SERBIA: Le “Donne in Nero”, venticinque anni di resistenza contro il nazionalismo

Sono passati venticinque anni dalla nascita delle Donne in Nero (Žene u crnom), l’organizzazione femminista e antimilitarista di Belgrado, che dall’inizio della guerra in Jugoslavia a oggi ha continuato a rappresentare una delle voci più forti della società civile serba. Questo importante anniversario è l’occasione per ricordare il percorso e gli obiettivi di un gruppo che, in uno dei periodi più bui della storia contemporanea, ha scelto di schierarsi apertamente a favore della pace.

Chi sono le Donne in Nero

Le Donne in Nero organizzano la loro prima protesta nell’ottobre del 1991 nel centro di Belgrado, qualche mese dopo l’inizio della guerra in Croazia. L’obiettivo è, da una parte, quello di sfidare pubblicamente Slobodan Milošević, dimostrando l’esistenza di un’opposizione civile alle sue politiche di odio, discriminazione e violenza e, dall’altra, di creare una rete locale e internazionale pronta a battersi per la pace e per il sostegno delle zone colpite dalla guerra. Per anni le attiviste si sono riunite settimanalmente nella piazza centrale di Belgrado, hanno offerto il loro supporto ai numerosi rifugiati presenti in territorio serbo e contemporaneamente hanno organizzato attività educative in diverse zone della Serbia. Giorno dopo giorno hanno reso visibile la loro resistenza al nazionalismo, dimostrando coraggio e determinazione, sopportando intimidazioni e violenze.

La fine della guerra

Dalla fine della guerra, le Donne in Nero si sono coordinate con altre associazioni per fornire sostengo psicologico e materiale alle persone coinvolte nel conflitto, prime tra tutte le donne colpite da violenza. L’organizzazione ha inoltre intrapreso un lungo percorso volto a promuovere la riconciliazione, chiedendo a gran voce alle autorità di Belgrado di riconoscere i crimini commessi dalla Serbia durante gli anni del conflitto.

Tra questi crimini, il simbolo rimane il massacro di Srebrenica: da anni le Donne in Nero  si battono per il riconoscimento da parte della Serbia del genocidio avvenuto nel luglio 1995 e per l’istituzione di una giornata del ricordo, passi fondamentali per la costruzione di una memoria storica condivisa che includa sia le vittime che i sopravvissuti. La base di queste rivendicazioni poggia sulla convinzione che senza un riconoscimento dei crimini e un’ammissione di responsabilità da parte dei colpevoli nessun senso di giustizia potrà mai veramente radicarsi in quelle aree che più sono state colpite dalla guerra.

Venticinque anni dopo

Oggi le Donne in Nero continuano a battersi per il raggiungimento di una giustizia condivisa e accettata che superi le polarizzazioni nazionaliste. In questo senso, il principale successo che l’organizzazione ha ottenuto, in collaborazione con decine di altre associazioni provenienti da tutto il territorio dell’ex Jugoslavia, è stata la creazione di un Tribunale delle Donne, riunitosi a Sarajevo nel maggio del 2015. La preparazione di questo evento, un catartico processo di testimonianza collettiva, ha portato al decisivo riconoscimento delle violenze avvenute durante e dopo la guerra, evidenziando l’impatto che questi traumi continuano ad avere sulla vita di migliaia di donne di ogni nazionalità.

A vent’anni dalla fine del conflitto, le battaglie delle Donne in Nero sono ancora attuali: testimoniano quanta strada sia ancora necessario percorrere per arrivare a una reale riconciliazione in ex Jugoslavia e, contemporaneamente, raccontano una Serbia diversa, pronta a superare i fantasmi del passato.

Foto: Vesna Pavlović

Questo articolo è frutto della collaborazione con MAiA Mirees Alumni International Association. Le analisi dell’autrice sono pubblicate anche su PECOB, Università di Bologna.

Chi è Silvia Trevisani

Nata nel nord-est italiano, vive e lavora tra Zagabria e Copenaghen. Possiede una laurea triennale in Studi Internazionali (Università di Trento) e una magistrale in Interdisciplinary research and studies on Eastern Europe (Università di Bologna). Appassionata di Balcani, interessata agli studi di genere e spaventata dai neofascismi, ne scrive per East Journal. Parla inglese, francese e, dopo una rakija, serbo-croato.

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