NATO e Turchia, un matrimonio d’interesse ma non d’amore

Ai tempi della Guerra Fredda si diceva che la NATO serviva per “tenere gli americani dentro, i russi fuori e i tedeschi sotto”. Terminata nel 1991 la minaccia sovietica, l’Alleanza Atlantica ha subito profonde trasformazioni. Tra il 1999 e il 2004 si è ampliata a est e, dal 2001, si è impegnata in un lungo intervento fuori area come l’Afghanistan. L’intervento in Libia nel 2011, e la reazione all’annessione russa della Crimea nel 2014, sono invece stati i sintomi di un cambio di scenario. Infatti oggi le minacce sono di nuovo la Russia e l’instabilità in Medio Oriente e Nord Africa.

Dunque non è un caso che l’8 e 9 luglio il prossimo summit dei 28 paesi NATO si tenga proprio sul “confine orientale”, a Varsavia. Ufficialmente, i leader dell’Alleanza Atlantica discuteranno di tre temi: rafforzare la difesa collettiva e la deterrenza, proiettare stabilità al di là dei confini dei paesi NATO e, infine, espandere la cooperazione con l’Unione Europea. In realtà, impegnata contemporaneamente su due fronti, l’Alleanza si ritrova come un Giano Bifronte, con paesi Baltici, Norvegia e Polonia che allarmati guardano a est, mentre i paesi mediterranei come Italia, Francia, Spagna guardano preoccupati verso sud. E se c’è un perno geopolitico, cerniera per questi due fronti, è proprio la Turchia.

Ankara entrò a far parte dell’Alleanza nel 1952, e per una ben specifica ragione geopolitica: contrastare la minaccia sovietica. Infatti, dal 1568 in poi, Russia e Turchia sono state in guerra per circa 12 volte. Peraltro, già durante la guerra di Crimea nel 1854 e il primo conflitto mondiale, la Turchia aveva cercato protezione anti-russa alleandosi con potenze europee. L’insostituibile posizione strategica a cavallo di Europa e Medio Oriente, il controllo del Bosforo, il costituire uno snodo vitale per l’approvvigionamento di petrolio e gas europeo, le consistenti forze armate, la storica inimicizia con la Russia e, infine, 64 anni di appartenenza all’Alleanza hanno fatto della Turchia un bastione anti russo nonché uno dei pilastri della NATO.

Peraltro, con la Crimea nuovamente sede della flotta russa e la sopravvivenza del regime di Assad, con la sua disponibilità ad offrire basi militari come Tartus e Latakia, Ankara si sente accerchiata e si ritrova ad aver disperato bisogno dell’Alleanza Atlantica. In altri termini, potendo giocare sia la partita antirussa che mediorientale, oggi la Turchia costituisce un irrinunciabile alleato per l’Alleanza Atlantica; ad oggi il legame con la NATO non è stato scalfito nè dall’ascesa autocratica nazional-islamista di Erdogan, con le sue equivoche relazioni coi movimenti islamisti in Siria, e neppure dal fatto che i movimenti curdi siano considerati dagli USA come terroristi in Turchia e alleati in Siria.

Questa ambiguità di fondo è dovuta al fatto che la Turchia è entrata nella NATO per concreti motivi di difesa, e non per sposare i valori occidentali. Non a caso questo secondo livello di integrazione, incarnato dal processo di ingresso nell’UE, è fermo da tempo. In altri termini, contrariamente a quanto si possa pensare, essere membro della NATO non richiede una adesione ai valori occidentali, né significa poter entrare nel “club europeo”. Un conto è un’alleanza militare, un conto è una condivisione culturale. Dunque, tanto NATO e Turchia han bisogno l’uno dell’altro, tanto UE e Ankara sono ormai su rotte divergenti.

E’ comunque un’illusione sperare che la NATO abbandoni il suo approccio pragmatico dettato da esigenze di realpolitik e si sostituisca al ruolo idealista dell’UE di promozione di democrazia e stato di diritto. Senonché, gran parte dei paesi della NATO sono anche nell’Unione Europea e quest’ultima ha un pressante bisogno della cooperazione turca su temi pratici come l’immigrazione e la lotta al Da‘esh. Ciò forse spiega perchè il terzo tema del summit di Varsavia è proprio quello di un rafforzamento della cooperazione fra l’Alleanza Atlantica e l’Unione Europea.

Chi è Giovanni Parigi

Classe 1968, è professore a contratto di Cultura Araba presso il Dipartimento di Scienze della Mediazione Linguistica e Culturale, Università Statale di Milano. Sempre a Milano, ha conseguito un Dottorato di Ricerca sui rapporti tra Stato e tribalismo in Medio Oriente, presso l’Università Cattolica. Nell’ambito della cooperazione internazionale ha lavorato per il Ministero degli Esteri in Iraq, ed è stato “casco blu” in Libano.

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