Sentenza Šešelj, assolto da ogni capo d’accusa

In data 31 marzo 2016 il Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia ha emesso il verdetto finale sul caso Vojislav Šešelj.

Il leader del Partito Radicale Serbo Vojislav Šešelj è stato assolto dal Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia. Šešelj, dopo dodici anni di carcere all’Aia, è stato prosciolto da ogni capo d’imputazione a suo carico. Dopo la sentenza che ha condannato Radovan Karadžić a 40 anni di carcere, viene letta dal Tribunale la sentenza di un altro dei maggiori protagonisti della guerra in ex Jugoslavia, questa volta assolvendolo da ogni accusa.

Šešelj non era presente in aula durante la lettura della sentenza in quanto ha preferito rimanere a Belgrado. Nel 2014, infatti, a causa di un tumore, ha ottenuto la possibilità di recarsi in Serbia per ricevere le cure necessarie.

Le tappe del processo

Nel gennaio del 2003 il Tribunale penale internazionale aveva accusato Vojislav Šešelj di aver compiuto crimini di guerra e crimini contro l’umanità durante le guerre che hanno dilaniato la ex Jugoslavia. Il 23 febbraio del 2003 il leader del Partito radicale serbo si consegnò volontariamente alle autorità e fu estradato all’Aia, dove peraltro testimoniò nel 2005 durante il processo a Slobodan Milošević. Ufficialmente il processo ai danni di Šešelj è stato avviato all’inizio di novembre del 2007, dopo aver trascorso quattro anni di carcere.

I capi d’accusa

Šešelj, in qualità di leader del Partito radicale serbo, è stato accusato di aver organizzato le milizie paramilitari ultranazionaliste che operarono in Croazia, in Bosnia e in Vojvodina tra il 1991 e il 1993. Inoltre, grazie alla sua abilità oratoria e al suo carisma, l’accusa sostenne che Šešelj tenne numerosi discorsi volti al radicalismo del conflitto e hanno contribuito ai crimini commessi nella ex Jugoslavia.

I capi d’accusa che pendevano su Šešelj erano nove, di cui tre crimini contro l’umanità (persecuzione, deportazione e trasferimento forzato) e sei crimini di guerra (omicidio, tortura e trattamento crudele, distruzione gratuita e insensata, distruzione o volontario danneggiamento a istituzioni con fini religiosi o educativi, saccheggio di proprietà pubblica e privata). Di ogni capo d’accusa Šešelj è stato dichiarato non colpevole per mancanza di prove o perché l’accusa non ha saputo fornire evidenti prove, oltre ogni ragionevole dubbio, che il ruolo di Šešelj come leader del Partito radicale serbo o i suoi discorsi abbiano influenzato i miliziani nel commettere i crimini. Tali discorsi infatti sono stati dichiarati comprensibili dalla Corte – eccetto dal giudice Lattanzi – in un periodo di guerra in quanto utili per migliorare il morale delle truppe al fronte.

Inoltre, per quanto riguarda il reclutamento delle milizie paramilitari – definiti četnici – il Tribunale ha sottolineato come “il reclutamento non implica la necessaria conoscenza dei crimini commessi o che li abbia istruiti o ordinato loro di commetterli”. Il suo ruolo di figura di spicco della politica serba durante la guerra viene quindi scollegato dagli eventi che furono commessi al di fuori dei confini nazionali. Le milizie, secondo la Corte, una volta inviate al fronte non sarebbero state direttamente controllate da Šešelj facendo cadere ogni possibile imputazione a suo carico.

Anche il progetto ideale della “Grande Serbia” è stato portato come prova dei crimini commessi da Šešelj tra il 1991 e il 1993. Secondo il Tribunale, tuttavia, la “Grande Serbia” viene riconosciuta come un piano prettamente politico e non criminale. L’idea di unificazione dei popoli serbi, una delle cause scatenanti le violente guerre nei Balcani, viene considerata pertanto come un’idea legittima e non passibile di incriminazione. I crimini commessi in Serbia, secondo quanto sostenuto dalla maggioranza della Corte escluso il giudice Lattanzi, non sono riconducili all’ideale politico della “Grande Serbia”.

Šešelj è un uomo libero

Come pronunciato dal giudice del Tribunale Jean Claude Antonetti, “da oggi Vojislav Šešelj è un uomo libero”. La Corte si è espressa quasi all’unanimità, trovando come voce discordante quella di Lattanzi. La richiesta dell’accusa a 28 anni di carcere è stata quindi rigettata dal Tribunale, ma questa potrà comunque ricorrere in appello.

Foto: BETA

Chi è Edoardo Corradi

Nato a Genova, è dottorando di ricerca in Scienza Politica all'Università degli Studi di Genova. Si interessa di Balcani occidentali, di cui ha scritto per numerosi giornali e riviste accademiche.

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