LETTERARIA: Il coccodrillo-Leviatano di Vladimir Kantor e la fine dell’era sovietica

Filosofo figlio d’arte con il pallino della scrittura da sempre, Vladimir Kantor è stato nominato nel 2005 tra i 25 pensatori più influenti a livello globale secondo Le Nouvel Observatour. Dal 2003 insegna filosofia presso la Scuola Superiore di Economia a Mosca, istituto tra i più rinomati nella Federazione assieme all’MGU e al SPbGu. In Italia è noto principalmente come filosofo ed esperto dell’opera di Dostoevskij, ma Amos Edizioni ha tradotto quest’anno Il coccodrillo (traduzione di Emilia Magnanini; euro 18), il suo primo romanzo, edito in Russia nel 1990.

Racconta Vladimir Kantor, presentando il libro all’interno della cornice del festival Pordenonelegge lo scorso 23 settembre, che Il coccodrillo nacque nel 1986 in sole tre settimane: “percepivo che stava terminando il tempo dell’Unione Sovietica e temevo scomparisse il senso dell’epoca”.

Ambientato nel 1976, il romanzo narra del casuale quanto irreale incontro tra Leopol’d Pomadov (il cui diminutivo è Lëva) e un coccodrillo antropomorfo, a sua volta Lëva; un doppio quindi già a partire dal nome, ma anche ipostasi del Leviatano biblico o, piuttosto, di quello hobbesiano. Leopol’d è un intellettuale rassegnato e alcolizzato che incontra Lëva proprio rincasando alticcio (l’alcool nell’immaginario russo si associa anche al “serpente verde” – зеленый змий – di cui il coccodrillo è parente). Il coccodrillo sarà l’occasione per il protagonista per aprirsi all’auto-analisi, alla riflessione sulla propria vita. Tuttavia, dal “Leviatano” non c’è scampo e per Leopol’d quest’incontro sarà anche il preludio della fine dei suoi giorni.

Kantor ricorda le difficoltà iniziali per pubblicare questo romanzo, i cui personaggi apparivano ai redattori “non degli autentici sovietici”. Effettivamente, un particolare senso dell’epoca pare incarnarsi nell’immagine di Leopol’d Pomadov: la pomadovščina (Kantor ricalca qui consapevolmente la oblomovščina ottocentesca di Gončarov) di cui si fa portatore il protagonista è un diretto riflesso del fallimento di una nazione e di un’intera epoca, nonché della passività amletica del tipo russo. Per questo i personaggi de Il coccodrillo non possono essere degli homines sovietici modello.

Di coccodrilli e di doppi (soprattutto di sosia che vincono la copia autentica) ne aveva già scritto anche Dostoevskij; ma quali questioni ci pone Kantor dietro alla comparsa del rettile verde? “L’ambiguità e la pluralità di significati sono la base per ogni opera letteraria – racconta lo scrittore al pubblico di Pordenonelegge. – Il coccodrillo qui rappresenta l’irrazionale che compare nella vita. L’irrazionale fa parte della nostra esistenza, solo che, così come nel libro nessuno nota che Lëva sia un coccodrillo, anche noi nella vita non vogliamo credere alle sue manifestazioni. Si prenda l’esempio della comparsa del fascismo: compare e nessuno si meraviglia dell’apparizione di questo mostro irrazionale nella società”. Nel libro di Kantor, solo un bambino a un certo punto avverte il protagonista: “io lo so, il coccodrillo ti mangerà”.

Commentando la situazione politica russa contemporanea, Kantor ha risposto al pubblico chiedendo di non pensare alla Russia sempre e solo come a Putin. “Così come io non penso che la Germania sia Angela Merkel, ma piuttosto Günter Grass, ecco la Russia non è Putin”.

Chi è Martina Napolitano

Dottoranda in Slavistica presso l'Università di Udine e Trieste, per EaST Journal scrive principalmente di Russia e cura la rubrica Linguae.

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