EURO 2016: Russia, il limite di stranieri all’origine della disfatta?

«Ci sono due domande sulla Russia. Primo, perché non sono più forti? E secondo, perché non sono più felici?». Così scriveva Barney Ronay sul Guardian prima dell’1-1 contro l’Inghilterra a Euro 2016. Una partita che fornirà una buona parte delle risposte a quelle due questioni. La Russia ha pensato di proteggere e di valorizzare i propri giocatori a suon di restrizioni sull’ingaggio degli stranieri. Sono variate le formule, dal 10+15 (10 stranieri su 25 in rosa) al 7+4 (massimo di 7 stranieri nella formazione titolare in ogni partita), ma non il risultato. Dall’anno scorso, con gli emendamenti approvati alla legge “sull’educazione fisica e lo sport nella Federazione Russa”, la Prem’er-Liga è passata al 6+5: ogni squadra può schierare un massimo di sei stranieri nell’undici titolare. Una formula che l’Unione Europea ha bocciato, perché potenzialmente contraria alle normative e ai principi sulla libertà di circolazione, ma piaceva molto a Blatter. Un modello di cui si comincia a discutere, con allarmismo comunque fin troppo in anticipo sui tempi, a proposito di quel che sarà la Premier League inglese alla fine delle negoziazioni per la Brexit.

Perché piace a Blatter

Secondo l’ex presidente della FIFA, «acquistando sempre più stranieri le squadre hanno gradualmente perso la propria identità». Nel 2014-2015, scriveva sul settimanale della FIFA lo scorso agosto, in Premier League gli stranieri sono rimasti in campo per il 77,1% dei minuti totali, e nei cinque principali campionati europei solo in Ligue 1 la presenza dei calciatori nazionali ha superato il 50%. Nel Big 5, poi, i giocatori cresciuti nel vivaio del club di appartenenza hanno trovato spazio, complessivamente, solo per il 14,3%. «In Inghilterra se ne discute molto – scriveva – perché una certa protezione dei propri giocatori è necessaria per consentire alla nazionale di competere ai massimi livelli. L’ha compreso anche la Federazione Russa, che ha introdotto la regola del 6+5 in prima divisione per aiutare la Sbornaja a tornare competitiva in tempo per il Mondiale che ospiterà nel 2018».

Blatter era convinto che la formula avrebbe ridotto i costi di gestione delle squadre, stimolate a valorizzare di più i vivai, aumentato la qualità della nazionale e reso di nuovo più intensa l’identificazione dei tifosi con la propria squadra. L’idea, dunque, è di proteggere le nazionali e aumentare l’equilibrio competitivo dei campionati. Posizioni e giustificazioni che ricalcano molto da vicino la difesa della federazione belga nel procedimento sul caso Bosman.

Gli effetti della norma

Un po’ come accade per il fair play finanziario, anche l’introduzione della norma restrittiva sugli stranieri, che vorrebbe costituire un principio più egualitario e promuovere la competizione interna, finisce per tradursi nel suo esatto contrario. «Questa norma segna la fine dello sviluppo dei giocatori russi, distrugge la competitività – diceva André Villas-Boas, alla vigilia di quella che sarebbe diventata la sua ultima stagione sulla panchina dello Zenit – Quando hai dei limiti, il valore dei giocatori nazionali aumenta in maniera sproporzionata. E finiscono per accontentarsi, per adagiarsi, perché sanno di avere comunque il posto garantito». Non è un caso se negli ultimi dieci anni, solo una volta una squadra russa ha raggiunto gli ottavi di Champions League. In fondo, come spiegava Arséne Wenger al Daily Mail, è questione di scelta, di capire da che parte stare e verso quale futuro andare. «Possiamo proteggere i mediocri o cercare di produrre i gioatori migliori. Non è la prima volta che si cerca di imporre l’impiego di giocatori della propria nazione. In Jugoslavia avevano obbligato le squadre a portare almeno tre under-21. Che è successo? Sono diventati panchinari professionisti. Ci avevano provato anche in Francia a obbligare le squadre a schierare tre under-21 dall’inizio: ma li sostituivano dopo cinque minuti».

Leonid Sluc’kij, CT della nazionale e tecnico del CSKA Mosca, che insieme allo Zenit supporta le posizioni del presidente della lega Sergei Prijadkin, molto critico verso la scelta autarchica di Putin e del ministro dello sport Vitalij Mutko, ha visto da vicino la distanza fra la teoria e la realtà. «Il 6+5 non ha alcun effetto sulla nazionale – ha detto – I giocatori che sono scesi in campo per la Russia sarebbero stati convocati comunque, con o senza il limite agli stranieri».

Euro 2016, la Russia si è presentata con la seconda rosa più vecchia della manifestazione, con nove over-30 e 22 giocatori su 23 provenienti dal campionato nazionale (unica eccezione il difensore Roman Neustadter, nato a Dnipropetrovsk da padre russo-tedesco che aveva giocato per il Kazakistan negli anni ’90. Così non si fa molta strada, sostiene Igor Chugainov, cinque volte vincitore della coppa di Russia con 26 presenze in nazionale in carriera: «I giocatori che sono sicuri di avere un posto nella formazione titolare solo perché hanno la cittadinanza russa non faranno mai progressi. Sei come dentro un’incubatrice: giochi comunque, indipendentemente dai risultati, e guadagni anche un sacco di soldi. Ma così abbiamo creato una nazionale di calciatori ben nutriti che non passano il primo turno all’Europeo o al Mondiale». Per Dmitrij Khomukha, CT della nazionale under-19 vicecampione d’Europa, basata in gran parte sul gruppo che ha vinto il titolo under-17 due anni fa, «il 6+5 è una misura artificiale, ma necessaria nel breve periodo. È importante che non perdiamo questa generazione, se non vogliamo fallire al Mondiale 2018».

No limits

Le generazioni migliori, però, si valorizzano solo attraverso il confronto, l’apertura, e un sistema di base, un programma di calcio giovanile che al momento in Russia manca e andrebbe completamente rifondato. Non a caso, ai risultati incoraggianti delle nazionali under-17 e under-19, si accompagna una selezione under-21 che si è qualificata solo tre volte per l’Europeo dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica. La lezione che arriva da Euro 2016, poi, è chiarissima. Arriva dal Belgio, che ha eliminato le restrizioni introdotte qualche anno fa e ha trasformato la Jupiler League in uno dei campionati più interessanti d’Europa (vedere per credere il Gent che, alla prima partecipazione in Champions, si qualifica agli ottavi eliminando il Lione). Nasce così la Generazione d’Oro che ha portato le Furie Rosse dal 57° posto nel ranking FIFA del 2010 al secondo di oggi.

Arriva dalla Turchia, che ha allentato la regola sugli stranieri dalla stagione appena conclusa, portando il limite a 14 in rosa su 28 giocatori senza restrizioni sull’impiego nella formazione titolare. Nonostante la Süper Lig registri un’età media superiore ai 28 anni (più dei campionati del Big 5), la Turchia ha messo in mostra in Francia una delle nazionali dalle prospettive più interessanti per età media e qualità dei talenti in campo, nonostante la deludente eliminazione da Euro 2016. È la conferma più chiara di quanto lo stesso Sluc’kij sosteneva ad agosto al Kommersant: «Sono contro le restrizioni. Se la nazionale punta al massimo, allora i nostri giocatori devono competere con gli stessi avversari che incontrano agli Europei e ai Mondiali, alle stesse condizioni, senza alcun vantaggio».

Foto: Sbornaja Rossii po Futbolu (Facebook)

Chi è Alessandro Mastroluca

Alessandro Mastroluca scrive di sport da dieci anni. Collabora con Fanpage.it, Spazio Tennis e tennis.it. Segue per l'agenzia Edipress l'inserto settimanale sulla Serie B del Corriere dello Sport. È telecronista per Supertennis e autore di La valigia dello sport (Effepi), Il successo è un viaggio. Arthur Ashe, simbolo di libertà (Castelvecchi) e Denis Bergamini. Una storia sbagliata (Castelvecchi).

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