CALCIO: La Premier League ai tempi della Brexit

Che sarà della Premier League? Il futuro incerto del campionato più ricco del mondo dopo il voto che, seppur non vincolante, determinerà l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea e forse la fine del Regno Unito come lo conosciamo oggi, divide la federazione inglese e i club. «Ho sempre pensato che il calo costante di giocatori inglesi in Premier League fosse una vergogna -ha detto il presidente della Football Association, Greg Dyke – Se il voto dovesse portare a farlo aumentare, ben venga».

I club, al contrario, temono di avere meno possibilità di acquistare talenti emergenti. L’uscita dall’UE, scriveva prima del voto la baronessa Karren Brady, vicepresidente del West Ham, avrebbe «conseguenze devastanti per l’economia e la competitività del calcio inglese» che rischia di perdere «l’accesso al meglio del calcio europeo, mettendo così le nostre squadre in una posizione di inferiorità rispetto alle avversarie» nelle competizioni continentali.

L’apertura che ha costituito il principale punto di forza della Premier League, ha sottolineato il presidente Richard Scudamore, mal si combina con il voto favorevole all’uscita dall’Unione Europea. «Nessuno teme più di me quel che succederà nelle negoziazioni a Bruxelles in cui bisognerà trattare e cercare di organizzare le cose, nei termini della macchina europea, il più possibile nei nostri interessi». Sarà un processo molto complesso, senza certezze sull’esito e soprattutto senza precedenti cui rifarsi. «Per avere un’idea – scrive l’Economist – immaginate un divorzio richiesto unilateralmente da uno dei partner, i cui termini siano fissati unilateralmente dall’altro. Non sarà un processo armonico, né rapido, ed è probabile che il risultato non sia favorevole alla Gran Bretagna».

Ma cosa temono i club di Premier League? Da un lato, che l’aumento del costo della sterlina possa far salire le quotazioni dei giocatori e aumentare i costi dei trasferimenti e della gestione. «Se la moneta dovesse continuare a perdere valore, questo avrebbe un forte impatto negativo sul calciomercato – ha spiegato Simon Chadwick, professore di economia dello sport all’Università di Salford – Dovremmo aspettarci un’estate piuttosto cauta, finché i giocatori, gli agenti, i club, la lega non siano sicuri di quello che accadrà» ha concluso, sottolineando anche come vadano ridefiniti anche gli accordi dal punto di vista della tassazione sui redditi e sui premi. Dall’altra, di veder aumentare le restrizioni sui tesseramenti dei calciatori, soprattutto giovani.

Work permit e trasferimenti Bosman: cosa potrebbe cambiare

Oggi, infatti, i calciatori che provengono dalle nazioni appartenenti allo Spazio Economico Europeo possono liberamente circolare in Regno Unito. Gli altri, invece, hanno bisogno di un permesso di lavoro. L’anno scorso, la Football Association e il British Home Office hanno cambiato le norme per fare in modo da garantire i permessi solo agli extra-europei «già affermati ad altissimo livello, che possano dare un contributo significativo allo sviluppo del calcio» spiegava Dyke. Il sistema poggia sul ranking FIFA della nazione di provenienza, che non deve essere sotto il cinquantesimo posto, e sul numero di partite che il giocatore ha disputato in nazionale. Un giocatore di una nazione tra le prime dieci del ranking deve aver disputato almeno il 30% delle partite della sua nazionale negli ultimi 24 mesi, tra le posizioni dalla 11 alla 20 la percentuale sale al 45%, tra le posizioni dalla 21 alla 30 al 60% e dalla 31 alla 50 al 75%.

Chi non risponde ai criteri, perché non ha giocato abbastanza partite in nazionale o perché la sua nazione ha un ranking troppo basso, può rivolgersi all’Exceptions Panel. L’appello prevede un sistema a punti, che considera il valore del trasferimento e dell’ingaggio, e i minuti giocati nella squadra di club da cui proviene, sia in campionato che nelle coppe europee: se in questa prima fase, al giocatore vengono riconosciuti almeno 4 punti il Panel può richiedere l’approvazione della richiesta e la concessione del permesso. Ma la decisione non è automatica. C’è comunque la possibilità di un secondo esame, che si concentra maggiormente sul rendimento a livello di club negli ultimi 12 mesi, e un eventuale terzo in cui possono essere presi in considerazione fattori che non dipendono dalla federazione o dal giocatore (un lungo infortunio o una squalifica che abbiano impedito, per esempio, al calciatore di scendere in campo con continuità).

Se queste norme fossero state applicate l’estate scorsa, due terzi dei calciatori europei oggi in Premier League, compresi Anthony Martial (Manchester United) e Dimitri Payet (West Ham), salvatore della Francia nel girone di Euro 2016, con ogni probabilità non avrebbero ottenuto il permesso. Ma è davvero ipotizzabile che la Premier League, la federcalcio e il British Home Office decidano di mantenere lo status quo e semplicemente applicare queste regole ai giocatori che arriveranno dai paesi membri dell’Unione Europea, al termine delle negoziazioni? Decisamente no.

Innanzitutto, il Regno Unito potrebbe comunque decidere di rimanere nello Spazio Economico Europeo (EEA) oppure, come la Svizzera, di avviare una serie di accordi bilaterali per mantenere inalterata la libertà di movimento a chi arriva dalla UE. Tuttavia, anche nel caso in cui il nuovo governo decida di non beneficiare dei vantaggi commerciali dell’EEA, «non c’è ragione di pensare che non potremo più ingaggiare le migliori stelle d’Europa se vogliono venire» ha detto Dyke. La Premier League, che con 103 giocatori su 552 è il campionato più rappresentato all’Europeo, ha creato un’immagine cosmopolita alla base del suo successo. Sono le grandi stelle che hanno fatto alzare il valore del brand nel mondo e garantito 7 miliardi di soli diritti tv dalle tv inglesi per il triennio 2016-2019.

Poco dovrebbe cambiare, invece, per quanto riguarda i trasferimenti a parametro zero a fine contratto, introdotti dopo la sentenza Bosman, la decisione della Corte Europea nel rispetto della libertà di movimento all’interno dell’UE. «La norma europea potrebbe applicarsi ancora se ci fosse un impatto considerevole per uno stato membro dell’Unione», ad esempio nel passaggio di un giocatore da uno dei 27 Paesi UE all’Inghilterra o viceversa, ha scritto l’avvocato Daniel Geey, specializzato nella disciplina dei contratti sportivi. Ed è comunque improbabile, conclude,che «la FA, la Premier League o il governo vogliano imporre ulteriori restrizioni al libero movimento dei propri cittadini o di lavoratori impiegati nel Regno Unito per ostacolarne il passaggio da una squadra all’altra alla scadenza del contratto».

Homegrown players, l’incognita dei vivai

L’impatto maggiore, però, potrebbe riguardare i cosiddetti homegrown players, i giocatori cresciuti nel vivaio. Nella lista dei 25 calciatori che ogni squadra di Premier League può registrare per il campionato (da cui sono esclusi gli under 21 che possono giocare liberamente) almeno otto devono essere stati “tesserati per un club della Football Association o della Football Association del Galles per un periodo, anche non continuativo, di 36 mesi prima del compimento dei 21 anni”. La Premier League ha considerato homegrown anche calciatori provenienti da nazioni appartenenti all’UE, come Cesc Fàbregas (Chelsea). L’altra grande questione riguarda l’applicabilità dell’articolo 19 del regolamento FIFA, che limita i trasferimenti a giocatori che abbiano compiuto 18 anni ma consente l’acquisto di calciatori under 16 purché provengano da una delle nazioni dello Spazio Economico Europeo. Un’eccezione che ha permesso al Manchester United, per esempio, di assicurarsi le stelline Adnan Januzaj e Timothy Fosu-Mensah. Senza la possibilità di ricorrere all’articolo 19, per le squadre britanniche potrebbe essere più difficile individuare gli otto giocatori vincolati da inserire nelle liste per le competizioni UEFA (almeno quattro devono avere all’attivo almeno tre anni nel vivaio della squadra, fino a quattro possono aver disputato almeno tre stagioni nel vivaio di un altro club della stessa nazione).

Ma c’è ancora un ultimo aspetto da considerare. «Se le norme europee cessassero di essere applicate nel Regno Unito – ha sottolineato Paul Shapiro, socio dello studio legale Charles Russell Speechlys – gli organizzatori potrebbero riuscire a restringere il numero di stranieri da poter impiegare in partita». La regola 6+5, ancora in vigore nella Premier League russa, ma cancellata nel campionato turco, ha dimostrato la sua inefficacia nel promuovere i talenti e creare nazionali di maggior valore. Lo sport inglese, comunque, ha già sperimentato forme di restrizione nel cricket e nel rugby. Qui, la Premiership impone alle squadre di utilizzare al massimo due giocatori “stranieri”, in cui non rientrano però gli atleti che arrivano da Paesi UE o da nazioni come il Sudafrica, lo Zimbabwe e diverse isole d’Oceania (come Fiji, Samoa e Tonga) che hanno firmato gli accordi Kolpak: all’interno dell’UE, i cittadini di queste nazioni godono della stessa libertà di movimento di chi vive nei paesi membri. L’eccezione varrà ancora?

«Se davvero imporremo restrizioni alla libertà di movimento degli atleti – ha concluso Chadwick – i club dovranno cercare talento da qualche altra parte. Ma molte squadre hanno ridimensionato le squadre riserve, ricostruire il sistema sportivo comporterà costi elevati. I giocatori inglesi potranno avere più chance di mostrarsi in prima squadra. Ma allo stesso tempo non avranno più il confronto con i migliori d’Europa, e le loro qualità ne potrebbero risentire».

Foto: Márcio Cabral de Moura (Flickr)

Chi è Alessandro Mastroluca

Alessandro Mastroluca scrive di sport da dieci anni. Collabora con Fanpage.it, Spazio Tennis e tennis.it. Segue per l'agenzia Edipress l'inserto settimanale sulla Serie B del Corriere dello Sport. È telecronista per Supertennis e autore di La valigia dello sport (Effepi), Il successo è un viaggio. Arthur Ashe, simbolo di libertà (Castelvecchi) e Denis Bergamini. Una storia sbagliata (Castelvecchi).

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