CALCIO: Campionato ucraino. Trionfo Dinamo e strascichi di Maidan

Domenica 1 maggio si è disputato il “derby d’Ucraina” tra lo Shakhtar Donetsk e la Dinamo Kiev. La partita è stata giocata a Leopoli, città dell’Ucraina occidentale che dal maggio 2014 ospita le partite interne dello Shakhtar, stante la situazione di guerra e di forte tensione che attanaglia l’area del Donbas, contesa dal governo nazionale ucraino e dai separatisti filo-russi. Una gara segnata dal litigio che ha coinvolto due giocatori della nazionale: Andryj Jarmolenko della Dinamo è stato infatti espulso per aver sgambettato il rivale Taras Stepanenko, un gesto che potrebbe ora avere ripercussioni sulla squadra ucraina, alla vigilia dell’Europeo.

Lo Shakhtar ha prevalso per 3-0, ma il risultato contava poco per la classifica: la Dinamo aveva infatti già vinto il campionato ucraino il 24 aprile scorso grazie alla vittoria per 1-0 (rete del brasiliano Moraes) sul Vorskla Poltava. Nello stesso turno, il giorno precedente, lo Shakhtar di Mircea Lucescu aveva soltanto pareggiato sul campo del Chernomorets Odessa. Un passo falso probabilmente causato anche dalle distrazioni indotte dall’avventura europea tuttora in corso: proprio oggi in terra andalusa si gioca il ritorno della semifinale di Europa League tra Siviglia e Shakhtar. Per raggiungere la finale, la squadra di Donetsk deve ribaltare un penalizzante 2-2 casalingo: l’impresa è ardua ma possibile.

Per la Dinamo la sicurezza aritmetica del titolo è stata raggiunta anche grazie alla certezza della futura attribuzione di tre punti “a tavolino” per l’incontro che era previsto per la penultima giornata di campionato contro il Metalurg Zaporižžja, e che non si disputerà. Il difficile periodo che sta attraversando il paese ha infatti stravolto l’intero assetto del calcio ucraino. Già nel 2014, a seguito dell’annessione di fatto della Crimea alla Russia, le squadre crimeane (FC Sebastopoli e Tavrija Simferopoli, quest’ultima vincitrice del primo campionato ucraino nel 1992) partecipanti al campionato ucraino 2013/14 avevano abbandonato il campionato per trasferirsi, non prima di aver cambiato nome, nella terza divisione russa. Scelta, quest’ultima, non gradita alla UEFA, che ha sanzionato le due nuove società e creato nel 2015 una lega di otto squadre interna alla Crimea.

Non solo: negli ultimi anni alcuni club sono falliti. Dapprima, a fine 2013, l’Arsenal Kiev, icona proletaria di una tifoseria “rossa” e antifascista che è minoritaria nella capitale d’Ucraina: ora l’Arsenal partecipa all’ultima divisione professionistica, equivalente alla terza serie italiana. Quindi è toccato al Metalurg Donetsk, sostituito nel 2015 dallo Stal Dniprodzeržyns’k. Infine, la medesima sorte ha riguardato il Metalurg di Zaporižžja, città nota più per l’architettura gotico-stalinista e per i legami con la storia cosacca che per il calcio. Nel gennaio 2016 il Metalurg Zaporižžja è fallito: da allora tutte le squadre che lo dovevano ancora affrontare beneficiano della vittoria a tavolino.

Altri club sono ancora costretti a giocare lontano dalla propria città: non soltanto lo Shakhtar, ma anche l’Olimpik Donetsk, che scende in campo a Kiev, e lo Zorja di Luhansk (città dell’estremo est, una sorta di ultimo scampolo di Unione Sovietica) che si alterna tra Zaporižžja e Kiev, dove ha affrontato nell’agosto 2015 il Legia Varsavia nei preliminari di Europa League: in tale occasione si sono verificati scontri tra tifosi polacchi e della Dinamo Kiev. Anche il Dnipro Dnipropetrovsk ha giocato a Kiev gli incontri dell’Europa League 2014/15, ospitando tra gli altri Inter, Napoli e Saint-Étienne (i cui tifosi furono aggrediti da ultras ucraini lungo la via Chreščatyk, arteria principale della vita della capitale).

Quella appena ottenuta è la seconda vittoria consecutiva in campionato della Dinamo (che, primatista in entrambi i casi, vanta 13 titoli sovietici e 15 titoli ucraini) dopo il deludente quarto posto della stagione 2013/14, nel corso della quale Kiev fu teatro della rivoluzione di Maidan tra dicembre 2013 e febbraio 2014. Erano i giorni delle proteste di centinaia di migliaia di ucraini contro il governo filorusso di Janukovyč; delle barricate del Maidan Nezalezhnosti (piazza dell’Indipendenza), cuore e simbolo della “Kiev bianca” già narrata da Bulgakov; degli scontri con la polizia e degli spari dei cecchini, su cui ancora deve farsi piena luce; dei cento morti il cui sangue è valso la fuga del presidente reietto e la caduta del governo d’allora. Erano i giorni di una rivoluzione dalle dinamiche ottocentesche, di metri conquistati, di palazzi occupati, di caschi bastoni e scudi, di medicamenti per strada, di battaglie trasversali al cittadino comune e alle fazioni più estremiste, Pravy Sektor in testa.

Nelle prime linee dei rivoluzionari c’erano pure loro, gli ultrà della Dinamo, insieme alla quasi totalità dei gruppi ultrà del paese: anche le tifoserie delle squadre dell’estremo est presero infatti le parti della protesta anti-governativa. Poche settimane dopo l’insurrezione di Maidan i gruppi ultrà ucraini hanno quindi siglato un codice comportamentale di non belligeranza, suggellando tale accordo in una pirotecnica manifestazione unitaria celebrata sul ponte pedonale Parkovy di Kiev con un’imponente torciata.

Oggi Kiev è ancora segnata dalle cicatrici della rivoluzione. Ma i tifosi della Dinamo hanno voglia di far festa. E di goliardia. Nell’enorme stadio Olimpico da 70 mila posti ristrutturato per gli Europei 2012, dove la Dinamo gioca da quattro anni dopo aver abbandonato il vecchio stadio Lobanovskyj (altro luogo simbolo degli scontri del 2014), gli ultrà di casa – senza nemmeno ancora sapere che la partita contro il Vorskla Poltava sarebbe stata decisiva per la vittoria del campionato – avevano organizzato una serata di tifo di stampo argentino. Nei settori 41 e 43 gli ultras dei White Boys e degli Albatross (l’ala più giovanile e d’azione, il cui simbolo è un tirapugni con la scritta Kiyv) hanno voluto emulare per una notte le gradinate di Buenos Aires, Rosario, Avellaneda. Sulla balaustra campeggiava un grande striscione: “La barra brava de Dynamo” (barra brava è il nome attribuito in Argentina ai gruppi ultrà). Coriandoli, trombe, magliette biancoblu, ombrelli, cori con cadenze sudamericane ad accompagnare la striminzita vittoria per 1-0 che ha consegnato il titolo alla Dinamo allenata da Serhij Rebrov, guidata in campo dalla qualità di Jarmolenko e dall’esperienza del quarantunenne portiere Šovkovs’kyj.

La notte di Kiev si conclude in festa, per i ragazzi della curva, già da inizio secondo tempo quasi tutti a torso nudo nonostante la fresca temperatura serale. Lo striscione celebrativo, che accoglie i giocatori sotto il settore a fine partita, è in linea con il tema della serata: “Campeones de Ucrania”. Non c’è tensione alcuna con i tifosi avversari del Vorskla. Anzi, lo stadio tutto si era unito nella partecipazione all’inno nazionale ucraino: ventimila persone con la mano sul cuore, steward compresi.

Gli ardori della rivoluzione sono per ora dormienti. Eppure la sensazione è che possa bastare poco per infiammare l’anima nazionalista di una Kiev che ha cacciato il proprio nemico, ma non ha raggiunto tutti gli obiettivi voluti: la stabilità politica, la fine di una dilagante corruzione, la piena acquisizione di giustizia e libertà. La vittoria sportiva della Dinamo, contornata dall’entusiasmo argentino dei ragazzi della curva, costituisce nel frattempo una piacevole distrazione per una città che ha recentemente scritto la storia e sembra voler ancora tingere d’inchiostro le pagine del futuro prossimo d’Ucraina.

Foto: Facebook

Chi è Paolo Reineri

Nato nel 1983, torinese. E’ avvocato dal 2009. Appassionato di sport con particolare interesse per i suoi risvolti sociali, ha affiancato alla propria attività professionale l’approfondimento delle tematiche e delle vicende, sportive e non solo, dell’area est-europea, collaborando anche con l’emittente Radio Flash e con la rivista Fan’s Magazine.

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