Sono stata ad Auschwitz

Nel film del 2015 The Eichmann show di Paul Andrew Williams, il regista Leo Hurwitz, chiamato a Gerusalemme per riprendere le varie fasi del processo ad Eichmann, una sera si trova su una terrazza che si affaccia sulla città vecchia. È insieme a uno dei suoi operatori. Nei giorni precedenti gli ha letto negli occhi un certo disagio, l’emergere repentino di emozioni destabilizzanti e dolorose mentre riprende Eichmann e i testimoni.

Nella calma notte di Gerusalemme il regista chiede al suo collaboratore: “Sei stato ad Auschwitz?” e lui risponde di sì.

È un attimo, una rivelazione sconvolgente, ma che a me suona vagamente straniante. Succede in modo automatico e irriverente, ma io quella domanda e quella risposta le ho già sentite almeno cento volte. “Sei stato ad Auschwitz?”. “Sì, l’anno scorso con la scuola”. “Sono stata con i miei allievi, ma quest’estate ci porto la famiglia”. “Non ancora, ma devo assolutamente andarci”.

È un abisso incolmabile quello tra l’esserci stati come deportati e l’andarci oggi come visitatori. Eppure Auschwitz sembra ormai diventato un must per insegnanti, studenti lodevoli o meno, turisti e viaggiatori. E di questo si sono accorti da tempo operatori turistici in loco, Cracovia e dintorni, ma anche di altre zone e stranieri, che offrono “gite” con guide e tour tutto compreso. Non tutte le proposte sono approssimative, molte sono culturalmente e storicamente valide, ma lascia perplessi la trasformazione del luogo in meta turistica per masse di persone, non tutte con le migliori intenzioni. In mezzo a loro non mancano coloro che vogliono mettere la bandierina sulla cartina: Auschwitz come la Tour Eiffel. Ho visto con i miei occhi un motociclista arrivare con la propria moto all’ingresso di Birkenau, metterla in posa e scattarle una foto ricordo. Un urticante panorama di contorno, che pur non racchiudendo la totalità dei visitatori, influenza notevolmente la percezione del luogo e di quello che rappresenta.

Infatti ad Auschwitz si va anche per portare un silenzioso pensiero, una preghiera o un ricordo, per chi ne possiede, per gridare un silenzioso lamento di orrore, ma anche per motivi di ricerca storica e di aggiornamento professionale.

Perché ci vado io? Non lo so esattamente, ma so che è venuto il tempo e che ci voglio andare.  Pertanto mi appresto a mettere in moto tutte le procedure necessarie. Due mesi prima prenoto online i biglietti per la visita individuale, rileggo testimonianze e studio cartine. Con mia figlia grande non è difficile trovare il nostro spirito guida: sarà Primo Levi. In maggio è stata con la scuola a Fossoli, ciascuna di noi, per conto proprio, rileggerà i suoi libri. Con la piccola ho qualche perplessità in più: portarla o no? Ha solo undici anni e tutti sconsigliano la visita a bambini così piccoli, ma siamo già stati in altri campi, conosce parte della storia contemporanea per via delle chiacchiere moleste della mamma e, se proprio dovesse essere troppo per lei, starà in disparte con il papà.

Intanto, però, fissiamo le regole: dentro il campo non si mangia né si beve, solo un goccio d’acqua che però non risulterà necessario a nessuna delle due, non si sbircia il cellulare, non si va vestiti a righe né di giallo. Queste ultime due regole sono più che altro scrupoli miei, ma le ragazze non hanno nulla da obiettare.

Qualche giorno prima della data prefissata mi sento vagamente a disagio, un po’ come quando si deve andare dal medico per una visita dolorosa: si vorrebbe evitare, ma si sa che non è più possibile. Allora mi concentro su due amici, ciascuno con un legame intimo e personale con Auschwitz, ai quali ho promesso di portare un pensiero, una preghiera in quel luogo che mai avrebbe dovuto esistere, cimitero infinito e macchina di sterminio.

La mattina della visita siamo tutti pronti molto presto, il nostro appuntamento è per le 9 e da Cracovia occorre almeno un’ora di auto. Il traffico di un mattino lavorativo a dispetto dell’estate ancora piena sposta la mia ansia per la visita sulla concreta paura di non arrivare in tempo. E la paura di essere in ritardo ci fa anche sbagliare strada. Solo un attimo di distrazione e siamo nel mezzo della pianura polacca, ancora una curva ed ecco davanti a noi quell’edificio visto in milioni di fotografie e in decine di ricostruzioni cinematografiche.

“No!”. Per un attimo vorrei fuggire, non ci voglio andare ad Auschwitz II, a Birkenau. Per fortuna per ora l’appuntamento è rimandato, la visita inizia ad Auschwitz I. Il custode ci indica la strada, quei noti tre chilometri che separano i due campi, e ci muoviamo.

All’arrivo, molto ben indicato tra l’altro, mi accoglie la confusione tipica del turismo di massa: cerca il parcheggio, paga il biglietto per tutto il giorno, mostra la mail, ritira i tagliandi d’ingresso, fatti strada fra i gruppi che inseguono guide con ombrelli innalzati al cielo in una Babele di lingue, posa lo zaino che è grosso, passa i controlli, entra nell’atrio, lo prendi un caffè? e le patatine che dentro non possiamo mangiare?

Tutto è un tale caos che quasi mi viene da benedirlo. Per un attimo ho dimenticato dove sono e ho accantonato quella opprimente ansia da prestazione di visitatrice corretta e anche un po’ professionale.

Acquistiamo la mappa e ci proponiamo di non perdere nulla, anche se io esorto a non dimenticare che non siamo in un museo, ma in un luogo di dolore e sopraffazione, siamo qui per le vittime, perché il nostro ricordo argini in risibile parte l’oblio in cui i carnefici tentarono di affogare i morti.

Ci dividiamo, mia figlia grande prende sotto il braccio Se questo è un uomo. Credo sia giusto lasciarla andare da sola. Anche se non vedrà e non capirà tutto, avrà con sé lo spirito guida che si è scelta. La piccola si accoda al papà che saprà decodificare ciò che le potrà essere detto da ciò che andrà taciuto. Io seguo il percorso segnalato e cerco di muovermi con rigore scientifico, fotografo dove è concesso, soprattutto le didascalie per rileggerle con calma poi. Solo nella camera a gas non fotografo, ma forse neanche respiro, chiamo alla mente i miei due amici, mi salgono le lacrime agli occhi e di questo sono felice: ho reagito bene, mi dico. Come se ci fosse un modo giusto di reagire in una camera a gas, mi rispondo.

Dopo quasi due ore mi ricongiungo con mia figlia grande che è palesemente scontenta per non essere riuscita a trovare il blocco 30, dove fu recluso Primo Levi. “Ma stellina, Primo Levi era ad Auschwitz III, a Monowitz, non qui. Di quel campo ora non rimane più niente, c’è solo un monumento commemorativo”. Lei rimane un po’ spiazzata, ma non troppo. Grazie a questa imprecisione si ricorderà meglio della topografia dell’odio di Auschwitz, non farà gli errori dei superficiali che conoscono a metà, ma vantano il tutto. È questo che mi ripeto, mentre torniamo a Birkenau.

Qui, ora, sono stranamente più rilassata, è come se avessi già superato la prova più dura. Le ragazze affiancano le rotaie del treno e vorrebbero salirci sopra, camminandoci come su asse di equilibrio. Me lo chiedono, se possono, perché conoscono la gravità del luogo (Auschwitz non è un luogo sacro, perché non c’è nulla di sacro in un sistema di sterminio, ma è un luogo grave e gravoso). Non so dire di no, un po’ perché la loro estrema giovinezza urla di potersi sgravare da queste ore di compostezza e un po’ perché non credo che un soffio di vita possa offendere la vita offesa di settant’anni fa.

Ci separiamo di nuovo, perché so che sapranno comportarsi bene. Ancora un’ora di solitudine e pensieri, noto un gruppo consistente di ragazzi israeliani, che ho già visto prima nelle baracche con le lacrime agli occhi e lungo gli spazi immensi del campo in composto silenzio. Ora sono in religiosa preghiera. Appena fuori dal campo scaricano una serie infinita di scatoloni pieni di cibo e mangiano vigorosamente. Anche io ho fame, una fame primordiale, che mi spingerà poco dopo a divorare un dolce con la panna.

Non mi vergogno di questa mia esigenza insopprimibile, non mi vergogno di accogliere con sollievo la vista di un centro commerciale. Ho fame e poco dopo avrò sonno, un sonno pomeridiano strano e oscuro. Devo cancellare, rielaborare per poter riflettere con calma. Ma questo arriverà più avanti.

Pochi giorni dopo stiamo tornando verso casa alle due di notte. Silenzio, stanchezza, pensieri. A pochi chilometri da Torino, la mia città, compare, colorato e illuminato, quel traliccio dell’energia elettrica che conosco a memoria. A Settimo Torinese, di fronte alla fabbrica di vernici dove Primo Levi lavorò fino alla pensione, su un traliccio hanno inciso il numero che gli fu tatuato sulla pelle: 174517. Si vede benissimo passando in autostrada. Il nostro spirito guida ci sta riaccogliendo a casa.

“Elena, guarda!”.

Ma Elena sta dormendo.

 

Chi è Donatella Sasso

laureata in Filosofia con indirizzo storico presso l’Università di Torino. Dal 2007 svolge attività di ricerca e coordinamento culturale presso l’Istituto di studi storici Gaetano Salvemini di Torino. Iscritta dal 2011 all’ordine dei giornalisti. Nel 2014, insieme a Krystyna Jaworska, ha curato la mostra Solidarność nei documenti della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli di Milano. Alcune fra le sue ultime pubblicazioni sono La guerra in Bosnia in P. Barberis (a cura di), Il filo di Arianna (Mercurio 2009); Milena, la terribile ragazza di Praga (Effatà 2014); A fianco di Solidarność. L’attività di sostegno al sindacato polacco nel Nord Italia (1981-1989), «Quaderni della Fondazione Romana Marchesa J.S. Umiastowska», vol. XII, 2014.

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