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POLONIA: Crisi costituzionale. Un attacco alla democrazia?

Migliaia di persone protestano da giorni contro il rimaneggiamento della Corte Costituzionale voluto dal nuovo governo di Diritto e Giustizia (PiS) in carica da poche settimane. Un pasticcio che mina alle base le regole costituzionali polacche e che fa gridare l’opposizione alla “deriva autoritaria” del paese.

La Corte in pillole

Organo indipendente, la Corte Costituzionale vigila sulla Costituzione, e decreta l’annullamento delle leggi quando queste peccano di illegittimità costituzionale. È composta da 15 giudici nominati dal Parlamento, per un termine di 9 anni. Il presidente e il vice-presidente sono nominati dal Presidente della Repubblica. A garanzia della loro indipendenza, i giudici non possono ricoprire più di un mandato né essere rimossi durante quello in corso. Nel caso in cui questa ipotesi dovesse verificarsi, spetta all’Assemblea Generale della Corte – e non al parlamento – pronunciarne la rimozione.

Antefatti, fatti e misfatti

Per costruire un quadro dettagliato della crisi costituzionale che la Polonia sta attraversando, bisogna fare qualche passo indietro: questa estate, la legge adottata il 25 giugno dal parlamento, allora dominato da Piattaforma Civica (PO), ha permesso di sostituire tutti e cinque i giudici costituzionali che avrebbero concluso il mandato entro la fine del 2015, sebbene per due tra questi il termine dell’esercizio delle funzioni fosse previsto dopo l’entrata in carica del nuovo parlamento eletto.

Questa misura non solo ha portato a uno scontro con il PiS ma anche preparato il terreno per quello che Tomasz Tadeusz Koncewicz, professore di Diritto dell’Università di Danzica, chiama “blitzkrieg costituzionale”. Il Presidente della Repubblica, Andrzej Duda, uomo del PiS, si è sempre rifiutato di investire i cinque nuovi giudici adducendo come scusa l’incostituzionalità della loro nomina. Tuttavia, invece che adire alla Corte per valutare la sussistenza delle sue accuse – ed è quello che avrebbe dovuto fare se veramente avesse tenuto alla Costituzione e all’indipendenza della Corte – ha aspettato che il suo partito presentasse un emendamento alla Legge sulla Corte Costituzionale per annullare la nomina dei cinque giudici contestati e procedere alla scelta di nuovi nomi, più vicini alla linea di partito. Ciò è avvenuto il 19 novembre.

Il provvedimento non ha soltanto disposto la revoca degli incarichi in questione, ma anche accorciato la durata delle missioni del Presidente e del Vice Presidente della Corte da nove a tre anni e per di più con efficacia retroattiva, quindi con effetto su quelli ancora in carica. Approvato dal Senato il giorno successivo e subito firmato dal presidente, l’emendamento è entrato in vigore in modalità lampo, senza alcuna consultazione o discussione.

Le pronunce della Corte e il colpo di mano di Duda

Il 3 dicembre la Corte (caso K 34/15) ha dichiarato incostituzionale la Legge del 25 giugno in relazione alla nomina dei due giudici poiché la scadenza del loro mandato cadeva sotto il nuovo governo. I giudici – continua la sentenza – non possono essere scelti prematuramente se l’inizio dei nuovi incarichi capita durante un nuovo insediamento. Nessun dubbio, invece, sulla legittimità costituzionale delle altre tre nomine.

Tuttavia, nonostante le riserve costituzionali e la sentenza fissata per il 3 dicembre, proprio il giorno prima il parlamento ha nominato altri cinque nuovi giudici, presentati da PiS, per rimpiazzare i presunti illegittimi colleghi. Il risultato è che la Corte ha ora due composizioni parallele: una costituzionale e l’altra incostituzionale.

Il braccio di ferro tra politica e giurisprudenza continua alimentato dalla seconda sentenza (9 dicembre) della Corte Costituzionale (caso K 35/15) che ha rafforzato il giudizio di illegittimità sulle nomine volute dal governo.

Un futuro incerto

Il Presidente della Repubblica e il nuovo governo non sembrano intenzionati a far rientrare la crisi costituzionale in cui è sprofondato il paese. Un atteggiamento che ingrossa le fila di quanti accusano il governo di comportamento autoritario anche alla luce dei precedenti rimaneggiamenti, tra cui rimozione dei capi dell’intelligence.

Mentre i giudici della discordia rimangono sospesi, le proteste sono iniziate sabato a Varsavia. I manifestanti, all’incirca 50.000, si sono riuniti sotto la sede della Corte Costituzionale per poi marciare in corteo fino al palazzo presidenziale. Dimostrazioni simili si sono tenute anche a Lublino, Poznań, Breslavia e Danzica.

Foto: Czarek-Sokolowski, AP

Chi è Paola Di Marzo

Nata nel 1989 in Sicilia, ha conseguito la Laurea Magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso la Facoltà "R. Ruffilli" di Forlì. Si è appassionata alla Polonia dopo un soggiorno di studio a Varsavia ma guarda con interesse all'intera area del Visegrád. Per East Journal scrive di argomenti polacchi.

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