RUSSIA: Cosa succede se gli USA si ritirano dal trattato sul nucleare?

Il Presidente Donald Trump ha recentemente annunciato la volontà statunitense di recedere dal Trattato sulle forze nucleari di medio raggio (Intermediate Range Nuclear Forces Treaty – INF), sollevando seri dubbi circa le sorti del fragile sistema di disarmo e non-proliferazione che regola gli equilibri strategici internazionali.

Ancora non ci è dato sapere se si tratti di una boutade elettorale, dell’ennesimo rilancio negoziale di cui Trump ci ha già dato numerosi esempi, o se sia una scelta motivata da reali preoccupazioni strategiche. È chiaro tuttavia che questa mossa, qualora si dovesse concretizzare, cambierebbe decisamente gli equilibri militari tra Stati Uniti e Russia, con implicazioni per la sicurezza europea e globale.

Il trattato: meriti e travaglio

Il trattato INF fu tra i più importanti prodotti della stagione distensiva tra Washington e Mosca nell’ultima fase della Guerra Fredda. Siglato nel 1987, con INF le parti si accordavano circa la distruzione totale dei propri arsenali di missili a medio raggio (con gittata compresa tra i 500 e i 5500 km) su piattaforme terrestri.

Inter-Continental Ballistic Missiles (ICBM), Air-Launched Ballistic Missiles (ALBM) e Sea-Launched Ballistic Missiles (SLBM) ne rimanevano quindi esclusi, ma i termini del trattato permettevano di raggiungere il non secondario obiettivo di alleggerire il suolo europeo da numerosi prodotti della corsa agli armamenti (missili SS, Pershing e Cruise).

Dagli anni Duemila però, col riaccendersi delle incomprensioni tra le due potenze nucleari, INF è stato sottoposto a crescenti pressioni. Mosca fu la prima a minacciare l’uscita dal trattato durante l’amministrazione di George W. Bush (2005/2007), ma accuse circa la violazione di INF non sono mancate da ambo le parti.

Ciò nonostante, i termini del trattato avevano retto, lasciando sperare in una sorte migliore rispetto ad un altro prodotto della distensione, ossia il Trattato sulle forze convenzionali in Europa (Conventional Forces in Europe TreatyCFE, 1990), dal quale la Russia ha receduto nel 2007 in opposizione al progetto di scudo spaziale statunitense nel Vecchio Continente.

Oltre ad INF, l’unico altro trattato che oggi regola l’equilibrio nucleare tra le due (ex) superpotenze è il Nuovo Trattato START (New Strategic Arms Reduction Talks Treaty, 2010), che si concentra sulla decurtazione degli arsenali strategici. Considerate le contingenze attuali, non è da escludersi che anche quest’ultimo possa divenire oggetto di tensione prima della prossima conferenza di rinnovo, fissata per il 2020.

Le implicazioni per Mosca e la sicurezza internazionale

Il recesso statunitense da INF avrebbe un impatto considerevole sullo stato della sicurezza internazionale. Anche ammettendo che Mosca abbia violato per prima i termini del trattato, la legittimità giuridica della decisione ventilata da Trump non precluderebbe alla Russia di far leva sul lato politico della questione. Presentare il crollo del sistema di stabilità strategica come una colpa statunitense non risulterebbe difficile al Cremlino.

Ben più importante, dal punto di vista sostanziale recedere dal trattato permetterebbe a Mosca di dispiegare (in Europa) quei sistemi missilistici a medio raggio attualmente banditi da INF. Ciò muterebbe gli equilibri militari nel vecchio continente, a tutto svantaggio delle posizioni occidentali nei Mari Nero e Baltico. Inoltre, si assisterebbe ad una crescita dell’isterismo occidentale, che già è messo a dura prova dagli usuali passaggi di Iskander verso Kaliningrad – figuriamoci da nuovi vettori a medio raggio.

Senza più INF, anche gli Stati Uniti sarebbero in grado di rafforzare la propria presenza missilistica sia in Europa, sia in Asia, su scala potenzialmente maggiore rispetto alla Russia. Simile eventualità, tuttavia, comporta il rischio se non la certezza di fornire nuove cartucce a sostegno dell’ansia d’accerchiamento ed esistenziale che contraddistingue Mosca. Di conseguenza, piuttosto che contribuire ad un ri-bilanciamento di forze, così facendo Washington non farebbe altro che aumentare il rischio escalation nelle già tese relazioni Est-Ovest.

Segnali di nervosismo da parte russa non hanno tardato a presentarsi. A ridosso dell’annuncio di Trump, Putin ha freddamente notato che gli Stati dell’Europea centro-orientale non tarderebbero a tornare sui puntatori dei sistemi d’arma russi qualora accogliessero nuovi vettori statunitensi entro i propri territori.

La Russia e l’uso di armi nucleari

In questo clima le preoccupazioni circa la natura della postura nucleare russa hanno trovato nuovo respiro. Nel passato recente molti analisti hanno sostenuto che Mosca faccia propria una cosiddetta “escalate to de-escalate doctrine” (EdED). Questa si baserebbe sull’uso di armi nucleari entro il contesto di un conflitto convenzionale, in modo da impedire all’avversario ulteriori mosse e garantirsi una rapida vittoria. In altre parole, la soglia russa per l’utilizzo di armi nucleari sarebbe molto bassa. Se così fossero le cose, la dissoluzione di INF non potrebbe che acquisire ulteriore, tetra rilevanza.

In realtà, segni inequivocabili di una EdED russa non ve ne sono. Anzi, come ha notato a più riprese Olga Oliker, l’analisi delle ultime Dottrine Militari emesse dal Cremlino (2010, 2014) sottolinea come l’uso di tali armi sia strettamente limitato a scopi ritorsivi ed in caso di minaccia esistenziale. Per quanto si possa discutere sul significato di “minaccia esistenziale”, nessuna bassa soglia d’uso traspare dai testi.

Anche le meccaniche delle regolari esercitazioni militari russe sostengono questa conclusione, poiché l’uso di armi nucleari è inscenato solo a seguito di una escalation incontrollabile – non viceversa. Alcune dichiarazioni da parte di figure di spicco del panorama politico russo corroborano invece la tesi di una Russia facile all’uso dell’atomo, ma la retorica intimidatoria del Cremlino e dei suoi associati sono da considerarsi in quanto tali – retorica, appunto. Il gioco al rialzo delle dichiarazioni verbali fa parte di una strategia ormai consolidata con cui Mosca intende applicare deterrenza, non spingere al conflitto. Che poi riesca o meno nel proprio intento, questa è altra storia.

La via d’uscita

Alla luce di ciò pare credibile che la Russia, pur consapevole del ruolo che le armi nucleari rivestano nella propria postura militare, non intenda scatenare l’Apocalisse all’indomani del recesso statunitense da INF. Ciò tuttavia non diminuisce i rischi intrinseci all’eventualità, come già illustrato.

Stando così le cose, lo scenario migliore sarebbe che Trump rinnegasse le proprie intenzioni. Ma assumendo che egli tenga fede alla parola, il secondo miglior epilogo, pur registrando la dissoluzione di INF, vedrebbe pure il rilancio di negoziati per la stesura di un nuovo trattato sui missili di medio raggio, che meglio si adatti al panorama di sicurezza contemporaneo.

In tal caso, le parti si troverebbero a dover mediare tra le proprie paure reciproche – quella statunitense per la (dubbia) EdED russa e quella russa per le capacità aero-spaziali statunitensi. La sovrapposizione tra i domini nucleare e non-nucleare dovuta alla proliferazione di tecnologie dual-use nonché un già pessimo clima politico non faciliterebbero la buona riuscita di questi negoziati.

Ma anche a suo tempo, quando Reagan definiva l’Unione Sovietica un “evil empire” (1983), in pochi avrebbero scommesso sulla nascita di INF.

Chi è Nicolò Fasola

Nato nel 1993, è dottorando presso il Dipartimento di Studi Politici e Internazionali dell'Università di Birmingham, nel Regno Unito. In passato ha lavorato presso l'Allied Command Operations della NATO (ACO/SHAPE), l'Istituto di Relazioni Internazionali di Praga (IIR) e l'Ambasciata d'Italia in Estonia. Inguaribile poeta.

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