Sopravvivere a Sarajevo, le testimonianze dei cittadini durante l’assedio

Sopravvivere a Sarajevo. Condizioni urbane estreme e resilienza: testimonianze di cittadini nella Sarajevo assediata (1992-1996)

Bébert Edizioni, Bologna, 2017, € 15

Una guida alla Sarajevo che ce l’ha fatta. Una guida paradossale ed amara ma anche piena di voglia di vivere. Non solo di sopravvivere, come recita il titolo, ma di vivere, possibilmente. Nel senso pieno del verbo. Nonostante un assedio di 1.395 giorni costato 11 mila morti. Un assedio che non aveva la comprensibile “logica” politica e bellica dei tanti assedi che i manuali di storia raccontano. No, l’assedio di Sarajevo è stato assurdo perché è avvenuto in Europa, alla fine del novecento, in una comunità urbana che solo fino a due anni prima apparteneva ad un unico paese, ad un unico partito e ad una unica ideologia che batteva parossisticamente proprio sul concetto di “fratellanza e l’unità”.

Eppure, come si diceva, emerge una Sarajevo che è sopravvissuta, anzi ha tentato e preteso perfino di vivere. Adattandosi certo, ma anche reagendo non tanto e non solo con le armi, ma con la cultura. Anzi, con tre grandi risorse antropologiche chiamate equilibrio, attività quotidiane e creatività. Sono le tre cifre che corrono lungo tutto il volume e che ne danno le chiavi interpretative ed il senso. Equilibrio come il parlare con i bambini, l’ascoltare musica, il fare giochi di prestigio o l’affrontare gli eventi con quell’ironia tipica della meticciata cultura bosniaca. Poi le attività quotidiane, come il cuocere il caffè perfino con lenticchie, riso e ghiande o fare gli 800 metri di notte con le maglie rosse, per mimetizzarsi con il colore della pista. E perfino sposarsi, con tanto di luna di miele di due giorni al famigerato Holiday Inn, l’unico hotel aperto (“E’ stato meraviglioso, non lo dimenticherò mai”). Ed infine la creatività. Risorsa psichica enorme per non essere schiacciati da quei tempi crudeli e anomali (il “tempo del male”, scrisse Svetlana Broz in un suo libro sul conflitto bosniaco). E la creatività, per definizione, prende tante strade. Come l’antenna televisiva fatta con aghi di maglia, cucchiaio e forchetta; o l’intrattenere i bambini raccontando storie, cantando, giocando, dipingendo. “Non mi starai dicendo che hai attraversato Tršćanska (via Trieste, la più esposta ai cecchini) solo per le rose, mi chiese. E’ proprio così risposi”. Anche il profumo delle rose combatteva l’orrore e ricreava quella normalità gentile rubata dalla guerra e dall’“urbicidio” in corso (iniziò Vukovar nel 1991, un assedio altrettanto assurdo).

Voci e strategie vitali di un evento ormai lontano. Solo storia, si potrebbe dire liquidando il tutto. Ed invece Sarajevo si ripete, le crudeltà si ripetono, gli assedi si ripetono. Come ad Aleppo, Siria, tanto per fare un nome che non è storia, ma stretta attualità. O per altri futuri assedi che sicuramente non ci saranno risparmiati, purtroppo. A tutti serve la lezione di Sarajevo: con le sue risorse di sopravvivenza spicciola ma di umanità grande.

Chi è Vittorio Filippi

Sociologo, docente Università Ca’Foscari e Università di Verona, si occupa di ricerca sociale, soprattutto nel campo della famiglia, della demografia, dei consumi. Collabora nel campo delle ricerche territoriali con la SWG di Trieste, è consulente di Unindustria Treviso e di Confcommercio. Insegna sociologia all’Università di Venezia e di Verona ed all’ISRE di Mestre. E’ autore di pubblicazioni e saggi sulla sociologia della famiglia e dei consumi.

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