsiasi forma di manifestazione per il 2 ottobre, incluso il Gay Pride, per la seria incapacità di garantire la sicurezza di tutti i cittadini.
Servi della prepotenza
Dopo la manifestazione tenutasi l’anno scorso, e ad ogni modo terminata con oltre 150 feriti e quasi 140 arrestati, nel 2011 la Serbia china nuovamente la testa, così come al primo tentativo del Gay Pride nel 2009, annunciato e poi vietato il giorno prima della sua realizzazione, di fronte alla prepotenza di frange violente e reazionarie. Ovviamente, in molti, qui, accusano il governo di aver voluto distogliere l’attenzione dai problemi dei fratelli serbi in Kosovo col baccano della manifestazione d’ottobre. A noi pare, purtroppo, che per l’ennesima volta sia il dibattito sui confini della Grande Serbia a prevalere sui problemi dell’economia, delle minoranze e dei diritti umani, in un paese che è uscito dal comunismo solamente per scivolare nel medievale oscurantismo di uno stato clericale, pronto a svendere tutto ciò che ha, compresa la democrazia, per il solo mantenimento dello status quo ed un pugno di poltrone parlamentari.

Chi è Filip Stefanović

Filip Stefanović (1988) è un analista economico italiano, attualmente lavora come consulente all'OCSE di Parigi. Nato a Belgrado si è formato presso l’Università commerciale Luigi Bocconi di Milano e la Berlin School of Economics, specializzandosi in economia internazionale. Ha lavorato al centro di ricerche economiche Nomisma di Bologna e come research analyst presso il centro per gli studi industriali CSIL di Milano. Per East Journal scrive di economia e politica dei Balcani occidentali.

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11 commenti

  1. Purtroppo l’omofobia è comune a tutti i paesi dell’est europa, in specie quelli con forte presenza cattolica (Polonia) e ortodossa (i Balcani, Russia, Ucraina,ecc). Non sappiamo cosa succedrbbe, se il gay pride fosse organizzato a Pristina. Penso che le reazione sarebbe ancora più violenta che in Serbia.
    Ma la domanda è: cosa c’entra questo con il Kossovo “indipendente”? E xchè il Kossovo sì e l’Alto Adige o l’Irlada del nord o i Paesi baschi no?
    Perchè così vuole la Nato, xchè fa comodo che in quell’aerea ci sia un nracostato diretto dalla mafia, con cui fare affari sporchi in cambio del passaggio degli oleodotti e della più grande base americana in Europa?

    • Guarda Claudio, è bene che ci chiariamo. In generale, e più di una volta, abbiamo denunciato come l’indipendenza del Kosovo sia stata finanziata con i soldi del narcotraffico, come l’élite al potere oggi sia mafiosa, come gli Usa abbiano appoggiato l’indipendenza in funzione geoenergetica (gasdotto Chiney). Insomma, abbiamo detto “peste e corna” del Kosovo, denunciando quello che a noi sembra una stortura. L’abbiamo scritto, basta una rapida ricerca sul nostro sito e lo vedrai.
      Il fatto che il Kosovo sia uno stato-mafia non legittima la Serbia, però, a rivendicarne il possesso. La Serbia ha fatto una guerra e l’ha persa. Le nazioni sconfitte pagano (e in Italia lo sappiamo bene). Ora, quello che noi denunciamo riguardo alla Serbia è che invece di incamminarsi vero una democrazia decente (diritti, coesione sociale) continua a “doparsi” col nazionalismo. Peccato che la classe media, istruita e cosmopolita, emigri dall Serbia. Che l’economia sia allo sfascio. Che non si stia costruendo un futuro.
      Noi non siamo né “regionalisti” né “nazionalisti”. Cerchiamo solo di fare informazione. Se l’Irlanda del Nord ottenesse mai l’indipendenza, da giornalisti la racconteremmo. E se ci fossero dei lati oscuri, racconteremmo anche quelli. Ma senza parteggiare per nessuno. Noi non siamo “tifosi” di questo o quello stato.
      Quindi, con noi, sfondi una porta aperta. Spero di aver risposto alla tua domanda.
      Un saluto
      Matteo

  2. Quindi i serbi a nord di Mitrovica,dovrebbero starsene buoni buoni,invece di protestare?Dei serbi trucidati non se ne parla mai.L’altro ieri hanno ammazzato un vecchio,il 69esimo serbo ucciso in 12 anni solo in quel villaggio.Spero che continuino a fare le barricate.Se fossi un italiano d’Istria la penseresti in modo diverso.Anche se si perde una guerra,quella rimane la tua terra.
    Quindi in pratica altro che diritti umani universali,Matteo.Se vinci ce li hai e sei un umano(albanese),altrimenti se perdi la guerra diventi un animale(serbi).Adesso allora anche l’ossezia del sud si deve staccare e annettersi alla russia,eccetera.La legge purtroppo non è uguale per tutti.I serbi non hanno bisogno di un esercito regolare per combattere.Vanno bene anche civili armati di spranghe e molotov.Bisognerebbe separare il kosovo,così si risolverebbe la situazione e non ci sarebbero incidenti.
    Ciao!

    • L’errore più grande è stato attaccare i soldati,la violenza è comunque sbagliata….cmq nn si tratta di grande serbia…solo annettere qualche paesino che nn riconosce la sovranità di pristina…non vedo cosa ci sia di male!

      • Ciao Nikola

        provo a rispondere per punti. 1) Non sono un italiano d’Istria, questo mi facilita nel guardare le cose con equilibrio, senza trasporto personale. Come tu non sei un serbo del Kosovo. 2) Belgrado prende in giro i serbi del Kosovo, non farà nulla per loro. E’ tutta una questione di politica interna alla Serbia, di ottenere il consenso elettorale fomentando lo scontro e cavalcando gli animi accessi dell’irredentismo. Animi che verranno traditi da Belgrado. In questi giorni è iniziato il censimento della popolazione in Serbia ma a Mitrovica i funzionari di Belgrado non si sono fatti vivi perché sanno che è una violazione al diritto internazionale. Altro che “Mitrovica provincia di Belgrado”, tutte menzogne. 3) Non si può dividere il Kosovo, c’è il trattato di Helsinki sull’inviolabilità delle frontiere. L’indipendenza del Kosovo è stata fatta sui confini della repubblica federale d’epoca jugoslava. Quelli sono i confini, quelli restano, almeno fino al prossimo trattato internazionale che non sarà a breve. 4) La questione però è più grande, Niko. Non è Mitrovica. E’ dove vuole andare la Serbia: chiudersi in se stessa, nei suoi sogni di grandeur, nel nazionalismo alla Milosevic (non sono bastate due guerre, no?) oppure al futuro, al cosmopolitismo, alla tolleranza, al diritto. Le grandi nazioni, oggi, non sono più quelle dai grandi confini ma dalle grandi menti e capacità. Un caro saluto

        Matteo

  3. Hai ragione,lo sviluppo socio-economico è più importante.E’ per quello che gli svizzeri,pur essendo etnicamente disomogenei,vanno molto d’accordo da secoli,visto che in svizzera le cose funzionano(in tutti i sensi,mica come qua da noi).

  4. Scusa se insisto, Nikola. La Svizzera non è etnicamente disomogenea. E’ culturalmente omogenea. Etnos indica l’insieme dei costumi, e quindi quello che viene comunemente chiamata “cultura”. Nei secoli passati se le sono date di santa ragione, è vero, ma certo non per questioni “etniche” bensì economico-politiche. Quel che è divertente è che pure i Balcani occidentali sono etnicamente omogenei…

  5. La Serbia non ha perso alcuna guerra. A meno che non si consideri guerra l’aggessione della Nato, costruita sui falsi dossier delle fosse comuni (vi ricodate?), così come si era fatto per Saddam e poi per la Libia, ecc.. Dobbiamo, dunque, arrenderci alla legge del più forte? La crisi economica in Serbia è dovuta al fatto che le nuove classi dirigenti liberiste si sono messe al servizio dei diktat dell’ Fmi e della Bce, privatizzando, svendendo e poi chiudendo le fabbriche, taglieggiando i slari e le pensioni. L’occidente, dopo aver distrutto Belgrado con le bombe, la sta ora istruggendo economicamente. Non ci meravigliamo se poi la popolazione reagisce odiando la democrazia occidentale e mgari lanciando pietre sul gay pride, visto come un’importazione dall’occidente. E’ una cattiva reazione, ma, in un certo senso, anche comprensibile. Sono gli stessi motivi per cui in Afganistan la gente, per reazione all’intervento imperialista, partggia per i talebani. L’ arroganza dell’occidente, purtroppo, gioca a favore delle forze più regressive che a parole si dice di voler combattere.

  6. Sì,però ci sono svizzeri di origine italiana,francese e tedesca,parlano lingue diverse.Ho una compagna di classe che ha la madre svizzera,e mi ha raccontato di come sua madre si sente svizzera,non tedesca.Invece un cittadino di Banja Luka ti dirà che è serbo,mica bosniaco.Io stesso ti dico che sono serbo,mica croato.Era quello che intendevo dire,forse mi sono spiegato male.Di come bosnia e svizzera siano simili dal punto di vista etnico ma i loro cittadini hanno mentalità diverse….

  7. Io non ho mai capito che senso abbia, in un’Europa in un da secoli le varie popolazioni sono mischiate, parlare di “etnie”. Mi sembra un discorso pericoloso. Se passa l’idea degli stati costituiti s basi etniche, avremo in Europa almeno 200 picolli Stati con altrettante enclavi di Stati limotrovi per ogni Stato. Pensate a un piccolo paese di 6 milioni di abitanti come la Slovacchia, ad esempio, che al suo interno ha una minoranza magiara (600 mila abitanti, il 10% dell’intera popolazione), una minoranza polacca, una ucraina, 300 mila Rom, ecc. Gli Stati etnici sarebbero l’imbarbarimento dell’Europa, con vicini di casa che si armano l’uno contro l’altro. E se a questo aggiungi la crisi economica, la miccia della guerra tra poveri è già accesa.

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