Cos'è l'Osce e come rinnovarla. Indicazioni da Belgrado

di Davide Denti

Il 10 luglio si è chiusa a Belgrado la sessione annuale dell’Assemblea Parlamentare dell’OSCE. I documenti approvati dai deputati, delegati dai diversi paesi membri dell’Organizzazione, danno l’idea delle sfide che l’organizzazione si trova ad affrontare.

L’OSCE è nata negli anni ’70, come Conferenza per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (CSCE), un forum di dialogo est-ovest attraverso il quale l’Unione Sovietica puntava ad ottenere il riconoscimento della propria egemonia sull’Europa orientale, mentre i paesi occidentali intendevano costringere Mosca ad accettare meccanismi internazionali di sorveglianza sul rispetto dei diritti umani all’est, incarnati nelle tre dimensioni (sicurezza, economia, diritti umani) della Dichiarazione di Helsinki del 1975. A partire dagli anni ’90 l’OSCE si rinnova, da forum diplomatico diventa un’organizzazione internazionale dotata di organi stabili, pur non essendo basata su un Trattato vincolante, e restando quindi attiva solo in base alla volontà politica dei suoi stati membri. Proprio per questo, l’azione dell’OSCE si basa sulla regola del consenso tra tutti gli stati membri, ossia ciascun paese è dotato di diritto di veto e ogni azione va perseguita all’unanimità. L’OSCE è intervenuta laddove altre organizzazioni quali ONU e UE, per mancanza di mezzi o di credibilità, non hanno potuto agire: nel 1995 il trattato di Dayton le affida il compito di organizzare il processo elettorale in Bosnia. Altri teatri di intervento dell’OSCE includono i conflitti dello spazio post-sovietico: Transnistria, Abkhazia e Sud Ossezia, Nagorno-Karabakh.

L’azione dell’OSCE nel contesto della guerra fredda è stata spesso considerata un successo, tanto che la struttura tripartita di dialogo diplomatico è stata presa a modello per successive iniziative quali il Processo di Barcellona per il Mediterraneo (1995) e il Patto di Stabilità per l’Europa Sud-Orientale (1999). In Bosnia e nei Balcani Occidentali l’OSCE ha avuto successo nel seguire i processi elettorali dei nuovi stati e nello stabilire misure regionali di cooperazione a livello militare, verso il progressivo disarmo degli stati post-jugoslavi. Minori successi ha potuto raccogliere nello spazio post-sovietico, tra conflitti irrisolti e paesi ancora molto indietro sulla via della liberalizzazione politica ed economica, e dove spesso il peso della posizione russa è stato preponderante. Tuttavia, l’OSCE resta l’unica organizzazione a includere tutti i paesi post-sovietici dell’Asia Centrale (oltre che la Bielorussia) sotto lo stesso ombrello con UE, USA e Canada, e a poter intervenire in caso di chiare violazioni dei loro impegni in tema di diritti umani.

Negli anni 2000, terminato l’impegno nei Balcani e non riuscendo a conseguire progressi in Europa orientale, Caucaso e Asia centrale, oltre che a causa della rinnovata conflittualità tra Russia e Stati Uniti culminata nella guerra in Georgia, l’OSCE si è trovata a rischio di progressiva marginalizzazione sulla scena internazionale. Dopo l’ultimo vertice ad alto livello tenutosi ad Istanbul nel 1999, gli stati membri dell’OSCE si sono ritrovati ad Astana in Kazakhstan nel 2010, ma i risultati del vertice sono apparsi sottotono rispetto alle aspettative. La riunione di Belgrado dell’Assemblea Parlamentare ha cercato di indicare alcune strade per riprendere l’iniziativa, con un documento che si sofferma sulle tre dimensioni dell’OSCE, e si dilunga poi su una serie di temi specifici e trasversali, inclusa la situazione in Bielorussia e in Moldavia.

Nella dimensione politico-militare, l’assemblea invita l’OSCE in primo luogo a rafforzare e politicizzare il ruolo del Segretario Generale dell’organizzazione, affinché affianchi il ministro degli esteri del paese presidente a rotazione per rappresentare l’organizzazione; inoltre incoraggia la trasparenza e l’apertura delle riunioni del Consiglio permanente, formato dai ministri degli esteri, e raccomanda il superamento della regola del consenso, almeno nelle questioni amministrative e di bilancio.

Nella seconda dimensione (scienza, tecnologia e ambiente) l’assemblea auspica che l’OSCE prenda posizione sui temi della sicurezza alimentare, della sicurezza energetica, e che continui il lavoro iniziato nel 2010 a Oslo sul tema delle migrazioni.

Infine nella terza dimensione, relativa a democrazia e diritti umani, e di cui era relatore il deputato italiano radicale Matteo Mecacci, l’assemblea parlamentare invita il Consiglio permanente a tenere alta l’attenzione sul rispetto dei diritti umani e degli standard democratici nell’area dell’OSCE, attraverso le missioni OSCE sul campo e attraverso l’aggiornamento del “meccanismo di Mosca”, uno dei tre meccanismi diplomatici di reazione in caso di mancato rispetto degli impegni sui diritti umani. Tale iniziativa, introdotta nel 1991 e che prevede l’invio di missioni di esperti sul terreno per verificare e proporre soluzioni a casi di gravi e persistenti violazioni dei diritti umani, era stata proposta nel 2011 da parte di 14 stati OSCE (non l’Italia) nel caso delle violenze post-elettorali in Bielorussia, ma la Bielorussia aveva rifiutato di accogliere il personale OSCE. Infine, l’assemblea chiede al Consiglio permanente (che si riunisce settimanalmente a porte chiuse) di tenere riunioni bisettimanali sulla situazione dei diritti umani, che siano aperte al pubblico e alla stampa, e che prevedano la partecipazione delle ONG.

Sulla situazione in Bielorussia, l’assemblea OSCE condanna la mancanza di cooperazione del governo di Minsk, che ha rifiutato di accogliere una missione OSCE di accertamento dei fatti e che ha ordinato la chiusura dell’ufficio OSCE a Minsk subito che le elezioni erano state definite non libere. Inoltre, il regime di Lukashenko viene richiamato per tutto ciò che concerne la libertà di espressione e di associazione, con l’intimazione a mettere in atto le raccomandazioni contenute nel Rapporto OSCE relativo al meccanismo di Mosca, reso pubblico a giugno 2011.

Chi è Davide Denti

Dottore di ricerca in Studi Internazionali presso l’Università di Trento, si occupa di integrazione europea dei Balcani occidentali, specialmente Bosnia-Erzegovina.

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