Ucraina, Georgia e Kosovo: a che punto siamo con la liberalizzazione dei visti Schengen?

C’è chi aspetta dal 2008, chi da qualche anno più tardi, ma la liberalizzazione dei visti Schengen per i cittadini di Ucraina, Kosovo e Georgia, rigorosamente in ordine di richiesta, sta assumendo sempre più tratti tragicomici. L’Unione Europea, che con la Commissione aveva dato via libera per Ucraina e Georgia lo scorso dicembre (ne avevamo scritto qui), e successivamente aveva espresso stesso parere per il Kosovo, sembra ora fare marcia indietro.

Liberalizzazione dei visti Schengen: cos’ è?

Non è nulla di nuovo: i cittadini di alcuni Stati – nemmeno poi così pochi – non sono obbligati a richiedere il visto d’ingresso nell’area Schengen (quindi l’Unione Europea, con eccezione di Regno Unito, Irlanda e Cipro, e con l’aggiunta di Norvegia, Islanda, Svizzera e Liechtenstein) per soggiorni non superiori a 90 giorni su un periodo di 180 giorni, eccezion fatta per chi vi si rechi per lavorarci. L’unico requisito eventualmente necessario per i cittadini di Ucraina, Kosovo e Georgia, oltre all’eventuale dimostrazione dei mezzi di sussistenza, sarebbe il possesso di un passaporto biometrico, dei quali, stando alla Commissione Europea, ne sono stati rilasciati complessivamente circa due milioni all’interno dei tre Stati.

Ucraina, Kosovo e Georgia: le singole situazioni

Per quanto ormai la sorte dei tre Paesi, per quanto concerne la liberalizzazione, sembri unica, la strada è stata varia e più o meno complessa.  Per l’Ucraina la discussione è iniziata nel lontano ottobre 2008, che ha dato il via all’Action Plan on Visa Liberalisation, terminato con la pubblicazione nel dicembre 2015 del final report. La Commissione ha quindi proposto, il 20 aprile 2016, il regime visa-free per i cittadini ucraini. Un percorso tortuoso, tra richieste della Commissione e molta lentezza da parte del governo ucraino nel dare risposte forti ed efficaci, soprattutto in materia di corruzione. Inoltre l’Ucraina ha una popolazione numerosa, superiore ai 40 milioni, quindi l’immigrazione da quel paese risulta potenzialmente più rischiosa. La decisione, tuttavia, di proporre la liberalizzazione è sembrato un “atto dovuto” a seguito del coinvolgimento europeo negli eventi che diedero il via agli scontri di Kiev culminati con la fuga dell’ex presidente Yanukovich.

Per il Kosovo il percorso è iniziato nel gennaio 2012 e pur essendo il Paese più indietro dei tre, la Commissione ha dato il via libera il 4 maggio scorso. In questo caso si presenta un ulteriore dubbio: l’indipendenza kosovara non è riconosciuta da cinque paesi membri, ovvero Grecia, Romania, Cipro, Slovacchia e Spagna, l’ultima dei quali non riconosce neanche la validità dei documenti rilasciati dal Kosovo… paradossale.

La Georgia è il Paese che ha fatto più sforzi ed ha seguito meglio le indicazioni di Bruxelles. Il suo percorso è iniziato nel giugno 2012 e la Commissione le ha dato il via libera il 9 marzo scorso. I dubbi, in questo caso, sono stati la causa contingente sollevata dalla Germania per rallentare, ancora una volta, il processo: a Berlino farebbero paura le bande criminali georgiane che potrebbero liberamente entrare sul territorio tedesco, in caso di liberalizzazione, dando appoggio a quelle già presenti.

Nel ragionamento si potrebbe includere anche la Turchia che, in cambio della gestione dei migranti, aveva chiesto, oltre a soldi, anche la liberalizzazione dei visti per i suoi cittadini. Tuttavia mercoledì 15 giugno la Commissione, nell’esaminare la questione, ha chiaramente detto che il Paese di Ataturk non rispetta i criteri in materia di gestione dei confini e di rispetto dei diritti umani, ed ha rimandato la questione a settembre.

A quando la liberalizzazione definitiva?

Avuto ormai l’ok della Commissione, serve l’ok del Consiglio Europeo e del Parlamento. Martin Schulz, il Presidente dell’Europarlamento, ha già fatto capire che i problemi non li solleverà di certo l’istituzione che presiede. Ben diverso invece l’atteggiamento del Consiglio Europeo, cioè i rappresentanti dei governi dei singoli Stati membri, che non sembrano molto convinti e che dovranno decidere a maggioranza qualificata. Germania, Francia e Italia hanno chiesto un approfondimento, non mettendo in dubbio la concessione della liberalizzazione, quanto chiedendo degli interventi correttivi, che permettano, qualora si verifichino effetti migratori particolari, di sospendere il regime privilegiato.

Il Consiglio UE “Giustizia e Affari Interni” del 10 giugno non ha dato risposte, né verranno date nei prossimi giorni: a questo punto con molta probabilità tutto slitterà a dopo l’estate, ma prima delle elezioni di ottobre in Georgia, almeno questo farebbe pensare il buon senso.

Si inseriscono poi i ragionamenti connessi alla Brexit e alla richiesta di liberalizzazione dei visti della Turchia: Se il referendum dovesse davvero sancire l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione, il regime visa-free resterebbe all’ordine del giorno, con tutti i cocci che l’Unione si ritroverebbe a dover raccogliere? E qualora l’Europa non fosse disposta a riconoscere alla Turchia la facilitazione sui visti, la stessa misura per Ucraina, Kosovo e Georgia non potrebbe essere sacrificata sull’altare della ragion politica? Ancora tanti interrogativi ai quali in settembre si avrà una risposta. Forse.

Chi è Pietro Rizzi

Dottorando in Relazioni Industriali presso l’Università degli Studi di Bergamo, collabora con l’OSCE/ODIHR come osservatore elettorale durante le missioni di monitoraggio in Est Europa. Redattore per East Journal, dove si occupa di Ucraina, Est Europa e Caucaso in generale. In passato è stato redattore ed art director del periodico LiberaMente, e si è a lungo occupato di politica come assistente parlamentare e consulente giuridico per comitati referendari. Ha risieduto, per lavoro e ricerca, a Kiev e Tbilisi.

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