POLONIA: Addio al costituzionalismo? Intervista al prof. Koncewicz

Foto di Jan Graczynski

Nell’arco di un anno e mezzo in Polonia ha preso piede un nuovo “ordine incostituzionale” che ha mutato la composizione e il funzionamento della Corte Costituzionale e portato a uno scontro con l’UE senza precedenti. East Journal ha seguito sin dalla fine del 2015 le vicende che hanno messo in ginocchio lo stato di diritto in Polonia. Due settimane dopo le affermazioni del Presidente della Commissione UE, Frans Timmermans, sulla riapertura del dialogo con il paese, abbiamo incontrato Tomasz Tadeusz Koncewicz, Professore di Diritto all’Università di Danzica, e instancabile studioso disincantato rispetto alla classe politica polacca, “attenta più ai sondaggi che al bene comune”, ma fiducioso in un cambiamento che provenga dalla società civile. Gli abbiamo chiesto qual è il futuro della Polonia sotto il governo di Diritto e Giustizia (PiS) e quali sfide costituzionali e politiche attendono il paese.

Il Presidente della Repubblica Duda ha annunciato un referendum per cambiare la Costituzione ma non c’è ancora alcuna bozza della riforma. Dopo l’attacco allo stato di diritto, cosa dobbiamo aspettarci? 

Il Tribunale Costituzionale non esiste più. Può essere considerato nient’altro che un consesso di giudici alcuni dei quali eletti incostituzionalmente. Esattamente ciò che voleva Kaczyński dall’inizio: nessun ostacolo al governo maggioritario di PiS. Durante il suo primo governo, nel 2015, non ha apprezzato il lavoro della Corte e ha imparato la sua lezione. Così, appena vinte le lezioni, si è innanzitutto scagliato contro questo organo per poter cambiare la Polonia e la Costituzione senza alcun freno. La nuova Carta che hanno in mente riconoscerà sicuramente la supremazia del Cattolicesimo e il controllo totale sui giudici. Quella attualmente in vigore è davvero ben scritta ma non è quella adottata da PiS. Per capire Kaczyński bisogna tornare al 1989: per lui gli accordi della Tavola Rotonda tra Solidarność e il governo furono un duro e inaccettabile compromesso. Tutto quello che è avvenuto dopo, ai suoi occhi, ha solo contribuito al declino dello Stato polacco. Ora è arrivato il momento di vendicarsi e dividere i cittadini in buoni e cattivi, dove i secondi non sono veri polacchi ma semplicemente “altri”. La fase della crisi costituzionale è stata superata: siamo di fronte a una tragedia costituzionale e speriamo che i media si opporranno dato che il settore privato è molto forte. Quello che chiamo constitutional capture è processo che prima colpisce la Corte, poi i singoli giudici, dopo i media, e quando la gente si sveglierà sarà troppo tardi. Tende inoltre a propagarsi: prima è avvenuto in Ungheria, poi in Polonia, forse dopo in Olanda e successivamente chissà.

In molti suoi articoli ha scritto che per salvare la Costituzione un ruolo fondamentale lo giocano i giudici ordinari applicandola direttamente. Sono pronti ad accettare il loro ruolo di guardiani costituzionali?

Il problema è che la costituzione non è mai stata parte del processo decisionale giuridico quotidiano, quindi i giudici hanno sempre lavorato basandoci sui codici e, se qualcosa non è lì riscontrabile, per loro semplicemente non esiste. Il loro è un approccio positivista mentre la Costituzione prevede che applichino e interpretino i principi costituzionali generali. I giudici sanno che per salvare la Costituzione devono applicarla direttamente ma non sanno come fare. L’appello all’applicazione diretta in situazioni straordinarie come questa l’ho avanzato in un saggio pubblicato l’anno scorso e, data la situazione, ora sta guadagnando credito. Voglio ricordare una meravigliosa citazione di Robert Jackson, Giudice della Corte Suprema Statunitense: “la Costituzione non è un patto suicida. La Costituzione deve essere capace di salvare se stessa dall’interno”. Si tratta di una sfida: come far sì che una Costituzione sotto attacco difenda se stessa e i cittadini dal PiS?

In che modo lo smantellamento della Corte Costituzionale è servito alla propaganda di PiS per la lotta agli ex collaboratori del regime comunista?

Quello che è accaduto alla Corte Costituzionale è solo una parte di questa pratica generale. Qualsiasi cosa o persona connessa al vecchio regime è esclusa dal popolo che il governo sente di rappresentare. Così Wałesa, il Museo di Danzica, e chissà cos’altro a breve, sono finiti sotto accusa. In un saggio che uscirà a breve ho scritto a proposito della “politica della paranoia” in Polonia che non influenza solo il diritto ma vuole ridefinire la storia, l’arte, la nostra identità.

Solitamente gli affari costituzionali sono percepiti come distanti e complessi. La crisi costituzionale polacca non è stata vissuta dai cittadini degli altri paesi europei con lo stesso allarme della bozza di legge sull’aborto per esempio. Perché?

È un paradosso che le persone non vedano il collegamento sotteso a tutti gli eventi accaduti in Polonia dall’ottobre del 2015. In assenza di una Corte che dichiari la costituzionalità o meno di una nuova legge, viene meno il meccanismo di controllo sul governo e di difesa dei diritti e delle libertà individuali. Si tratta di una mancanza di identità costituzionale comune dovuta a un’elevata e sofisticata integrazione economica accompagnata da un’insoddisfacente integrazione politica. Non esistono “gli europei” ma solo i cittadini degli stati membri, e così si spiega il distacco dall’UE e dai suoi valori fondanti. È colpa anche di noi giuristi: non siamo mai stati in grado di raggiungere i cittadini comuni spiegando loro perché l’Unione Europea conta e come funziona nella vita quotidiana. Lo stesso vale a livello nazionale: occorre parlare una lingua comprensibile ai non giuristi, altrimenti non si avrà mai il sostegno dell’opinione pubblica e soprattutto farle capire l’importanza di salvaguardare l’independenza del settore giudiziario. In Polonia lo si è capito solo ora ma non si cambia dall’oggi al domani. Almeno siamo consci del problema e il dibattito in questo senso è già iniziato. Non siamo ancora arrivati a mettere in atto azioni pratiche a riguardo, ma sarebbe già molto che gli avvocati e i giudici spieghino questi principi a scuola, affinché i ragazzi che voteranno fra qualche anno siano coscienti del loro gesto e delle istituzioni del loro paese.

Bisogna anche dire che ciò che spiega la passività dei polacchi nei confronti dei giudici è che questi, durante il Comunismo, erano uno strumento del regime e la legge un mezzo di punizione. La Costituzione era una mera dichiarazione senza alcun ruolo nelle dispute giudiziarie, l’indipendenza del nostro settore non era parte del copione comunista, e il giudice ideale era un esecutore acritico delle leggi governative. L’indottrinamento non ha lasciato spazio al pensiero indipendente e alla capacità interpretativa, un atteggiamento che si protrae ancora oggi per l’estremo ancoraggio ai codici che spesso non permette di difendere e risolvere i problemi dei cittadini. È normale a quel punto che si crei il distacco e i polacchi non scendano in campo per i giudici. Nessuno morirà per loro, PiS lo sa bene e sfrutta questo a suo vantaggio accusandoli di far parte dell’elite corrotta. Si tratta di una politica del rancore.

Siamo di fronte a una dittatura della maggioranza? È la fine della relazione tra democrazia e liberalismo?

Bisogna innanzitutto capire cosa si intende per democrazia. Le elezioni sono essenziali, sì, ma la democrazia è molto di più: la maggioranza vincitrice dovrà governare rispettando il sistema di pesi e contrappesi, i diritti umani, delle minoranze, e della minoranza che ha espresso un’opinione diversa. Fa parte del gioco democratico – e come dice Kapuczyński in L’altro questa è la parte più bella della democrazia – includere chi la pensa diversamente, accettarlo anche se non se ne condividono le scelte. Lo si può criticare, sì, ma non escludere. Diversità è il nome della democrazia. In Polonia per il governo sei “con noi o contro di noi”. Questa non è democrazia. Tutti devono far parte della comunità. Invece questa divisione fomentata da PiS guasterà la nostra società che dall’89 è alla ricerca della sua identità e ancora in post-trasformazione.

Ora una domanda politica: pensa che l’opposizione polacca abbia qualche possibilità di vincere contro PiS?

Sì, se unissero le forze ed è incredibile che non l’abbiano ancora fatto. E c’è un solo nemico! I partiti dovrebbero raggiungere un compromesso e presentarsi come un blocco. Dividendosi tra loro e anche al proprio interno fanno il gioco di PiS. Tusk, una volta andato al Consiglio europeo, non ha lasciato alcun leader. La Kopacz non lo era, era piuttosto l’amministratrice di Piattaforma Civica. Allo stato attuale non ci sono alternative. Forse KOD avrebbe una possibilità poiché è riuscito a coinvolgere migliaia di persone facendole sentire partecipi di ciò che avviene nel paese. La domanda è come canalizzare questa energia in un movimento popolare vero. Non basta protestare e poi cadere nel silenzio per le due successive settimane. Non so cosa stiano facendo ora. La gente ha bisogno di continuità e di capire dove porteranno queste manifestazioni. Certo è che lo scandalo dell’ex leader Kijowski non ha aiutato. Occorre coinvolgere la classe media, che è forte, ma bisogna darle una ragione per scendere in campo e catturarne attenzione.

Chi è Paola Di Marzo

Nata nel 1989 in Sicilia, ha conseguito la Laurea Magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso la Facoltà "R. Ruffilli" di Forlì. Si è appassionata alla Polonia dopo un soggiorno di studio a Varsavia ma guarda con interesse all'intera area del Visegrád. Per East Journal scrive di argomenti polacchi.

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