Italia e Polonia, un legame storico inscindibile

Già l’aquila d’Austria le penne ha perdute, il sangue d’Italia, il sangue polacco, bevé col cosacco ma il cuor le bruciò”.

In questa quartina del “Canto degli italiani”, composto da Goffredo Mameli nell’autunno del 1847, si fa riferimento alla Polonia. E davvero la storia d’Italia e di Polonia si incrociano più volte, anche nelle vicende delle Seconda guerra mondiale quando “il sangue d’Italia” e “il sangue polacco” furono bevuti dal nazifascismo. Quel sangue, dice il testo, è destinato a diventare veleno per l’occupante e, infine, lo ucciderà.

Le vicende risorgimentali italiane si legano, in un rapporto di causa effetto, ad analoghi “risorgimenti” specie dell’Europa orientale: Ungheria, Boemia, Serbia, Valacchia e -soprattutto- Polonia. Proprio quest’ultima dal 1772 era scomparsa dalle carte geografiche dopo mille anni di storia.

Austria, Prussia e Russia se la spartirono a più riprese. A nulla valsero le continue insurrezioni (la più nota guidata da Tadeusz Kosciuszko, già generale durante la guerra d’indipendenza americana). L’ultima, quella del 1861, provocò la reazione russa: deportazioni, confische, persecuzioni. Solo le città sotto il dominio austriaco fiorirono: Leopoli e Cracovia.

Nel 1863 Attilio Begey (futuro console onorario della Polonia in Italia), studente torinese, scriveva con indignazione delle vicende polacche e della repressione messa in atto dagli imperi centrali. Torino, intanto, era diventata la capitale degli esuli polacchi in Italia. Qui appresero la lezione risorgimentale. L’indipendenza polacca però doveva attendere. Con la Prima guerra mondiale circa 22 mila soldati polacchi dell’esercito austro-ungarico vennero catturati e imprigionati a Chivasso, presso Torino. Su iniziativa del Comitato nazionale polacco, e grazie al’attivismo del Comitato Pro-Polonia fondato da Attilio Begey, essi vennero rilasciati per arruolarsi nel neonato esercito di liberazione polacco che andò a combattere sul fronte orientale contro una Russia nel frattempo già sovietica.

Il legame con l’Italia dovette però intensificarsi durante la Seconda guerra mondiale. L’esercito polacco in esilio, agli ordini del generale Anders, conquistò Montecassino (11-19 maggio 1944) dopo tre fallimentari tentativi delle truppe anglo-francesi. La mitica battaglia, che portò allo sfondamento della Linea Gustav e quindi alla rapida liberazione di Roma, culminò con la presa delle rovine dell’abbazia, precedentemente distrutta da un folle bombardamento alleato. Sulla cima del monte venne issata la bandiera polacca.L’armata polacca combattè con tenacia: “per la nostra e la vostra libertà” è oggi scritto al cimitero polacco di Montecassino. La speranza era quella di riscattare la propria nazione, combattendo per la libertà di altre.

I polacchi risalirono poi lungo la sponda adriatica, il loro nuovo compito era la liberazione di Ancona e del suo prezioso porto. Dopo numerose battaglie il 18 luglio 1944 Ancona era libera. Seguirono la presa di Senigallia, Pesaro, fino a Cattolica dove fu sfondata la Linea Gotica. All’inizio dell’ottobre 1944 il corpo d’armata polacco, spostato sul fronte occidentale della penisola, si lanciò alla presa di Forlì, liberò Predappio (città natale del Duce) e Faenza a costo di ingenti perdite. Un vasto attacco alleato, nell’aprile del 1945, vide assegnato ai polacchi il compito di liberare Bologna.

Il 21 aprile, mentre in città le truppe partigiane si erano già sollevate contro l’occupante tedesco, il corpo d’armata polacco entrò in Bologna nell’entusiasmo popolare. La guerra era vinta. Di questo supremo sforzo, condotto in Italia come sul fronte africano, nel Caucaso, nei cieli della Germania a bordo degli aerei britannici, non resterà nulla. La Polonia, in nome di uno scellerato patto col diavolo, verrà consegnata alla barbarie comunista.

Molti combattenti polacchi restarono in Italia. Tra loro anche Gustaw Herling, uno dei più importanti scrittori polacchi del Novecento, autore di “Un mondo a parte”, capolavoro indiscusso che racconta l’esperienza del gulag sovietico vissuta dall’autore. Fondò la rivista Kultura, che tenne viva la cultura polacca mentre in patria la dittatura sovietica la stava distruggendo. Sposò una figlia di Benedetto Croce e scrisse molti romanzi in italiano. Morì a Napoli nel 2000, avendo visto -finalmente- realizzarsi la libertà per il suo Paese.

 Foto: Madzia Bryll, Flickr

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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3 commenti

  1. Per me, i polacchi più amati sono i grandi logici matematici e logici algebristi polacchi; i miei prediletti sono : i mostri sacri Alfred Tarski, Jan Lukakasiewics, e non mi piace eliminare la sbarra polacca sull’ iniziale elle maiuscola del suo cognome, ma ormai è costumanza, cui gli informatici sono debitori della notazione polacca inversa, Adolf Lindenbaum, Andrzej Mostowski, Helena Rasiowa, Roman Sikorski.
    Tra i massacrati dai nazisti : W. Hepter e J. Herzberg, tra i molti altri.
    Mi sentii morire quando Helena Rasiowa mi si rivolse come segue : “Call me Helena”. Un titano ad un insetto.

    Con commozione e riverenza, Giancarlo Colombi

  2. Come non sottolineare lo struggimento di ogni polacco – se vi è mai capitato di viaggiare con qualcuno di loro – che guardando quell’abbazia comincia a sussurrare commosso, le parole e le note di “Czerwone maki na Monte Cassino” confermando che quasi in ogni famiglia polacca c’è un congiunto morto a Montecassino.
    Ma un altro piccolo/grande rapporto con la Polonia lo stabiliscono le splendide traduzioni di Pietro Marchesani dei versi della Szymborska

  3. Va aggiunto che Gustav Herling fu ferocemente perseguitato dagli intellettuali della Sinistra italiana, in particolare quelli napoletani, perché considerato un traditore per le sue accuse al Paese del Sol delll’Avvenire. Gli stessi intellettuali che, dopo il collasso dell’UnioneSovietica, scoprirono i “diritti umani” considerati in precedenza una astrazione borghese.

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