SLOVENIA: Traguardi e scommesse a vent'anni dall'indipendenza

di Silvia Biasutti

foto di Silvia Biasutti

DALLA NOSTRA CORRISPONDENTE A LUBIANA – Il 25 giugno 1991 la Slovenia festeggiava la sua indipendenza dalla Jugoslavia, una conquista salutata con entusiasmo dall’88% degli sloveni chiamati allora al voto referendario. Per diversi giorni l’esercito sloveno dovette difendere a spada tratta la sovranità acquisita dagli attacchi dell’Esercito popolare iugoslavo.

Quei giorni sono passati alla storia come Desetdnevna vojna (la guerra dei dieci giorni), un’offensiva lampo che si concluse con la Brionska deklaracija, ossia gli accordi di Brioni, siglati in Croazia il 7 luglio del 1991. L’anno successivo gli Stati Europei riconobbero l’indipendenza della neonata Repubblica Slovena, che entrò a far parte delle Nazioni Unite.

Il 25 giugno 2011 la Slovenia ha festeggiato il suo ventennio di indipendenza. In sole due decadi la Slovenia ha fatto passi da gigante, dimostrando di possedere discrete risorse per colmare il gap che all’indomani dell’indipendenza la separava dai Paesi europei e dai vicini di casa come Austria e Italia. Un processo che ha portato la Slovenia a liberarsi negli anni dall’asfissia socialista: ingenti opere di ristrutturazione sono state messe in atto, soprattutto a Lubiana, riportando le facciate degli edifici in stile Sezession a risplendere nello specchio d’acqua della Ljubljianica, il fiume che attraversa la capitale.

In Slovenia oggi si respira un clima dinamico, dove la briosità mitteleuropea non è solo una nostalgia rachchiusa nei libri di storia. A Lubiana la variegata proposta culturale anima tutti i giorni della settimana le piazze ed i teatri cittadini, con una prosperità artistica che niente ha da invidiare al passato nobile della capitale, quando Lubiana si chiamava Laibach

L’ingresso nella Comunità Europea ha favorito la crescita delle infrastrutture e il rinnovamento della Slovenia, che ha saputo attrarre con astuzia i fondi elargiti dall’UE per modernizzare il Paese. I tempi della cortina di ferro e della miseria pianificata sembrano un ricordo lontano: la Slovenia ha costruito centinaia di chilometri di piste ciclabili, tanto che a Lubiana il nutrito esercito delle due ruote ricorda le buone abitudini nordiche. Il turismo vive una stagione d’oro, che vede in prima linea il turismo termale ed ecosostenibile. La Slovenia è un Paese dove sono in crescita gli ecofarmers, dove gli studenti pagano il pasto in mensa con il telefono cellulare e l’inglese è parlato correntemente da una buona fetta della popolazione urbana.

Una rincorsa alla modernizzazione invidiabile in appena un ventennio, che ha dimostrato la capacità degli sloveni di guardare al futuro, valorizzando al meglio le contenute risorse di una nazione che conta appena 2 milioni di abitanti, dove il Pil nazionale è stazionario con apprezzabili punte di crescita, sconosciute ai Paesi di vecchia industrializzazione.

Certo, molti sforzi sono ancora da compiere. La morsa della crisi finanziaria ha fatto presa anche da queste parti, l’occupazione giovanile stenta a mantenere un buon livello di dinamismo a causa dei contratti di lavoro a breve termine e le esportazioni sono penalizzate dalla scarsa capacità di commercializzare prodotti ad alto contenuto tecnologico.

La scommessa per la Slovenia è quella di acquisire e mantenere un ruolo privilegiato di dialogo proficuo nello scacchiere tra Europa Centro Orientale ed Europa Occidentale, facendo tesoro dell’eredità iugoslava come di quella mitteleuropea, aumentando le opportunità transfrontaliere e investendo in ricerca e sviluppo, un settore più che mai necessario per un Paese di piccole dimensioni che non può contare più di tanto sulle economie di scala.

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8 commenti

  1. Silvia, il tuo articolo mi appare un tantino fuorviante, l’immagine grigia su cui insisti, di un passato da socialismo reale cupo e misero, mi pare tutt’altro che fedele alla realtà: già di partenza la Jugoslavia socialista era sensibilmente lontana dagli standard dei paesi varsavisti, e la Slovenia in particolare, come repubblica federale aveva un’economia florida e di mercato, con un PIL 2,5 volte superiore all’allora media nazionale: insomma, un po’ come il settentrione per l’Italia. Se non si tiene conto di questo fatto non si spiegherebbero nemmeno i suoi standard attuali: un conto è fare importanti passi in avanti a seguito del crollo del comunismo, ma per essere un’economia avanzata perfettamente in media con gli standard europei ci dev’essere anche altro… appunto una sua floridità storica!!

    Buona permanenza a Ljubljana… 🙂 Ciao!! F.

  2. Ti do perfettamente ragione, ahimè per essere sintetici alle volte si tralasciano informazioni importantissime come questa. Grazie dell’appunto!

    Silvia

  3. Concordo con l’appunto puntuale di Filip, è evidente che nelle diverse epoche storiche all’interno di uno stesso Paese o di un “blocco” di Stati (in questo caso il “blocco” dei Paesi dell’Est) esistono differenti livelli di sviluppo, derivanti dal precedente sviluppo politico, economico e culturale delle diverse aree: a tal proposito aggiungerei che senza dubbio la “floridità storica” slovena è almeno in parte debitrice nei confronti della dominazione asburgica, che, se da un lato ha soffocato le aspirazioni autonomistiche locali, dall’altro ha sicuramente stimolato lo sviluppo economico del territorio, inglobato nella più ampia rete dei collegamenti e dei traffici commerciali dell’Impero (da Vienna a Trieste ad esempio). A riprova di tale sviluppo sarebbe sufficiente osservare semplicemente la struttura urbanistica di Ljubljana, affine a quella di gran parte delle città controllate in passato dal potere imperiale.

    In ogni caso penso che l’articolo riesca a rendere bene l’idea di un Paese che, dopo aver ottenuto l’indipendenza politica, ha imboccato un percorso di sviluppo politico, economico e culturale (non slegato dalla precedente evoluzione storica), che sta consentendo alla Slovenia di limare progressivamente il gap con gli Stati vicini.

    Davide

    • Condivido le osservazioni di Davide e Filip, ma mi sembra che l’articolo queste cose le dica. Dice dell’influenza asburgica “quando Lubiana si chiamava Laibach” e nel parlare di “miseria pianificata” (apprezzabile semplificazione giornalistica, buona davvero per un titolo) segna la distanza tra quella Slovenia e questa che – è innegabile – non sembra un Paese slavo. A me ricorda moltissimo la Rep. Ceca, e la vicinanza con lil mondo tedesco (le industrie, le aziende, l’economia, la mentalità) ha il suo ascendente su entrambe. Ma la Slovenia è qualcosa di più sorprendente, a mio avviso, “quasi nordica” eppure mediterranea. Insomma, definirlo “fuorviante” è proprio una cosa da criticoni come Filip! 😀

      Matteo (Z)

  4. Brava Silvia, bell’articolo, interessante e preciso come al solito!

  5. ma la slovenia che ha colpa indirettamente ci ha fregato un pezzo del Friuli e dell’istria come possiamo vederla in modo positivo?

    • Al massimo della Venezia Giulia… il Friuli e’ un’altra cosa. Ma se non conosciamo la nostra geografia, come possiamo imputare colped ad altri?

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