UCRAINA: “Esercito, lingua e fede”, la campagna elettorale del presidente Porošenko

Da KIEV – Le elezioni presidenziali ucraine sono vicine più che mai. O almeno così pare, considerando il trambusto della campagna elettorale che alimenta la vita politica ucraina di questi ultimi mesi, nonostante il primo turno sia previsto solamente per marzo 2019.

Abbiamo già fornito ai nostri lettori un approfondimento sulla candidata all’opposizione Julija Tymošenko, donna tenace la cui pre-campagna elettorale, iniziata la scorsa primavera, sembra procedere a gonfie vele malgrado lo scetticismo di molti. I suoi vanagloriosi cartelloni pubblicitari vengono oggi affiancati da quelli – non meno appariscenti – del suo primo rivale, colui che occupa il trono in questo momento: Petro Porošenko.

Esercito! Lingua! Fede!

L’attuale presidente in carica, durante l’ultima seduta plenaria della Verchovna Rada tenutasi lo scorso 20 settembre, ha annunciato ufficialmente il suo desiderio di continuare a guidare il paese, non esitando a sottolineare le sue sconfitte, ma delineando in modo preciso le linee guida caratterizzanti la sua campagna elettorale. Un programma che si può riassumere con tre sole parole, le stesse che compaiono nello slogan della campagna: esercito (armija), lingua (mova), fede (vira). Ma questi tre termini non sono solo un semplice slogan per la campagna del presidente, questa è la formula dell’attuale identità ucraina: “L’esercito difende la nostra terra, la lingua il nostro cuore, la chiesa la nostra anima”, ha evidenziato Porošenko. Una formula coniata per conquistare i futuri elettori, tenendo conto del fatto che solo l’esercito può essere considerato di competenza del capo di stato; quanto a lingua e fede si andrebbe oltre la costituzione.

  • L’esercito difende la patria

La difesa della sovranità territoriale è oggi un tema di fondamentale importanza in questo paese interessato da un conflitto armato che non sembra volgere a una fine imminente. E qualsiasi candidato alla presidenza ne è cosciente, Porošenko in primis, dato che dal 2014 a oggi ha dovuto affrontare non poche sfide a riguardo. Tuttavia, non nasconde la testa sotto la sabbia, riconoscendo le sue mancanze e trovando il coraggio di scusarsi con i cittadini per non essere riuscito a mettere la parola fine a questa guerra. Semplice umiltà o una tattica per accapparrarsi più voti durante questa campagna? Sicuramente un mélange di entrambe, nonostante egli ribadisca il fatto che l’esercito ucraino è migliorato parecchio negli ultimi quattro anni, sia quantitavamente che qualitativamente, diventando più solido e compatto e, soprattutto, de-sovietizzato. L’identità nazionale ucraina (motivo pleonastico del suo discorso) ha preso il sopravvento, specialmente tra la popolazione più giovane, quella tra l’altro disposta (più o meno volontariamente) ad andare a combattere per la propria patria.

  • La lingua si prende cura del nostro cuore

Di grande interesse anche l’aspetto linguistico, dibattito cruciale che coinvolge tutti i cittadini. Il processo di “ucrainizzazione” linguistica di tutti i media, da radio e televisione a cinema ed editoria, si è rafforzato e sta crescendo piano piano, ma indubitabilmente richiede tempo e pazienza. “Finalmente difendiamo, sviluppiamo e affermiamo la lingua ucraina, una componente della forza e del successo della nostra gente. Continueremo ad adottare misure efficaci per consolidare lo status statale della lingua ucraina, rafforzandola e diffondendola in tutte le sfere della vita pubblica.”

  • La fede protegge la nostra anima

Non sorprende di vedere un accenno marcato alla fede, o meglio alla religione, poiché proprio di questo si tratta. Libertà della Chiesa significa libertà spirituale e tomos è sinonimo di indipendenza. L’approvazione di quest’ultimo da parte del concilio ecumenico si rivelerebbe dunque un ulteriore atto di proclamazione di indipendenza ucraina. Fin dallo scorso aprile, lo ricordiamo, è in fase di studio la richiesta di autocefalia della Chiesa ortodossa ucraina (ne abbiamo parlato qui), pervenuta ufficialmente al patriarca Bartolomeo dallo stesso presidente, che nel suo discorso dichiara: “Rendiamo alla Chiesa ucraina un posto degno nell’Ortodossia mondiale”. Porošenko, nel suo programma politico, garantisce che lo stato rispetterà la scelta di coloro che decideranno di rimanere sotto la Chiesa ortodossa russa, ma promette anche totale protezione al clero e tutti i fedeli appartenenti alla Chiesa ortodossa ucraina del Patriarcato di Mosca che vogliono entrare a far parte della nuova Chiesa autocefala ucraina, che diventerà unica e indipendente.

Noi andiamo per la nostra strada (quella verso l’UE e la NATO)

La strada verso l’Unione europea e la NATO è la sola che garantisca sicurezza e pace, nonché un miglioramento degli standard di vita per il popolo ucraino. Un obiettivo politico che entra a far parte della costituzione. La strategia di Porošenko non si limita, però, alla solo adesione all’UE, ma a una profonda europeizzazione del paese: consolidare i valori europei a 360 gradi, dalla democrazia all’uguaglianza, al rispetto dei diritti umani. Il presidente è fiducioso che l’Ucraina abbia tutte le carte in regola per aderire all’Unione europea e all’Alleanza: “Non stiamo solo combattendo per noi stessi, ma anche per l’Europa, per la democrazia e la libertà, per l’Occidente e i suoi valori”.

Noi siamo l’Ucraina

Più le elezioni si avvicinano, più il presidente cerca di assolvere le proprie responsabilità e si scusa per il mancato adempimento di tutte le precedenti promesse e riforme non andate in porto in questi ultimi quattro anni. Ricorda più volte come non sia stato possibile finora porre fine alla guerra e ripristinare l’integrità territoriale del paese, con il risultato (non certo positivo) che l’Ucraina ha perso il 20% del suo potenziale industriale (ricordiamo che i maggiori centri industriali del paese si trovano proprio nei territori occupati), elemento che ha provocato un effetto domino sull’economia generale del paese. Questi problemi economici provocano indubbiamente un profondo senso di insoddisfazione tra i cittadini, che non vedono ancora un netto miglioramento delle loro condizioni di vita e, spesso, scelgono la strada dell’emigrazione (altra grossa perdita per il paese).

Altro argomento, sebbene non sufficientemente trattato insieme a quello della situazione economica precaria e altalenante, è quello della lotta alla corruzione. Gli organismi anti-corruzione, che hanno visto investimenti finanziari di notevoli somme, non funzionano ancora correttamente. “La società è delusa dalle dinamiche della lotta anti-corruzione, e le affermazioni della gente sono assolutamente giustificate”, ha detto Poroshenko.

A tornare ripetutamente tra le righe, sono invece i rapporti sempre più tesi con la vicina Russia (più volte denominata dal presidente “aggressore” o “nemico”). “Non dimenticate che il nemico non è venuto qui per la Crimea e per il Donbass, non si fermerà qui, il nemico è venuto per tutta l’Ucraina. Perché senza l’Ucraina ricostruire l’impero è impossibile”, ha affermato il presidente nel suo discorso ai parlamentari. E a riguardo, non si può non citare l’ultima decisione presa dal presidente. Il mese scorso il ministero degli affari esteri ha intrapreso la procedura per impedire il rinnovo dell’accordo di amicizia, cooperazione e partenariato tra la Russia e l’Ucraina. Firmato nel 1997, il trattato promuove(va) principalmente il riconoscimento dell’inviolabilità delle frontiere e il rispetto dell’integrità territoriale. Prolungabile tacitamente ogni dieci anni, la prossima scadenza, con conseguente rinnovo tacito, è (o meglio era) prevista proprio per marzo 2019.

L’attuale capo di stato mette, infine, in guardia anche sulle sfide esterne da affrontare, senza tuttavia dilungarsi in dettagli: l’ascesa del populismo di sinistra e di destra, l’aumento dell’euroscetticismo e le tendenze antidemocratiche di alcuni paesi vicini, nonché le tensioni che sussistono tra UE, Russia e Stati Uniti.

Uno slogan che vale?

Il discorso annuale del presidente non è sicuramente stato apprezzato da tutti, indubbiamente anche per i numerosi accenni alla campagna elettorale. Nonostante Porošenko si confermi un ottimo oratore, lo slogan che potrebbe portarlo a un secondo mandato la prossima primavera rende scettici molti ascoltatori. Con le sue tre parole magiche (esercito, lingua, fede), Porošenko sembra tornare indietro nei secoli, promuovendo nuovamente tratti che erano caratteristici nella metà del XIX secolo, quando si andavano formando gli stati nazionali. Ora slogan simili in Europa sono percepiti come un anacronismo, qualcosa di simile alla triade imperiale russa: “Autocrazia, nazionalità, ortodossia”.

Foto: uapress

Chi è Claudia Bettiol

Laureatasi in Traduzione e Mediazione Culturale a Udine con una tesi sulla diatriba tra slavofili e occidentalisti, e grande appassionnata di architettura sovietica, per East Journal si occupa dell'area russofona. Le sue esperienze oltreconfine finiscono sempre per essere rivolte verso Est, forse perché nata nel 1986 e lo stesso giorno di Michail Gorbačëv. Dopo un anno di studio alla pari ad Astrakhan, un Erasmus a Tartu e un volontariato a Sumy, ha lasciato definitivamente l'Italia per Kiev, dove attualmente abita e lavora.

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Un commento

  1. Se fossi stato presente a questo “grande”discorso del Presidente, mi sarebbe piaciuto porgli una semplice domanda e cioè come si spiegano le tre ore di studio della lingua russa nelle scuole ucraine tutto qui semplice no ???

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