Addio al regista iraniano Kiarostami. Niente più sapore di ciliegia

«Un’opera d’arte non esiste al di là della percezione del pubblico»: era uno dei mantra di Abbas Kiarostami, regista e poeta iraniano, spentosi il 4 luglio scorso a Parigi. Di certo, però, un’opera d’arte continua a vivere anche quando il suo creatore non c’è più. È quello che accade anche all’enorme eredità cinematografica e poetica del maestro iraniano.

«Se prendi un albero ben radicato nel terreno e lo trasferisci altrove l’albero non farà più frutti. E se anche li farà, non saranno buoni come nel luogo d’origine. È una legge della natura. Penso che se avessi lasciato il mio Paese, sarei come quell’albero». Questa era la frase con cui rispondeva alle frequenti domande sul perché non avesse mai lasciato l’Iran. Dopo la rivoluzione khomeinista del 1979, nonostante le limitazioni imposte dal regime degli ayatollah, si era dedicato al cinema. La sua produzione conta circa 40 film. Il sapore della ciliegia, film del 1997, gli valse la Palma d’oro a Cannes nello stesso anno: è stato l’unico iraniano a vantare un premio così prestigioso.

Nel 2005, dopo l’ascesa di Mahmoud Ahmadinejad, decise, però, di proseguire la sua attività artistica all’estero: la sua opposizione al regime ultra-conservatore di Ahmadinejad era diventata d’intralcio alla sua produzione cinematografica. Nel 2012 presenta, infatti, a Cannes  Like someone in love, film ambientato a Tokyo. Due anni prima, era stato in concorso alla Croisette con Copia conforme, film ambientato in Toscana che era valso a Juliette Binoche il premio come migliore attrice.

Il talento di Kiarostami era un mosaico di silenzi e pause eloquenti; il suo era un cinema contrassegnato dall’intensità della poesia, più che dal realismo cui veniva associato. La censura aveva reso il suo linguaggio ermetico, allegorico; e i bambini suoi interpreti d’elezione. I suoi film sono ricchi di piccoli antieroi e personaggi introspettivi: ha raccontato, così, la loro innocenza stimolando lo spettatore a ritrovare dentro di sé, dimensioni profonde. Contrariamente a Jafar Panahialtro celebre cineasta persiano – nel suo cinema non si è occupato direttamente del regime iraniano.

Questo non vuol dire che abbia eluso la politica. Anzi. In Ten (2002), film apparentemente minimalista, mostra le inaccettabili condizioni di vita femminili: mettendo due telecamere fisse in una macchina guidata da una donna, raccoglie le testimonianze di maltrattamenti e violenze subite. Già l’immagine di una donna al volante – espediente narrativo coraggioso – è una palese dichiarazione di ‘guerra di genere’.

Con la sua ironia e, al tempo stesso, un’insistita lentezza, il cinema di Kiarostami è tutto fuorché rassicurante: il più delle volte mette in discussione le certezze degli astanti. Come accade nel documentario che girò sugli orfani nell’Uganda dell’Aids, mettendo alla sbarra le buone ragioni degli occidentali bianchi disposti all’adozione.

Non solo film per il cineasta iraniano: Kiarostami si è confermato valente poeta con la sua seconda raccolta di versi, simili agli haiku: Un lupo in agguato. Ma già con la prima pubblicazione, Con il vento, aveva mostrato quanto fitta fosse la relazione tra composizione di versi e mestiere registico: la sua era un’attitudine tutta personale alla rappresentazione d’immagini.

«Dal gracidare delle rane/misuro/la profondità dello stagno». La sua è stata definita una poetica delle piccole cose; i temi dell’amore, della natura, delle passioni umane più o meno violente si ritrovano nella tradizione persiana del ghazal, scritti in versi liberi, con brevità e semplicità. Chi apprezza il Kiarostami regista non può non notare nelle diverse forme d’arte praticate dal maestro, la lotta tra tradizione e modernità e la tendenza a partire da un soggetto particolare per giungere alla formulazione di un principio universale. Di certo, anche l’occhio meno avvezzo alle sottigliezze stilistiche, noterebbe nella produzione di Kiarostami una precisione scultorea, una visione filosofica e un romanticismo poetico. Ma, nascosto sotto il suo tono calmo e meditativo, si coglie il coraggioso filo del dissenso verso la dittatura, in quel mondo reale – lontano dalle poesie – in cui era costretto a vivere. Ora non lo è più.

Chi è Francesca del Vecchio

Classe 1987, laureata in Lingue e Letterature Straniere e in Studi Arabo-Islamici, con una tesi sull’Islam Politico in Iran. Vive a Milano (ma è nata a Benevento) dove “prova” a fare la giornalista. Collabora per alcune testate come Il Manifesto, Prima Comunicazione e D di Repubblica. Per East Journal si occupa di Medio Oriente, in particolare di Iran.

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