Trent’anni dopo, le voci dei liquidatori lettoni di Chernobyl

da RIGA – I paesi baltici pagarono un duro tributo nel disastro di Chernobyl, di cui pochi giorni fa si è compiuto il trentennale. Furono seimila gli uomini, quasi tutti militari, che dalla Lettonia venenro reclutati, solo formalmente in modo volontario, in realtà costretti a recarsi nella regione di Pripyat, in Bielorussia, a spengere l’inferno radioattivo di Chernobyl e a scaricarci sopra una tomba di cemento. Un sesto di quei 6000 uomini è già morto, per le conseguenze delle radiazioni. Latvijas Avīze ha raccolto per l’occasione alcune testimonianze dirette di lettoni inviati nel luogo del disastro dalle autorità sovietiche.

Ojārs Lūsis, prima chiamata (8 maggio – 24 agosto).

“In Ucraina giunsi con la prima mandata. All’epoca lavoravo nel Palazzo della stampa, arrivò un avviso. Il capo reparto venne in laboratorio e ci disse: sarà dura, ma bisogna andare. Nessuno allora sapeva, perché ci mandavano là e a fare cosa. Nell’esercito la mia specializzazione era di chimico/esploratore, ma ormai ero molto lontano da quell’occupazione. Ci riunirono sulla base della politica militare russa, nei primi tre mesi il 90% di quelli mandati là erano baltici. In seguito, quando iniziarono i cambi, arrivarono anche altri, ad esempio ogni sorta di criminali, che chiedevano loro stessi di venire, perché poi sarebbero stati liberi. Ci davano il cambio quando avevamo in corpo 25 roentgen, anche se all’inizio pensavano potessimo arrivare a 50 rentgen. Meno male che poi ebbero una qualche compassione. Quanta radiazione prendemmo alla fine, nessuno lo sa. Ci misuravano in gruppo, 80 persone e finiva lì. Ci si lavava e poi si usciva dalla zona. La cittadella di tende distava 30 km. Adesso siamo tutti invalidi, di 2° o 3° classe. Lo stato ci ha il sostegno minimo, ma se l’assegno d’invalidità supera la pensione, non ce lo pagano neanche. Ci sono persone che sono ricorse in processo, e hanno anche vinto. Ci avrebbero dovuto dare lo status di deportati – ci hanno spedito in quegli stessi carri bestiame…”

Ivars Kalada, prima chiamata (8 maggio – 3 ottobre).

“Credo che la nostra chiamata sia avvenuta secondo la politica del terrore sovietico, solo per colpire i baltici – come nel 1949, quando ci misero sui carri bestiame e ci spedirono in Siberia. Del pericolo venni a sapere solo quando fummo in Ucraina, perché nel primo punto di arrivo non potevamo costruire l’accampamento – c’erano troppe radiazioni. All’inizio ci avevano chiamato per un turno di 45 giorni, poi lo aumentarono a 180. Ero un vice comandante per le questioni tecniche – facevo l’autista ed ero di servizio insieme a medici e infermieri. Oggi sono un invalido di 2° classe – a volte mi sento molto male, soffro di gravi problemi di salute. Sono uno di quelli che ha fatto causa allo stato per non aver ricevuto la pensione. Le medicine sono care, lo stato rimborsa solo quelle meno costose. Noi che abbiamo fatto causa almeno possiamo permetterci le spese per la riabilitazione.”

Longins Švirēvičs, prima chiamata (8 maggio – 23 luglio)

“In Ucraina sono stato 77 giorni. Dovevo occuparmi delle macchine e del loro lavaggio. Non vedevamo né sentivamo le radiazioni – non avevamo idea del pericolo. C’era solo un sapore di metallo, di rame, nell’aria, e questo dicono sia tipico delle radiazioni. Avevo sentito alla radio “Voice of America” di quanto era accaduto, per questo ero pronto. Adesso ho un sacco di problemi con la salute – le articolazione, la pressione del sangue, le difese immunitarie. A volte le dita dei piedi e delle mani si lacerano, dal niente, e ci mettono molto tempo a rimarginare, anche mesi. Un sostegno dallo stato ce l’ho – una sorta di compensazione di 100 euro per le spese delle utenze. Ma soldi per i problemi di salute, o per una pensione, no! Per questo molti fanno causa allo stato.”

Jānis Stikans, prima chiamata (8 maggio – 28 agosto).

“Ho la sensazione che tutto quello che è successo nel primo mese, mi sia rimasto profondamente impresso nella memoria. Ci hanno fatto “prigionieri” il 7 maggio, l’11 maggio avevamo già tirato su un’accampamento di tende, e il 13 maggio siamo entrati nella zona. Nessuno poteva accorgersi, solo entrandoci, che ci fossero radiazioni. Vicino a una fossa fecero una misurazione, c’erano 2,5 roentgen. Ci siamo lavati, cambiato i vestiti, e venti minuti dopo avevamo addosso lo stesso livello di radiazioni. Col palmo della mano ho lisciato i vestiti, e mi è rimasto sul palmo un colore perlaceo. Adesso ho un’invalidità di 2° classe, ogni giorno è peggio – mi fanno male le ossa, le articolazioni. Per il sostegno dello stato, è difficile dire – mi pagano un rimborso per le medicine, ma per il resto dobbiamo fare da soli. Anch’io ho fatto causa – quattro anni è andata avanti, ma almeno ho ottenuto i soldi per 16 mesi.”

Fonte Latvijas Avīze

Chi è Paolo Pantaleo

Giornalista e traduttore, Firenze-Riga. Jau rīt es aiziešu vārdos kā mežā iet mežabrāļi

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